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Mancone “L’intelligenza artificiale ci aiuterà a incastrare gli assassini”

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Nel 173esimo anniversario della Polizia di Stato, parla la direttrice della Scientifica. Alla Galleria Sordi la mostra “La verità nelle tracce” sui 120 anni del reparto
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Un tempo c’erano solo le foto e le impronte digitali, oggi basta la voce di un soggetto ignoto, un modo di camminare, un’altezza o la sofisticata lettura di un Dna fin qui illeggibile per incastrare un assassino. E poi c’è lei, l’intelligenza artificiale, la grande alleata della Scientifica, diretta da Fabiola Mancone, a cui oggi, nel 173esimo anniversario della Polizia di Stato, è dedicata una mostra alla Galleria Sordi.

Dottoressa Mancone, oggi la Polizia scientifica fa paura a chi dopo tanti anni è rimasto impunito.

«Il nostro lavoro è cambiato tanto in questi 120 anni. Quella che allora fu l’intuizione di Salvatore Ottolenghi, il padre della polizia scientifica, ha subito una trasformazione radicale, con un salto di qualità inimmaginabile nell’epoca in cui tutto era affidato all’occhio vigile del poliziotto. Ottolenghi fu un genio, a lui si deve l’apertura dei primi laboratori, il primo corso per insegnare l’approccio scientifico ai poliziotti».

Oggi, invece, del vostro repar…

Un tempo c’erano solo le foto e le impronte digitali, oggi basta la voce di un soggetto ignoto, un modo di camminare, un’altezza o la sofisticata lettura di un Dna fin qui illeggibile per incastrare un assassino. E poi c’è lei, l’intelligenza artificiale, la grande alleata della Scientifica, diretta da Fabiola Mancone, a cui oggi, nel 173esimo anniversario della Polizia di Stato, è dedicata una mostra alla Galleria Sordi.

Dottoressa Mancone, oggi la Polizia scientifica fa paura a chi dopo tanti anni è rimasto impunito.

«Il nostro lavoro è cambiato tanto in questi 120 anni. Quella che allora fu l’intuizione di Salvatore Ottolenghi, il padre della polizia scientifica, ha subito una trasformazione radicale, con un salto di qualità inimmaginabile nell’epoca in cui tutto era affidato all’occhio vigile del poliziotto. Ottolenghi fu un genio, a lui si deve l’apertura dei primi laboratori, il primo corso per insegnare l’approccio scientifico ai poliziotti».

Oggi, invece, del vostro reparto fanno parte ingegneri, biologi, fisici, statistici.

«Certo, e il loro apporto professionale ci consente di rileggere e di incrociare vecchi materiali probatori che improvvisamente rivivono e trovano un nome e un volto in una delle nostre banche dati».

Ci faccia un esempio concreto.

«La Sari, ad esempio, che è il Sistema automatizzato di riconoscimento facciale. Una persona che commette un reato può essere immortalata da qualsiasi telecamera. Per noi può essere un illustre sconosciuto, ma basta acquisire il video che interessa, estrapolare i fotogrammi ritenuti utili e inserirli nella banca dati Sari ed ecco che farà match con alcuni candidati ritenuti compatibili».

Con un enorme contributo dell’intelligenza artificiale, no?

«Sicuramente sì, ma attenzione. Fino a un certo punto. L’attività di intelligenza del nostro operatore è fondamentale nella valutazione, nella comparazione. Non a caso ogni nostra attività viene sempre certificata da un operatore».

Quali applicazioni trova nel vostro lavoro l’IA?

«Tantissima. La utilizziamo innanzitutto per il Deep fake, l’attività di analisi che deve accertare, ad esempio, se un video è originale o fasullo. L’intelligenza artificiale ci consente di capire, anche solo dalla presenza di un piccolo oggetto in più, se una foto è reale o se siamo di fronte ad un tentativo di depistaggio. E poi naturalmente, l’invecchiamento di un volto o la ricostruzione tridimensionale della scena di un crimine. Con un software, da un verbale di sopralluogo, dalla relazione di un medico, da una testimonianza nasce una dimostrazione virtuale utile anche per capire se un testimone mente».

Il sopralluogo resta sempre l’anima di un’indagine?

«Sempre. Solo che oggi la ricerca sulla scena di un crimine è cambiata. Prima cercavamo impronte digitali con il pennello, tracce di sangue, capelli, utili per il Dna, bossoli. Oggi il nostro “sopralluoghista” cerca tracce elettroniche, tracce cosiddette immateriali che acquisiscono grandissima importanza in un’indagine. Pensiamo ad esempio all’estrapolazione di una voce o a quello che può venir fuori da un cellulare. Prima su un telefonino si cercavano solo le impronte digitali».

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