Un complesso industriale di dimensione inconspicua, a poco più di un chilometro dalla costa, lungo la statale che percorre l’intero fianco ionico della Calabria. Passerebbe quasi inosservato, il perimetro nascosto da una manciata di oliveti e campi incolti, se non fosse per l’imponenza delle cataste di legno in scaglie che svettano sui terreni vicini.
Sono depositi di cippato, alimentano un sistema di caldaie che produce energia elettrica dalla combustione del legno per una centrale a biomasse che si definisce una delle più grandi realtà europee nel settore. Il complesso si trova alle porte della frazione costiera di Strongoli, in provincia di Crotone. La società che lo gestisce, Biomasse Italia, dal 2017 è stata acquisita dal gruppo energetico ceco Energetický a pr?myslový holding (EPH), il più grande dell'Europa centrale, ora sulla strada per diventare una delle aziende energetiche più potenti d'Europa.
A una dozzina…
Un complesso industriale di dimensione inconspicua, a poco più di un chilometro dalla costa, lungo la statale che percorre l’intero fianco ionico della Calabria. Passerebbe quasi inosservato, il perimetro nascosto da una manciata di oliveti e campi incolti, se non fosse per l’imponenza delle cataste di legno in scaglie che svettano sui terreni vicini.
Sono depositi di cippato, alimentano un sistema di caldaie che produce energia elettrica dalla combustione del legno per una centrale a biomasse che si definisce una delle più grandi realtà europee nel settore. Il complesso si trova alle porte della frazione costiera di Strongoli, in provincia di Crotone. La società che lo gestisce, Biomasse Italia, dal 2017 è stata acquisita dal gruppo energetico ceco Energetický a pr?myslový holding (EPH), il più grande dell'Europa centrale, ora sulla strada per diventare una delle aziende energetiche più potenti d'Europa.
A una dozzina di chilometri a sud della centrale di Strongoli, in una zona industriale dall’odore pungente, poco distante da una costa melmosa, il gruppo EPH possiede anche un altro impianto, rilevato dopo l’acquisizione dell’azienda sorella di Biomasse Italia: Biomasse Crotone. Qui, nelle proprietà di EPH del crotonese, come nelle altre centrali del gruppo ceco dove si bruciano biomasse in Europa, l’ONG internazionale Fern stima che si impiegherebbero 4,2 milioni di tonnellate di legno per produrre 4,5 GWh di elettricità, l'equivalente dello 0,0015% del nostro fabbisogno annuale di energia. Un’operazione sostenuta dalla normativa europea che considera l’energia prodotta da biomasse legnose “a impatto climatico neutro”, sull’assunto che il carbonio rilasciato nel corso della combustione potrà essere poi riassorbito durante la crescita degli alberi.
Il mercato di Crotone
L’Unione Europea dipende dalle biomasse legnose per raggiungere i suoi obiettivi energetici entro il 2030, così gli impianti a biomasse d’Europa hanno per anni beneficiato di miliardi di euro in sussidi pubblici. Eppure, i dati dicono che bruciare legno per produrre energia rilasci più gas serra del carbone, mentre gli impianti di EPH sembrano prendere più di ciò che danno.
Il gruppo EPH dichiara di voler diventare “leader nella trasformazione energetica”, ma il miliardario ceco Daniel K?etínský che lo possiede ha costruito un patrimonio stimato da Forbes di oltre nove miliardi di dollari investendo in miniere di carbone e centrali a gas mentre le sue operazioni a biomasse sparse per l’Europa beneficiano di milioni di euro in sussidi per l'energia pulita. EPH è uno dei principali emittenti di gas effetto serra del continente e parte del più grande produttore di carbone d’Europa, secondo una recente inchiesta della testata ceca Deník Referendum. Attivisti ed esperti in vari Paesi denunciano i continui stratagemmi della società per “ripulire” il portfolio agli occhi degli investitori.
Mucche pascolano nei dintorni della centrale di EPH a Scandale (Crotone)
Per mesi, con un team internazionale, abbiamo studiato il settore delle biomasse in Europa, indagando le principali operazioni di EPH in Italia, Francia, Regno Unito, Repubblica Ceca e Germania. Dopo aver parlato con esperti e procuratori, abbiamo acquisito documenti e informazioni attraverso richieste FOIA, consultando banche dati pubbliche, documenti finanziari e archivi specializzati. La parte della storia che stiamo per raccontarvi parla del costo sociale e ambientale nascosto degli impianti calabresi di EPH, situati in una regione dove il mercato delle biomasse è da anni permeato da infiltrazioni della criminalità organizzata.
Sulla carta, le società che gestiscono questi impianti parlano di contribuire a ridurre le emissioni, di salvare le foreste usando legno di scarto e residui forestali, di certificazioni ambientali e filiere sostenibili. Una realtà ben distante da quella emersa nel corso della nostra indagine, dove si profila un settore che sfrutta le falle dei quadri normativi esistenti, tra controlli carenti e responsabilità poco definite; dove le filiere sono sporche e il legno sano; e dove i limiti legali per le emissioni sono insufficienti.
A seguito di una lunga inchiesta, la Repubblica, in collaborazione con Follow The Money, svela le falle nel sistema europeo di biomasse legnose attraverso le operazioni di uno dei suoi maggiori beneficiari, mostrando come EPH abbia costruito un modello di business miliardario che sfrutta le lacune e le ambiguità delle politiche di transizione energetica, a partire da una serie di complessi industriali inconspicui sparsi in tutta Europa.
Una sfinge ceca a Crotone
A Strongoli, c’è un odore acre di resina bruciata che stringe la gola. È così dal 2003, da quando lo stabile di un vecchio zuccherificio chiuso per fallimento negli anni ‘80 fu riconvertito per produrre energia elettrica. Da allora il cippato non ha mai smesso di bruciare nelle caldaie della centrale.
“Odora come di olive marce”, concordano Lina Gaetani ed Eugenia Garritano, sedute intorno a un tavolo ricoperto da vecchie pagine di un periodico della parrocchia locale, mentre discutono dell’impatto della vicina centrale, come fanno ormai da vent’anni.
“Ci vorremmo liberare da questa condanna, pure per le nuove generazioni,” sbotta l’ex insegnante di scuola primaria Gaetani, mentre scorre con insistenza le passate edizioni del periodico in cerca di una traccia del passato. “Assemblea Biomasse” o, ancora, “È questo lo sviluppo che vogliamo?” si legge tra i titoli delle pagine sparse sul tavolo. Intanto, nell’appartamento di Garritano, dirigente scolastica in pensione, è arrivato anche Otello Bruno, un agricoltore di Strongoli: “Mia moglie sul terrazzo puliva con la scopa e usciva una polvere nera".
Sono passati vent’anni da quando si sono riuniti in un movimento cittadino, insieme all’allora parroco di Strongoli, per chiedere chiarezza sulle emissioni della centrale.
Già a un anno dalla riconversione, quando la gola iniziava a far male e l’odore riempiva la bocca nelle sere d’estate, il comitato teneva assemblee in chiesa, organizzava consultazioni con le istituzioni e pubblicava lunghe invettive sul periodico parrocchiale. Col tempo si unì anche un gruppo di genitori i cui figli frequentavano una scuola lungo la costa, così vicina alla centrale che “con ogni vento” l’aria era pesante, spiega Garritano.
Ma da molti anni ormai, le proteste si sono dissipate: il prete officia in altre parrocchie della diocesi, l’edificio scolastico è stato chiuso e nella nuova scuola non ci si preoccupa più dell’aria che si respira. A chiedere a coloro che il movimento l’hanno portato avanti, non si discute più granché dell’odore di resina bruciata.
“In questo momento proprio non se ne parla: calma piatta,” puntualizza Garritano. Eppure, la centrale è ancora lì e niente è cambiato. O quasi.
“La Biomassa Italia non è più [italiana],” dice Bruno. “[Ora] ci sono i cechi”.
Da quando EPH ha preso il controllo dei 73 MW complessivi delle centrali di Biomasse Italia e Biomasse Crotone attraverso la controllata EP New Energy Italia, i suoi investimenti nel Paese non si sono più fermati: in pochi anni, EPH ha completato l’acquisizione dell’impianto a biomasse legnose di Fusine, in provincia di Sondrio, un minuscolo complesso da 7 MW tra le Alpi della Valtellina, insieme a varie altre infrastrutture strategiche del settore energetico. Nel tempo, ha sviluppato una complessa rete di società controllate e partecipate: nella lista figurano la centrale termoelettrica di Scandale, una serie di centrali a gas tra Lombardia, Piemonte e Sicilia e la centrale a carbone di Fiumesanto in Sardegna.
K?etínský, il proprietario di questo impero energetico, è un uomo riservato ed elusivo, che raramente concede interviste - ha declinato la nostra richiesta per questa storia -, caratteristiche che gli sono valse il soprannome di “sfinge ceca”. Il suo biografo racconta che, da quando il suo impero ha iniziato a essere proficuo, K?etínský “si muove nell’ombra”, limitando le sue apparizioni pubbliche alle partite di calcio del club che co-possiede, lo Sparta Praga. Negli anni, ha fatto fortuna sfruttando i crolli di mercato, accumulando beni svalutati nel settore della logistica e delle catene di servizi, tra cui la principale azienda postale britannica Royal Mail e Sainsbury's, il secondo supermercato più grande del Regno Unito. Mentre l’impero energetico e di servizi di K?etínský cresceva, nel 2023 le sue miniere hanno estratto oltre 50 milioni di tonnellate di carbone, secondo un'analisi pubblicata nell'ottobre 2024 dall'organizzazione tedesca Urgewald.
L’interesse di EPH per le biomasse ha portato a una serie di investimenti in vecchie centrali a carbone d’Europa che ora bruciano legno: nel 2016 il gruppo ceco acquista un complesso industriale di 400 MW a Lynemouth, sulla costa nord-est dell'Inghilterra, in un ex villaggio minerario dove, nel vecchio centro sociale per minatori, chiamato dai locali con affetto 'il Tute', c'è ancora chi racconta dei tempi andati in cui le miniere erano attive; qualche anno dopo, nel 2019, incorpora la società francese GazelEnergie, che gestisce la più grande centrale a biomasse in Francia, situata nella cittadina di Gardanne, tra le colline del sud, dove gli abitanti osservano con diffidenza dalle finestre delle loro case il fumo che esce dalla centrale.
A Lynemouth e a Gardanne, come a Strongoli, le centrali provocano scompiglio: ci si domanda il senso di considerare la combustione di biomassa a zero emissioni; alla fine, dicono attivisti ed esperti, gli alberi impiegherebbero decenni, se non addirittura secoli, per riassorbire il carbonio rilasciato, vanificando nel breve termine i benefici climatici della biomassa.
Per un po’, molti di questi attivisti sperarono in un cambiamento grazie alla revisione della Direttiva europea RED III sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili. Invece, la direttiva ha continuato a permettere la combustione di biomassa legnosa e a considerarla un'energia rinnovabile al pari dell'eolico e del solare.
Oggi che è in corso un dibattito scientifico sulla coerenza delle politiche UE in materia di bioenergia, a Bruxelles non c’è fermezza su come risolvere il problema del settore. Intanto, l’uso delle biomasse continua a superare le previsioni di crescita e al piccolo porto di Crotone, ogni mese, le navi cariche di cippato continuano ad attraccare.
La filiera
Il nodo portuale di Crotone è una piccola insenatura a pochi passi dal centro. L’intera area è interdetta e l’accesso riservato; dai cancelli d’entrata si intravede in lontananza parte della banchina: come spesso accade, c’è una nave da carico ormeggiata da giorni mentre bracci metallici sbarcano oltre 4mila tonnellate di legno sfuso.
È difficile scoprire l’esatta provenienza del legno bruciato nelle caldaie delle centrali di proprietà di EPH in Europa: sui siti ufficiali, le società del gruppo forniscono informazioni generiche mentre i certificati di origine non sono accessibili al pubblico. I rendiconti finanziari delle aziende riportano che, nel 2023, sono transitate dai cancelli di Biomasse Italia e Biomasse Crotone quasi 500mila tonnellate di cippato. Dopo aver confrontato un centinaio di registri doganali ottenuti tramite richiesta FOI con i dati del fornitore di tracciamento navale e analisi marittima MarineTraffic, abbiamo stimato che nel 2023 sarebbero arrivate al porto di Crotone oltre 140mila tonnellate di cippato da fuori regione, pari a quasi il 30 per cento dell’approvvigionamento totale dell’anno.
Le navi cariche di cippato che attraccano al porto di Crotone vengono da Piombino, Livorno, Chioggia, Civitavecchia, ma anche Brindisi e Savona. Sui documenti portuali e finanziari si indica che, nel 2023, l’azienda ha ricevuto circa 7200 tonnellate dai porti spagnoli di Cartagena e Palomar. Un approvvigionamento, quindi, principalmente su scala nazionale che, secondo molti, non è sinonimo di sostenibilità.
“La filiera lunga, già a 120 chilometri, è eccessiva”, spiega Antonio Nicoletti, responsabile nazionale aree protette di Legambiente. “Se arriva da Venezia e poi ancora dalle Alpi, quella non può essere una filiera sostenibile.”
Biomasse Italia e Biomasse Crotone dichiarano di utilizzare fino a 400mila tonnellate l’anno di legno di scarto proveniente da manutenzione boschiva, segherie e attività agricole della filiera locale, integrando il fabbisogno con forniture estere di cippato.
Il settore delle biomasse non manca mai di ricordare i benefici dell’utilizzo di residui di lavorazione e segatura per produrre energia, una pratica che dovrebbe contribuire a tenere pulite le foreste e ridurre il rischio di incendi. Ma per Almuth Ernsting, ricercatrice e attivista presso l'organizzazione di advocacy Biofuelwatch, legno di scarto è un termine improprio. Ci sono “grandi quantità di alberi interi che finiscono nelle fabbriche di pellet”, ci ha spiegato.
Non sono chiari i dettagli dell’approvvigionamento dalla filiera locale, ma nei rendiconti finanziari la maggior parte del combustibile è definita come legno vergine di provenienza italiana. Un termine ampio a indicare che “non è stato ancora utilizzato e, generalmente, viene da foreste,” specifica Ernsting. Ma una cosa è certa: “non può essere legno di scarto.”
In Calabria, dove si concentra una parte dell'approvvigionamento dichiarato da Biomasse Italia e Biomasse Crotone, secondo attivisti e ricercatori, non esiste una vera e propria filiera in grado di produrre il quantitativo di “legno di scarto” necessario al settore.
“Se non c'è una filiera prima, come possono [dire] che ci sono gli scarti? Non c'è lavorazione,” sostiene Nicoletti, attribuendo l’assenza di una filiera di valore in Calabria a decenni di dipendenza del settore forestale regionale a quello energetico. “[Quelle che abbiamo] non sono imprese boschive, sono imprese di trasporto di legna,” conclude.
Intanto, le nostre indagini sugli impianti di EPH in Europa rivelano che, nonostante il gruppo ceco affermi di utilizzare principalmente legno di scarto, in alcune delle sue centrali in Europa sono state bruciate foreste sane.
Un documento da Lynemouth, ottenuto tramite richieste FOI, rivela che una parte del legno approvvigionato dagli Stati Uniti nel 2023-24 era costituito da pino a lunga foglia, una specie protetta. Nell'impianto di EPH a Gardanne, invece, quasi un terzo del legno risultava importato dall'estero, tra cui 60mila tonnellate di eucalipto dal Rio Grande do Sul, nel sud del Brasile, dove viene raccolto con tagli a raso. Inoltre, circa il 30% dell’approvvigionamento della centrale francese risultava provenire da aree protette, come le zone Natura 2000.
A seguito del nostro confronto al riguardo, GazelEnergie ha dichiarato a La Repubblica che intende escludere i siti Natura 2000 dal suo futuro piano di approvvigionamento.
I sussidi
Abbiamo calcolato che, nel 2024, gli impianti a biomassa di EPH in Francia, Italia, Repubblica Ceca e Regno Unito hanno ricevuto almeno 255,07 milioni di euro di sussidi pubblici. Numeri che offrono una rara indicazione delle centinaia di milioni di sovvenzioni che gli impianti a biomassa dell’impero di K?etínský ricevono, dal momento che i dati non sono divulgati pubblicamente.
In Italia, gli impianti a biomassa di proprietà di EPH ricevono incentivi statali per la produzione di energia da fonti rinnovabili dal Gestore dei Servizi Energetici (GSE). In media, secondo i nostri calcoli, tra il 20% e il 30% dei ricavi degli impianti di Strongoli, Crotone e Fusine provengono da sussidi pubblici.
La Commissione europea ha avviato un processo per sradicare la dipendenza del settore delle biomasse forestali dai finanziamenti pubblici, ma oggi molti degli impianti di EPH in Europa continuano le loro operazioni sovvenzionati da incentivi statali grazie a una serie di clausole di esenzione. In Italia, è difficile verificare la conformità a queste clausole senza poter consultare gli accordi tra il GSE e gli impianti nel crotonese.
“Questi contratti sono spesso protetti dalla divulgazione pubblica da clausole di riservatezza commerciale, per cui è molto difficile accedervi,” spiega Martin Pigeon, ricercatore e attivista del Fern. La nostra richiesta per consultare questi termini contrattuali è rimasta senza risposta, superando i termini legali previsti dalla normativa FOIA che regola il diritto di accesso alle informazioni pubbliche.
Secondo i nostri calcoli, nel 2022, gli impianti di EPH a Crotone, Fusine e Strongoli hanno ricevuto oltre 61 milioni di euro in sussidi dal GSE, incentivi pagati nella bolletta elettrica da tutti gli utenti italiani. Nello stesso anno, l’analisi dei rapporti finanziari indica che EPH ha estratto fondi per oltre 62 milioni da queste società sotto forma di dividendi per pagare i suoi azionisti. Alla fine del 2022, quando tutte le controllate di EPH hanno versato la loro quota di utili, EPH è stata in grado di pagare circa 1,5 miliardi di euro ai suoi proprietari. L'anno successivo, i profitti della società madre hanno raggiunto un massimo storico con 3,4 miliardi di euro di dividendi.
La responsabilità
Abbiamo mandato dozzine di richieste FOI a enti pubblici per verificare le informazioni sulla filiera e la sostenibilità di Biomasse Italia e Biomasse Crotone, tenendo conto dei requisiti ambientali necessari per accedere ai sussidi del GSE. In molti casi, quando gli enti ci hanno risposto entro i termini legali, hanno dichiarato di non essere in possesso della documentazione richiesta o che la questione non era di loro competenza.
Mentre il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha dichiarato di non possedere le certificazioni di origine e le liste di fornitori, in quanto di competenza delle Regioni, la Regione Calabria ha dichiarato di non avere la documentazione richiesta. Il GSE, invece, non ha risposto, superando i limiti temporali stabiliti dalla normativa FOIA.
Per Biomasse Italia e Biomasse Crotone, l’unico ente che siamo riusciti a verificare essere in possesso dei documenti relativi agli accertamenti sulla tracciabilità di Biomasse Italia e Biomasse Crotone è il Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (MASAF).
L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha ammesso di aver conferito a Biomasse Crotone la certificazione EMAS, uno strumento volontario per “fornire al pubblico e ad altri soggetti interessati informazioni sulla propria gestione ambientale”, sulla base di un semplice attestato di Certiquality, un organismo privato di certificazione che per le aziende italiane di EPH si occupa anche di altre verifiche di ottemperanza. ISPRA, quindi, non avrebbe mai visto i dettagli del rapporto.
Certiquality dovrebbe essere in possesso del materiale legato ai rapporti di valutazione EMAS, ma essendo un privato non è soggetto alla normativa FOIA, come ci hanno specificato. L’organismo ha rifiutato la nostra richiesta di accesso per motivi giornalistici, declinando anche la nostra richiesta di intervista. La direttrice tecnica di Certiquality, Claudia Gistri, ha scritto a La Repubblica che la documentazione è coperta da “dovere di riservatezza prescritto dalle regole di accreditamento.”
In effetti, il problema delle certificazioni è innanzitutto una questione di “lacune normative”, spiega un rapporto del Fern del 2024 che denuncia una serie di fallimenti del sistema di schemi volontari per la certificazione delle biomasse legnose, tra cui la mancanza di un controllo adeguato sugli enti di certificazione e l’assenza di trasparenza. Secondo il rapporto, l’UE non sarebbe in grado di verificare la provenienza del legno bruciato nelle centrali a biomasse perché, di fatto, non avrebbe accesso ai documenti.
C’è poi da considerare che la certificazione EMAS non è specifica per le filiere forestali, come nel caso delle certificazioni PEFC ed FSC che, se mancano, spiega Nicoletti di Legambiente, “significa che [le aziende] stanno utilizzando una certificazione generica per un sistema che ha una sua propria certificazione, quindi la credibilità è sotto zero.”
Le filiali italiane di EPH non hanno risposto alle nostre domande sui contenuti di questo articolo in tempo per la pubblicazione.
In Italia come in Europa, la poca trasparenza rende difficile chiedere conto alle società di un settore dalla tracciabilità pubblica limitata, nonostante un sistema da milioni di euro in sussidi pubblici.
Eppure, negli anni, la filiera delle biomasse legnose ha collezionato una serie di precedenti legati a irregolarità e infiltrazioni mafiose. Una storia che è iniziata ben prima che EPH investisse nel mercato delle biomasse calabresi.
Storie senza lieto fine
A Garritano la notizia la portò il marito di ritorno dal panettiere. Le autorità avevano agito con il favore della notte e, in molte città della provincia di Crotone, se ne parlò ben prima del telegiornale del mattino. Giunta l’alba del 9 gennaio 2018, tra le case del piccolo comune di Strongoli, la notizia degli arresti schioccava già di bocca in bocca. La definirono “la più grande operazione antimafia degli ultimi vent’anni”: la notte si era conclusa con arresti e custodie cautelari di politici e imprenditori nell’ordine delle centinaia. Un colpo storico al business delle ‘ndrine da Crotone alla Germania, con proprietà e beni confiscati per milioni di euro.
Quella mattina il pensiero di Garritano non andò mai alla vicina centrale. Tutt’oggi, a pensare agli arresti di quella notte di sette anni fa, non saprebbe spiegare esattamente il nesso.
Eppure, l’operazione Stige, come fu denominato il procedimento legato agli arresti di quella notte, divenne la base delle indagini che anni dopo esposero l’infiltrazione della 'ndrangheta nel settore delle biomasse, un circuito dal valore di milioni di euro in incentivazioni pubbliche.
Gli interessi della criminalità organizzata sulle biomasse si manifestarono già nel 2004, durante la riconversione dell’ex zuccherificio per la centrale di Strongoli: sedici persone rinviate a giudizio con l’accusa di aver gestito un sistema di tangenti intorno al cantiere, in un tentativo della cosca strongolese di Salvatore Giglio di “mettere le mani sulla centrale”, riporta un articolo de Il Crotonese dell’epoca.
Se vent’anni fa le cosche locali tentarono di prendere il controllo della centrale ancora prima che entrasse in funzione, nelle più recenti indagini della Procura di Catanzaro, venute alla luce nel 2022, si delinea quello che appare come “un sistema ben collaudato”, puntualizza l’ex pm della Dda di Catanzaro Domenico Guarascio, ora in servizio a Crotone.
Le indagini, oggi ancora in fase di validazione dibattimentale, denunciarono un sistema di falsificazione della filiera, con smaltimento illecito di scarti industriali e rifiuti contaminati negli impianti a biomasse del crotonese, tra cui le centrali di Strongoli e Crotone, in un periodo che andava tra il 2014 e il 2022. “Un oligopolio di ditte e aziende”, spiega il pm Guarascio, anche intestate a esponenti della criminalità organizzata.
Nonostante il lavoro della procura, la storia delle indagini dei pm nel settore non è a lieto fine. Mentre le sentenze preliminari dell'inchiesta Stige venivano ribaltate in Corte d'appello, sono in molti a dire che non è cambiato poi molto, ora che persino la famiglia di Carmine e Domenico Serravalle, imprenditori di Mesoraca che erano stati al centro delle indagini, sono tornati in possesso della centrale a biomasse di Cutro, ormai dissequestrata e pronta a riprendere i rapporti con il GSE.
Alla fine, la confusa catena di responsabilità all’interno di un sistema di controlli pubblici carente non ha permesso, in certi casi, “l’individuazione di precise responsabilità penali”, denuncia Guarascio.
“Il sistema è complesso, e l'arma difensiva di chi difende gli interessi delle biomasse è che non è previsto un sistema di controllo efficace,” spiega Guarascio.
La Procura di Catanzaro aveva provato ad attribuire precise responsabilità penali, con imputazioni anche nei confronti dei dirigenti che avevano in gestione le centrali in quegli anni, ma furono per lo più stralciate perché non c’era la certezza, spiega Guarascio, che fossero “oltre ogni ragionevole dubbio” consapevoli dell’illecito. Questo perché non c’erano controlli e procedure volte a definire le responsabilità all’interno di una filiera complessa in cui subentrano numerose aziende e società, anche oltremare. “E quando c'è una moltiplicazione di responsabilità, di fatto, non ce n'è mai una,” conclude Guarascio.
Una cosa sorprende più delle altre di questa storia: nonostante i sussidi statali e le responsabilità ministeriali per le verifiche, i falsi e gli indebiti sono proseguiti per anni senza che nessuno se ne accorgesse. Ma qui non si parla solo di criminalità organizzata: c’è chi sulle biomasse ha costruito un impero inquinante e dal dubbio impatto ambientale, ma completamente legale.
Lo specchietto
Sono passati vent’anni da quando la centrale a biomasse di Strongoli è stata attivata. Vent'anni dalle mobilitazioni popolari che, gradualmente, si sono spente senza raggiungere alcun risultato.
Ai tempi della riconversione, sui quotidiani locali rimbalzavano promesse di occupazione e ritorni per la città. “I benefici derivanti dall'utilizzo delle biomasse sono molteplici. In primo luogo sono di ordine occupazionale ed economico,” disse l’allora sindaco Luigi Arrighi secondo quanto riportato da un articolo de La Gazzetta del Sud nell’aprile del 1999. I macchinari dello zuccherificio, spenti da decenni, avevano aggiunto un vuoto occupazionale che pareva insanabile; le biomasse promettevano di colmare quella perdita. Si parlò di 200 milioni di lire all’anno investiti in opere pubbliche e oltre 400 posti di lavoro, ma si fece anche una lista dei benefici ambientali derivanti dalla combustione di biomasse, perché il biossido di carbonio, si diceva, sarebbe stato “ri-assorbito dalle piante stesse”.
Era il 1999 e non si sapeva ancora che l’apertura della centrale si basava su una serie di suggestioni sbagliate, che le ‘ndrine locali avrebbero infiltrato la filiera delle biomasse e che studi scientifici avrebbero provato come questo tipo di combustione possa generare più emissioni del carbone.
Mentre le stime dell'Autorità ambientale francese riportano che la centrale di EPH a Gardanne emette quattro volte più CO2 rispetto alla media degli impianti di produzione di energia elettrica in Francia, la qualità dell’aria e delle emissioni delle centrali di Strongoli e Crotone è rilevata da due centraline di monitoraggio.
I rilevamenti, nel corso degli anni, hanno indicato superamenti puntuali per i limiti giornalieri legali per le polveri sottili di PM10 e PM2,5, per una media che oscilla tra i 7 e 10 superamenti l’anno negli ultimi dieci anni. Ma poiché rimangono all’interno delle soglie annuali, ufficialmente ARPA Calabria dichiara che nessun valore limite è stato superato in modo sistematico e lascia spazio a valutazioni sul contributo cumulativo delle emissioni locali.
Abbiamo condiviso i risultati dei documenti di ARPA Calabria sul PM10 con Almuth Ernsting di Biofuelwatch.
“È davvero pessimo”, ha ribattuto. “Il limite [legale] è [fissato] già troppo [in] alto, e si vede raramente che venga superato. Questo significa che la situazione deve essere piuttosto grave.”
Il particolato atmosferico, polveri pericolose quanto il loro livello di finezza, è riconosciuto come uno degli elementi più inquinanti e cancerogeni dall’OMS. “L'inquinamento atmosferico determina una premorienza, ossia una morte anticipata di circa 7 milioni di persone l'anno. Stiamo parlando della peggior causa di mortalità da fattori ambientali,” spiega Ferdinando Laghi, medico e presidente internazionale dell’Associazione Medici per l'Ambiente. Ma la regione Calabria non risulta nemmeno avere un registro tumori affidabile.
“C'è un problema legale e un problema sanitario”, esordisce. “Il problema dei limiti di legge è un problema che spesso viene utilizzato per chiudere il discorso salute. Ma i limiti di legge [...] non sono fatti solo per proteggere la salute. Sono una mediazione fra varie esigenze economiche, lavorative e di salute.”
A Crotone, la storia delle industrie e delle loro ricadute ambientali e sanitarie è molto sentita, racconta Filippo Sestito di Arci Nazionale e Arci Crotone, ma qui non c’è stato un grande movimento di resistenza contro la centrale di Crotone come quello di Strongoli, dove l’impianto a biomasse era “l'elemento inquinante più invasivo”.
Intorno al tavolo pieno di fogli di giornale di casa Garritano, intanto, oggi che della centrale nessuno parla quasi più, si tirano le somme delle vicende degli ultimi vent’anni. Vent’anni di blitz contro la mafia, di emissioni sottostimate e di cippato da chissadove che brucia vicino alla costa.
C’è stato un periodo, fino a poco tempo fa, in cui a Strongoli a Natale le luci in piazza si accendevano con la scritta “Auguri da Biomasse Italia” e i bidoni per la nettezza urbana della città portavano il nome dell’azienda. Un periodo in cui si parlava spesso delle royalties che Biomasse Italia pagava al comune, soldi che “dovevano cambiare tutto”, ma che “non hanno cambiato proprio niente”. “Come ai [nativi] a cui davano lo specchietto,” sibila Gaetani prima di tornare a parlare fitto per un’ora dell’aria che non si respira, delle finestre chiuse della scuola, dei camion che entrano in centrale “e non si sa cosa contengano”; di voci e speculazioni - come cartoline logore passate di mano in mano - sulla provenienza del cippato del porto, della puzza delle ciminiere e dei soldi pubblici alla centrale; delle famiglie che dipendono dalla filiera, delle minacce e la coercizione; dei vuoti normativi e delle istituzioni che non si prendono le loro responsabilità.
“[Questi] sono centri di potere economico, per questo si è incuriosito il ceco”, riflette Gaetani, e poi si sofferma a ricordare di quel giorno, dopo un incontro organizzato dal comitato, in cui una donna, avvicinandola, le disse: “Di una cosa dobbiamo morire, o moriamo di fame o moriamo per le biomasse.”
Questo articolo fa parte di “Biomass: the Green Mirage”, un’inchiesta durata mesi e realizzata da un team internazionale di giornaliste e giornalisti provenienti da cinque Paesi: Sofia Cherici e Gianluca Liva (Italia); Aïda Delpuech (Francia); Ann Esswein (Germania); Christine Ro (Regno Unito) e Martin Vrba (Repubblica Ceca). Questa indagine è stata sviluppata con il sostegno di Journalismfund Europe e in collaborazione con la testata investigativa Follow The Money.