«Papà beveva e picchiava la mamma. Una simile violenza mi ha fatto soffrire per anni. Questa volta però non ci ho visto più: ho avuto paura che l’ammazzasse e per fermare l’ennesimo pestaggio l’ho ucciso». Ha confessato disperato Bojan Panic, studente liceale di 19 anni. Ieri notte ha accoltellato il padre Simeun, 46 anni, muratore, colpito in casa con un coltello afferrato in cucina. La famiglia bosniaca, arrivata in Italia una decina di anni fa, da pochi mesi si era trasferita a Mezzolombardo, in Trentino.
Il ragazzo, sentito dalla pm di Trento, Patrizia Foiera, è tornato libero ieri sera e si trova con la madre Milka ed il fratello minore a casa di alcuni parenti.
Sono stati proprio madre e figlio, sotto shock dopo il tragico epilogo del litigio domestico, a chiamare soccorsi e carabinieri. Poco prima avrebbero cercato invano di rianimare la vittima, esanime sul pavimento davanti anche all’altro figlio di 17 anni. Fino all’intervento del radiomobile dei carabinieri, l’annoso dramm…
«Papà beveva e picchiava la mamma. Una simile violenza mi ha fatto soffrire per anni. Questa volta però non ci ho visto più: ho avuto paura che l’ammazzasse e per fermare l’ennesimo pestaggio l’ho ucciso». Ha confessato disperato Bojan Panic, studente liceale di 19 anni. Ieri notte ha accoltellato il padre Simeun, 46 anni, muratore, colpito in casa con un coltello afferrato in cucina. La famiglia bosniaca, arrivata in Italia una decina di anni fa, da pochi mesi si era trasferita a Mezzolombardo, in Trentino.
Il ragazzo, sentito dalla pm di Trento, Patrizia Foiera, è tornato libero ieri sera e si trova con la madre Milka ed il fratello minore a casa di alcuni parenti.
Sono stati proprio madre e figlio, sotto shock dopo il tragico epilogo del litigio domestico, a chiamare soccorsi e carabinieri. Poco prima avrebbero cercato invano di rianimare la vittima, esanime sul pavimento davanti anche all’altro figlio di 17 anni. Fino all’intervento del radiomobile dei carabinieri, l’annoso dramma delle violenze contro la moglie Mika, commessa, era rimasto un segreto custodito in famiglia.
Non risultano denunce per maltrattamenti a forze dell’ordine e servizi sociali. Nel corso dell’interrogatorio Bojan Panic, difeso dall’avvocata Veronica Manca, ha detto che il padre si è scagliato contro la madre in camera da letto, poco dopo essere rincasato attorno alle 23. I vicini di casa hanno confermato di aver sentito forti rumori provenire dal loro appartamento al secondo piano, attorno all’1.30. «Non sono intervenuto — è la testimonianza di Mirko, dirimpettaio — perché le grida non sembravano richieste d’aiuto. Ho pensato a qualcuno alticcio per l’alcol, che però stesse facendo festa».
Mezz’ora più tardi, all’improvviso, il silenzio e la telefonata dell’omicida al 112. «Ho cercato invano di rianimarlo», ha detto Bojan ai carabinieri, ancora immobile accanto al cadavere del padre e con il coltello accanto. «Ha inseguito me e mio fratello — ha proseguito — fino nella nostra stanza. Abbiamo avuto paura, quando è caduto non ho capito di averlo ucciso». Questa versione dei fatti è ora al vaglio di procura e carabinieri del nucleo investigativo e dovrà essere confermata anche dall’autopsia sulla vittima.
Tra gli elementi decisivi da chiarire il numero dei fendenti, dagli inquirenti definiti «numerosi», e la causa del decesso. Altri vicini hanno riferito «che colpi e urla provenivano spesso dall’appartamento occupato dalla famiglia bosniaca». Mesi fa nell’edificio, in via Frecce Tricolori, era scoppiato un incendio rivelatosi doloso. Mai nulla però che lasciasse presagire il dramma.
Coniugi e figli uscivano di casa insieme, in apparenza sereni: fotografie ritraggono padre e figlio abbracciati e sorridenti. Anche la moglie della vittima, sentita nel pomeriggio dopo essere stata dimessa dal pronto soccorso, dove era arrivata in ambulanza sotto shock, ha confermato il racconto del figlio. «Quando si è scagliato contro mio marito — ha detto — non mi sono resa conto che aveva in mano un coltello. È stato un attimo, non ho potuto fare qualcosa per fermarlo».
L’intera famiglia, che per quasi un decennio ha vissuto a Laives in Alto Adige, risulta socialmente ben inserita e senza problemi di lavoro. Il giovane arrestato, in Italia da quando era bambino, fino a giovedì frequentava il liceo Galileo Galilei di Bolzano. Compagni di scuola e nuovi vicini di Mezzolombardo lo descrivono come «un ragazzo allegro, normale e mite» e lo difendono. «Avrei fatto come lui — ha detto Salvatore, amico di Bojan — se mio papà avesse alzato le mani su mia mamma».