Shengjin (Albania) – La quarta missione in Albania del governo Meloni vede arrivare i migranti ammanettati. «Per motivi di sicurezza, per evitare atti di autolesionismo», spiegano i funzionari. In fila indiana, scortati da un numero di poliziotti imponente, che riempie la nave della Marina militare “Libra” mentre approda al porto di Shengjin nel pomeriggio tiepido. Quando poi scendono, per ogni immigrato ci sono due agenti, uno davanti e l’altro dietro. Catturati nella trappola perfezionata dalla premier con il decreto del 28 marzo, che estende anche ai non richiedenti asilo la possibilità del trasferimento nel Paese delle Aquile. Se i tre tentativi di ottobre, novembre e gennaio sono stati un flop, questa volta non si prevedono ritorni in Italia nel giro di pochi giorni. Perché non ci sono giudici che devono esprimersi nell’immediato, non c’è nulla da convalidare, per il momento.
Shengjin (Albania) – La quarta missione in Albania del governo Meloni vede arrivare i migranti ammanettati. «Per motivi di sicurezza, per evitare atti di autolesionismo», spiegano i funzionari. In fila indiana, scortati da un numero di poliziotti imponente, che riempie la nave della Marina militare “Libra” mentre approda al porto di Shengjin nel pomeriggio tiepido. Quando poi scendono, per ogni immigrato ci sono due agenti, uno davanti e l’altro dietro. Catturati nella trappola perfezionata dalla premier con il decreto del 28 marzo, che estende anche ai non richiedenti asilo la possibilità del trasferimento nel Paese delle Aquile. Se i tre tentativi di ottobre, novembre e gennaio sono stati un flop, questa volta non si prevedono ritorni in Italia nel giro di pochi giorni. Perché non ci sono giudici che devono esprimersi nell’immediato, non c’è nulla da convalidare, per il momento.
Sulla banchina, i quaranta da espellere, scelti per l’ultima versione dell’esperimento di delocalizzazione dei flussi migratori fuori dal territorio italiano, fanno pochissimi passi. Due bus si accostano al pattugliatore grigio per farli salire e condurli nell’hotspot che si trova a pochi metri di distanza nel porto: l’ordine è che non poggino piede sul suolo straniero per non invalidare il trasferimento. Uno di loro, scendendo, fa con le mani legate il segno della preghiera, riferisce Francesco Ferri, l’attivista di Action Aid che assiste alla scena accanto all’europarlamentare Cecilia Strada e all’avvocato Gennaro Santoro. Sono stati prelevati da quasi tutti i centri di permanenza e rimpatrio italiani, da Gradisca d’Isonzo a Brindisi. E sono marocchini, tunisini, nigeriani, egiziani, pachistani, bangladesi, algerini, georgiani, moldavi. Tutti con i polsi giunti e il capo chino.
«È vergognoso, non credevo si potesse arrivare a tanto. È la violazione di qualsiasi diritto, li hanno trattati come animali». Rosa Guerra difende quattro di loro. Stamattina sarà già nel centro di Gjader, dove ieri sera i suoi assistiti e gli altri sono stati trasportati in autobus dopo una breve sosta nell’hotspot: per la polizia italiana non era necessaria l’identificazione, per quella albanese sì. D’altronde è lo Stato che li deve ospitare per un periodo lungo, fino a diciotto mesi. «È una deportazione vera e propria», commenta l’avvocata.
Alcuni di loro hanno precedenti di polizia, spaccio, furto, resistenza a pubblico ufficiale. Altri no. Come Fahim, un quarantanovenne originario del Bangladesh che per tanti anni ha venduto rose nei ristoranti di Roma, ha provato anche altri lavoretti, ma poi è rimasto disoccupato, è stato fermato e non aveva il permesso di soggiorno. Al giudice di pace ha detto di averlo perso, voleva comunque tornare nel suo Paese, dalla madre malata. L’udienza era fissata per ieri ma non si è celebrata: era nel pattugliatore della Marina militare in viaggio per l’Albania. Un altro è tossicodipendente, va avanti con il metadone, ma è anche malato. Per un ragazzo la proroga dei novanta giorni per la richiesta di protezione è scaduta la scorsa settimana, era in attesa di udienza. Un algerino è arrivato nel 2008, ha fratello e sorella in Italia, non hanno ancora saputo del trasferimento in Albania. Da qui, dicono i funzionari di polizia, sarà più facile il rimpatrio per Paesi come il Marocco, uno dei dodici Stati con i quali il Paese balcanico ha sottoscritto accordi bilaterali per far tornare gli stranieri nei loro Paesi d’origine. Non dovrebbe essere consentito, il rimpatrio dovrebbe avvenire comunque dall’Italia, ma questa è una delle incognite della nuova procedura che si è attivata con il nuovo decreto. Gli avvocati stanno affilando le armi per presentare ricorso. «I criteri non li abbiamo capiti», incalza Loredana Liso, un’avvocata che assiste cinque stranieri.
Tutto questo avviene in un Paese distratto dalle elezioni. Anche l’opposizione tace. Gjjin Gjoni, ex giudice oggi candidato per il partito democratico, di centrodestra, ammette: «L’accordo andrebbe aggiornato, non prevedeva che fossero ospitati qui persone in stato di detenzione». Ma ammette: «Abbiamo parlato con esponenti di Forza Italia, non vogliamo rompere le relazioni». Così muore in Albania lo Stato di diritto.