Milano – La signora Prada non era ancora nata, professionalmente parlando, che già l’altro lanciava sul mondo uno dei suoi simboli più potenti, e così parlava: “Quando le persone guarderanno a Versace, dovranno sentirsi atterrite, pietrificate, proprio come quando si guarda negli occhi la Medusa”. Poi, la Medusa l’ha vista davvero in faccia lui, la mattina del 15 luglio 1997, morendo sulla scalinata della villa di Miami, e lì è finita la prima parte della maison fondata da Gianni Versace. Si può ben dire che era al top, e nel frattempo Miuccia avanzava serenamente sulle passerelle, proponendo cose che nessuna delle dame vestite Versace si sarebbe mai messa (Madonna, con il golfino e la gonna a piegoni, difficile da immaginare). E sarà certo un ragionamento grossiero, ma era ed è tuttora così, il confronto tra due stili di donne incompatibili e non intercambiabili, chi comprava Prada non comprava Versace e viceversa, si può vivere felici lo stesso.
Milano – La signora Prada non era ancora nata, professionalmente parlando, che già l’altro lanciava sul mondo uno dei suoi simboli più potenti, e così parlava: “Quando le persone guarderanno a Versace, dovranno sentirsi atterrite, pietrificate, proprio come quando si guarda negli occhi la Medusa”. Poi, la Medusa l’ha vista davvero in faccia lui, la mattina del 15 luglio 1997, morendo sulla scalinata della villa di Miami, e lì è finita la prima parte della maison fondata da Gianni Versace. Si può ben dire che era al top, e nel frattempo Miuccia avanzava serenamente sulle passerelle, proponendo cose che nessuna delle dame vestite Versace si sarebbe mai messa (Madonna, con il golfino e la gonna a piegoni, difficile da immaginare). E sarà certo un ragionamento grossiero, ma era ed è tuttora così, il confronto tra due stili di donne incompatibili e non intercambiabili, chi comprava Prada non comprava Versace e viceversa, si può vivere felici lo stesso.
Era anche uno scontro di civiltà, più che una sfida creativa, che da fine Ottanta li vide coesistere, seppure su binari diversi, ma paralleli nel grande successo globale, e nel rispetto reciproco, ma sempre connotando il proprio ego e stile, e quindi allargando la differenza ad ogni stagione, stupendo i buyer e chi seguiva l’evoluzione di ciascuno, in tutto questo sovrastati dalla grandezza di Giorgio Armani, che ha sempre viaggiato per conto suo, sidereo. E in quel 1997 è arrivata Donatella, e siamo quindi al Versace atto secondo, e lei ha raccolto sì l’eredità, ma l’ha addirittura assunta su di sé, incarnando il modello dello stile di casa sulla sua stessa pelle, e diventando lei icona vivente, più modella delle top che il fratello aveva di fatto creato, Naomi, Linda, Carla, Christy, protagoniste in scena di quella moda eccessiva, barocca, sensuale, di oro scintillante, e mediterranea come erano i fratelli Versace, calabresi di Reggio poi arrivati a Milano, e il ragazzino Gianni, apprendista nell’atelier della mamma sarta, ma forse già allora sognava la Medusa.
Intanto. Miuccia aveva preso in mano l’azienda di famiglia con sede in Galleria, le austere vetrine (ancora oggi), di nero e oro (opaco, però), la Fratelli Prada fondata nel 1913 a Milano, fornitrice di borse da viaggio, bauli e guanti di ottimi cuoi, pelli e fattura, per l’aristocrazia industriale lombarda e anche per la Casa Savoia. Che farsene, però, se non trasformarla, e mettersi in gioco inventando un lusso mai visto, e però quasi invisibile, tanto che all’epoca si diceva che le ragazze che vestivano Prada erano troppo “monache, castigate e con quelle gonne al ginocchio, poi”. E così milanesi, tra l’altro. Le ragazze Versace erano invece sempre troppo aggressive, scollate, audaci (e Donatella, con quel biondo platino, l’abbronzatura, il trucco, lo spacco). Donna immagine della maison, ma l’altra mica scherzava.
Pallida, e con il cerchietto a trattenere i capelli, lei incarnazione di un quieto stile borghese, e così tranquillizzante, che quando ci siamo accorti che in realtà era rivoluzionario, era già troppo tardi, e già sfoggiava lei stessa i calzini a metà polpaccio, pellicce fluo, a esaltare il contrasto con tutto quello che una volta era lo stile della sciura e della ragazza di buona famiglia, ma ante 1968. Il bon ton, lo chic, la giacca che cade giusta, la gonna a pieghe, i colori scuri, il blu che va sempre bene, e anche la calza coprente. Tutte cose che abbiamo rivisto passare, ma così ultramoderne, adesso. L’altra, era lo shock voluto, realizzando l’effetto Medusa teorizzato dal fratello. Il bondage, il fetish, cinghie e forse c’erano anche le manette, ma chi le aveva mai viste allora su una passerella? E i motivi barocchi esasperati, le greche, era certamente una donna eccessiva, sfrontata, impavida, quella delle collezioni Versace, forse è nata lì la leggenda del tacco 12, di sicuro la principessa del Galles — nata e cresciuta in uno stile inglese formale, non Westwood — quando cambiò vita, cominciò a indossare certi abiti dell’amico Gianni, disegnati apposta per lei, come quello viola del ‘96, forse più sexy del mitico Revenge dress.
Poi, Prada non ha fatto solo golfini e gonne a pieghe, e Versace non ha fatto solo abiti da sera con spacchi alla coscia, e tutti sappiamo che le sfilate sono uno spettacolo, nella vita vera si può vestire quello stile ma attenuato, però nel famoso immaginario collettivo resta poi quello. Il minimalismo versus il barocco, e comunque sempre il modello unico di una donna assertiva. Entrambe lo sono state e lo sono, Miuccia e Donatella, egualmente silenziose, poche interviste, molto lavoro, inquadrate nelle loro vite parallele, e così le donne (e gli uomini) che hanno vestito negli anni, con i sandaletti da zia o le scollature impossibili (e quasi mai, il reggiseno), perché gli estremi talvolta si toccano.