Saranno per sempre gemelle in una morte atroce. Sara e Ilaria, Ilaria e Sara. Unite da un filo rosso sangue perché nel sangue sono state ritrovate, i sogni spezzati, la vita rubata, il dolore eterno di chi le amava, straziate a colpi di coltello da due maschi che le volevano prede. Ilaria Sula chiusa in una valigia gettata a 40 chilometri da Roma, Sara Campanella ferita a morte, a pochi passi dalla sua università, a Messina. Uccise da coetanei che non accettavano il loro no, con modalità così simili da lasciare attoniti, le famiglie distrutte, la tragedia che irrompe nelle aule universitarie, nel desolante destino incrociato di due femminicidi.
È dai cortili di un grande ateneo, la Sapienza di Roma, che bisogna iniziare il cammino a ritroso nelle vite di queste due giovani vittime-sorelle della guerra persa alla violenza di genere, perché Ilaria Sula aveva 22 anni, ma anche Sara Campanella ne aveva 22. E se Ilaria che arrivava da Terni, figlia di immigrati albanesi ma cresciuta in It…
Saranno per sempre gemelle in una morte atroce. Sara e Ilaria, Ilaria e Sara. Unite da un filo rosso sangue perché nel sangue sono state ritrovate, i sogni spezzati, la vita rubata, il dolore eterno di chi le amava, straziate a colpi di coltello da due maschi che le volevano prede. Ilaria Sula chiusa in una valigia gettata a 40 chilometri da Roma, Sara Campanella ferita a morte, a pochi passi dalla sua università, a Messina. Uccise da coetanei che non accettavano il loro no, con modalità così simili da lasciare attoniti, le famiglie distrutte, la tragedia che irrompe nelle aule universitarie, nel desolante destino incrociato di due femminicidi.
È dai cortili di un grande ateneo, la Sapienza di Roma, che bisogna iniziare il cammino a ritroso nelle vite di queste due giovani vittime-sorelle della guerra persa alla violenza di genere, perché Ilaria Sula aveva 22 anni, ma anche Sara Campanella ne aveva 22. E se Ilaria che arrivava da Terni, figlia di immigrati albanesi ma cresciuta in Italia, studiava Statistica, Sara Campanella, siciliana, figlia di un’insegnante e di un operaio, studiava al Policlinico di Messina tecniche biomediche. Né l’assassino di Sara, Stefano Argentino, 27 anni, da tempo il suo stalker, tanto che Sara lo chiamava “ il malato”, né Mark Antony Samson, 23 anni, di origine filippina, ex di Ilaria Sula, rei confessi entrambi, hanno provato a spiegare il loro gesto. Mark avrebbe balbettato “mi dispiace”, Stefano nemmeno questo, forse perché l’unico motivo dietro un femminicidio è il femminicidio stesso.
Persone in preghiera sul luogo dell’omicidio di Sara Campanella a Messina
«Penso sempre agli occhi disperati di quel povero padre venuto in facoltà a cercare Ilaria, l’avevo accompagnato in tutte le aule, come volesse trovare qualche traccia di sua figlia» ricorda uno degli addetti alla segreteria di Statistica, mentre le compagne di corso con gli occhi rossi dicono di essere «incazzate, disperate». «Era una ragazza solare, allegra, felice di vivere a Roma, ieri è toccato a Ilaria, domani potrebbe toccare a una di noi, avevamo tappezzato l’università di manifesti con la sua faccia, non è servito a niente». Perché, intanto, Ilaria era scomparsa il 25 marzo, assassinata quella sera stessa nell’abitazione di Samson con un coltello, poi fatta pezzi e gettata in un dirupo dal suo ex diventato killer. Il coltello appunto. Un’arma bianca. Anche Stefano Argentino per ferire a morte il 31 marzo Sara Campanella, che rifiutava le sue avances, ha usato una lama, forse un bisturi, rubato nel laboratorio universitaro dove studiava insieme a Sara. Se c’è infatti un altro punto di contatto che lega i drammatici di destini di Sara e Ilaria è l’università: sia le vittime che i loro carnefici frequentavano una facoltà, le due ragazze in corso con gli studi, decise costruirsi un futuro, in quell’età in cui tutto sembra ancora possibile, indietro i due maschi poi assassini.
La Sapienza, omaggio a Ilaria Sula
Colpiscono le parole delle amiche di Ilaria, così simili a quella della mamma di Sara: «Lei era la luce, ora c’è il buio», ha mormorato Cetty Zaccaria, perché senza Ilaria, senza Sara per chi le amava sarà notte perenne. E piange il mondo dell’università, con le parole della rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni, che ieri sera ha chiamato a raccolta gli studenti davanti alla facoltà di Statistica per deporre un mazzo di fiori bianchi davanto allo striscione che ricorda Ilaria Sula. Hanno risposto in tanti, ragazze e ragazzi stretti in un “silenzio rumoroso” cadenzato solo dal tintinnio di chiavi diventato simbolo della protesta contro i reati di femminicidio. Queste le parole di Polimeni: «Un’altra donna vittima di violenza omicida, una giovane vita spezzata. Non possiamo più assistere inerti a episodi di femminicidio. Il contrasto alla violenza di genere deve coinvolgere in uno sforzo incessante tutte le istituzioni. Nel nome di Ilaria e di tutte le donne vittime di violenza, Sapienza ribadisce il suo impegno». Ma l’università è in lutto in tutta l’Italia, come ha poi ricordato la presidente della “Crui” Giovanna Iannantuoni. «Non si può morire a 22 anni per la sola ragione di essere donna. Ilaria Sula e Sara Campanella erano due studentesse, due ragazze in gamba, due donne con davanti un futuro luminoso. In questa giornata di profondo dolore il mio pensiero, e quello dell’intero sistema universitario, va alle loro famiglie ferite brutalmente».
L’età dunque, 22 anni, gli studi universitari, le armi bianche che le hanno uccise, forse perché è più facile reperire un coltello anziché una pistola, o forse perché è il sangue delle donne che i killer vogliono vedere quando uccidono. Ma c’è un altro elemento in questa lugubre sorellanza che accomuna i femminicidi di Ilaria Sula e Sara Campanella. Ossia la morte annunciata, se si riuscissero a leggere i segnali, nelle chat dei cellulari. Stefano Argentino tormentava Sara Campanella con messaggi insistenti, reiterati, ossessivi. Lei lo allontanava con gentilezza ma con preoccupazione inviava poi i vocali del suo stalker alle amiche, lui continuava, covando probabilmente già da tempo la decisione di ucciderla. Segnali precisi direbbero nei centri antiviolenza, inequivocabili. Però Sara non ha denunciato, anche se quella sera chiese invece aiuto alle amiche,con un ultimo drammatico messaggio: «Dove siete che sono con il malato che mi segue?». Così suona amaro, anche se coraggioso, l’appello della mamma di Sara: «Mia figlia voleva specializzarsi in anatomia patologica e fare le autopsie. E invece adesso l’autopsia la faranno a te, amore della mia vita. Bisogna sempre denunciare. Aiutatemi a dare voce a Sara». Non sappiamo, ancora, cosa Mark Samson scrivesse a Ilaria, cosa le avesse scritto proprio quella sera. Sappiamo però che la morte di Ilaria era in quel cellulare che Mark continuava ad usare, dopo aver ucciso la sua ex fidanzata, per mandare messagi alla famiglia di Ilaria. Gioco macabro che infatti aveva insospettito sia il padre che il fratello di Ilaria, Flamur e Leon Sula. «Ci aveva scritto di non preoccuparci, che stava bene e si era allotanata con un ragazzo e una ragazza. Questa cosa ci ha insospettito, se fosse stata davvero mia figlia mi avrebbe chiamato. Così siamo andati a fare la denuncia di scomparsa». Ed è seguendo le tracce del cellulare di Ilaria Sula che la polizia è arrivata all’assassino, perché, esattamente, come per Sara Campanella, la morte era scritta in quelle chat.
Gemelle per sempre in una morte atroce. Non c’è consolazione in questo parallelismo, semmai un dolore che si moltiplica. È quasi sera alla Sapienza, davanti a Scienze Politiche le ragazze del collettivo femminista provano a darsi coraggio. Organizzano proteste per i prossimi giorni. Proprio alle loro spalle, in uno degli ingressi di Giurisprudenza, una targa ricorda un’altra giovane della Sapienza assassinata. Si chiamava Marta Russo, fu ferita a morte da un colpo di pistola sparato da una delle aule della facoltà di Legge il 9 maggio del 1997, morì il 14 maggio del 1997. A sparare fu Giovanni Scattone, accusato di omicidio colposo, insieme a Salvatore Ferraro accusato di favoreggiamento. «Capito? Muoiono sempre le donne», dice Alice, 23 anni. «Certo che conosciamo la storia di Marta Russo. Vittima diversa da Ilaria, ma sempre uccisa da un uomo. Sai, noi viviamo nella paura. Non è mica normale pensare che se un’amica non ti risponde al cellulare è perché potrebbe essere morta. Come Ilaria, come Sara. Capisci la nostra angoscia?».