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Ilaria Sula, i genitori: “Nostra figlia non era un oggetto, non doveva essere buttata via così”

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Lo strazio dei genitori della ragazza uccisa a Roma da Mark Samson: “Non era un paio di scarpe. Era una persona. E adesso non c’è più. Il suo assassino deve marcire in carcere”. Il fratello: “Vorrei conoscere le sue ultime parole”
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TERNI – "Nostra figlia non era un paio di scarpe, non era un oggetto, non doveva essere buttata via così. Era una persona. E adesso non c’è più». Sono schiacciati dal dolore, frastornati da eventi che mai avrebbero immaginato, Flamur e Gezime Sula, i genitori di Ilaria, la ragazza di 22 anni che l’ex fidanzato Mark Samson ha ammazzato, chiuso in una valigia e abbandonato in un dirupo. Volto stanco, occhi consumati dal tormento, la mamma parla per la prima volta, dopo aver passato giorni, persa in una nebbia di dolore, incredulità e strazio «poi la forza me l’ha data mia figlia». Con loro, nello studio dell’avvocato Giuseppe Sforza che li assiste, c’è il figlio minore, Leon, che ha perso «una sorella, un’amica, una complice, un tutto. Quando facevo qualcosa di sbagliato, era lei che mi rimproverava». Lui, Mark Samson l’ha conosciuto. «L’avevo visto una volta. Sembrava un tipo tranquillo, ma a mia sorella chiedevo sempre se stesse bene. Lei mi diceva di sì e io mi fidavo». A lui no, non…

TERNI – "Nostra figlia non era un paio di scarpe, non era un oggetto, non doveva essere buttata via così. Era una persona. E adesso non c’è più». Sono schiacciati dal dolore, frastornati da eventi che mai avrebbero immaginato, Flamur e Gezime Sula, i genitori di Ilaria, la ragazza di 22 anni che l’ex fidanzato Mark Samson ha ammazzato, chiuso in una valigia e abbandonato in un dirupo. Volto stanco, occhi consumati dal tormento, la mamma parla per la prima volta, dopo aver passato giorni, persa in una nebbia di dolore, incredulità e strazio «poi la forza me l’ha data mia figlia». Con loro, nello studio dell’avvocato Giuseppe Sforza che li assiste, c’è il figlio minore, Leon, che ha perso «una sorella, un’amica, una complice, un tutto. Quando facevo qualcosa di sbagliato, era lei che mi rimproverava». Lui, Mark Samson l’ha conosciuto. «L’avevo visto una volta. Sembrava un tipo tranquillo, ma a mia sorella chiedevo sempre se stesse bene. Lei mi diceva di sì e io mi fidavo». A lui no, non vuole chiedere i motivi di quel brutale omicidio, «non avrebbe senso. Ma vorrei tanto sapere quali sono state le ultime parole di mia sorella», sussurra. Sono i genitori a schiarirsi la voce e a raccontare la loro Ilaria.

A chi l’ha conosciuta solo adesso, cosa direste di vostra figlia?

«Era una ragazza meravigliosa. La nostra vita, il nostro cuore, il nostro angelo. Aveva tanti sogni, non si fermava mai. Quando decideva di fare una cosa, alla fine in un modo o nell’altro riusciva a raggiungere l’obiettivo. Studiava Statistica finanziaria, di tanto in tanto le chiedevamo di cosa si trattasse. “Cose difficili”, rispondeva. Ma all’università era brava».

Quando ha deciso di studiare fuori, eravate preoccupati?

«Era una ragazza con la testa sulle spalle. Le sarebbe piaciuto studiare a Bologna, ma trovare un appartamento è stato impossibile. Perugia non le piaceva, allora siamo andati insieme a Roma. Abbiamo girato tutta la città, la sera siamo andati insieme a piazza Navona, a piazza di Spagna. A fine giornata ha detto “Roma va bene”».

Si sarebbe laureata a breve. Che progetti aveva per dopo?

«La laurea era prevista per ottobre. Già pensava alla festa, al vestito. Era così contenta. Ci aveva avvertiti: “Dovrò invitare tante persone”. E noi le dicevamo, “non ti preoccupare, facciamo tutto quello che vuoi”. Dopo voleva continuare a studiare, fare un master. Sognava in grande la nostra Ilaria».

Dietro alla bara una ragazza alza tra la folla una foto il cui la giovane vittima appare sorridente durante il corteo funebre che accompagna il feretro di Ilaria Sula verso il cimitero cittadino, che dista circa un chilometro, dove è prevista una breve cerimonia laica per l'ultimo saluto alla giovane uccisa a Roma, Terni, 07 aprile 2025. ANSA/ FRANCESCO PATACCHIOLA 

È sempre stata così determinata?

«Da piccola ha deciso di studiare il pianoforte e tanto ha fatto finché non l’ha imparato. Ogni volta che tornava qui, si metteva a suonare. Avrebbe voluto portarlo con sé Roma, ma non c’era spazio. Suonava sempre “Per Elisa”, le piaceva tanto».

Tornava spesso a casa?

«Ogni volta possibile. Anche quel fine settimana la aspettavamo. L’ultima volta ci siamo sentiti martedì, Ilaria doveva studiare per un esame, per questo ci aveva chiesto di lasciarla in pace per un paio di giorni in modo da potersi concentrare. Generalmente arrivava dopo pranzo, ma voleva fare la manicure qui e aveva chiesto di prenotarle un appuntamento. Di pomeriggio non c’era posto, quindi aveva deciso di anticipare la partenza a venerdì sera».

Dal treno però non è mai scesa.

«Suo fratello è andato a prenderla alla stazione, il treno è arrivato e è ripartito e Ilaria non c’era».

Avevate provato a contattarla?

«Le avevamo già mandato un messaggio per sapere se avesse preso il treno, ma risultava non consegnato. Ci siamo preoccupati, poi abbiamo pensato che si fosse addormentata e l’avesse perso, anche se non era da lei, era una persona molto precisa. Abbiamo provato a chiamarla, ma il telefono risultava spento. Lì abbiamo capito che era successo qualcosa».

Sapevate della relazione con Mark Samson?

«Sì, ma non la consideravamo una cosa seria. Ci aveva parlato di lui. Ilaria non ci nascondeva nulla». La madre ha confessato di averlo aiutato a cancellare le tracce.

Da genitori cosa ne pensate?

«Come si fa a fare una cosa del genere? Avrebbe dovuto chiamare i soccorsi, l’ambulanza, la polizia. Non aiutarlo a pulire tutto, coprirlo. Quella non è una madre».

Cosa vi aspettate dalla giustizia italiana?

«Lui deve marcire in carcere per tutta la vita. Quello che le ha fatto, non si fa neanche agli animali. Nostra figlia non era un oggetto e l’ha buttata via come se lo fosse».

Dopo tutto quello che è successo, come si fa a andare avanti?

«Finora ce l’abbiamo fatta, poi non sappiamo. Ci hanno strappato via non un pezzo di cuore, tutto. Nostra figlia è chiusa in un posto da cui non può più uscire, a casa non può tornare, non la vedremo mai più entrare dalla porta, stare nella sua stanza. La forza ce la sta dando lei. Abbiamo il dovere di assicurarle che sia fatta giustizia».

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