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Ammaniti: “C’è ancora chi pensa che la donna sia un suo trofeo”

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Lo psicanalista interpreta i femminicidi di Sara Campanella e Ilaria Sula: «Due storie diverse, in comune l’analfabetismo affettivo che genera rabbia. Le ragazze imparino a parlare in famiglia»
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Questo è analfabetismo affettivo che genera rabbia».

È lapidario Massimo Ammaniti, psicoanalista, nella lettura degli ultimi due femminicidi.

Professore Ammaniti, ancora due giovanissime, uccise da coetanei che non tollerano il rifiuto.

«Sono due storie diverse ma che vedono protagonisti ventenni in piena adolescenza che può arrivare fino ai 25 anni, studenti universitari, istruiti. A Messina, Sara non aveva nessun legame con quel ragazzo, chiuso, isolato per cui lei rappresentava la liberazione, un ideale impossibile da raggiungere che deve aver provocato un blackout nella sua testa. A Roma, invece con Ilaria siamo di fronte allo schema classico di una relazione che finisce e di un giovane uomo fragile che non tollera di essere abbandonato. Quello che colpisce è il problema della inadeguatezza di molti giovani sul piano delle emozioni e dell’affettività».

Da cosa deriva questa inadeguatezza e soprattutto come intervenire?

«Ci troviamo di fronte a ragazzi che non sono in grado …

Questo è analfabetismo affettivo che genera rabbia».

È lapidario Massimo Ammaniti, psicoanalista, nella lettura degli ultimi due femminicidi.

Professore Ammaniti, ancora due giovanissime, uccise da coetanei che non tollerano il rifiuto.

«Sono due storie diverse ma che vedono protagonisti ventenni in piena adolescenza che può arrivare fino ai 25 anni, studenti universitari, istruiti. A Messina, Sara non aveva nessun legame con quel ragazzo, chiuso, isolato per cui lei rappresentava la liberazione, un ideale impossibile da raggiungere che deve aver provocato un blackout nella sua testa. A Roma, invece con Ilaria siamo di fronte allo schema classico di una relazione che finisce e di un giovane uomo fragile che non tollera di essere abbandonato. Quello che colpisce è il problema della inadeguatezza di molti giovani sul piano delle emozioni e dell’affettività».

Da cosa deriva questa inadeguatezza e soprattutto come intervenire?

«Ci troviamo di fronte a ragazzi che non sono in grado di raggiungere una maturità affettiva. Mi interrogo sul senso di introdurre nelle scuole l’educazione all’affettività. Qui non è questione di teoria, è troppo semplicistico. Il lessico delle emozioni lo si impara in famiglia, l’affettività va vissuta».

Questo basta a trasformare in assassini dei giovani che fino a quel momento con la violenza non hanno mai avuto a che fare?

«Anche oggi, nonostante i tempi siano cambiati, tra gli uomini resistono pregiudizi e stereotipi mentali. Su tutti quello che la donna è un trofeo da possedere, anche tra gli adolescenti. Il maschio ha una storia, per crescere deve staccarsi dalla madre e questo processo viene vissuto come una perdita, che poi rimane. Quando instaura una relazione sentimentale è come se questa lo dovesse ripagare di quella perdita, come fosse centrale per la sua identità. Per questo quando, invece, se viene abbandonato da una donna scatta la rabbia, il risentimento, il desiderio di distruggere la persona che l’ha lasciato».

Nè Sara nè Ilaria avevano confidato alcuna preoccupazione a familiari o amici. Le ragazze hanno ancora difficoltà a percepire il rischio di alcuni comportamenti?

«Non dobbiamo stancarci di ripetere alle nostre figlie, nipoti, sorelle l’importanza di imparare a capire quali sono le relazioni a rischio. La gelosia non è mai una forma di amore. Il possesso, il controllo sono solo forme di sopraffazione davanti alle quali deve sempre scattare un campanello di allarme nella consapevolezza che l’innamoramento può rendere ciechi. Parlarne, sempre, con familiari e amici può salvare la vita».

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