Chi era Graziano Mesina: una vita in fuga tra sequestri, evasioni, grazia e ricadute
di Brunella GiovaraL'uscita dal carcere del bandito sardo Graziano Mesina
Non finisce qui, la leggenda nera di Graziano Mesina, morto ieri a Milano a 83 anni, quaranta dei quali passati in galera. Sempre orgogliosamente bandito, ora consegnato alla storia criminale d’Italia con altri della sua stessa genia, che si chiamano Salvatore Giuliano e Piero Cavallero. Uno morto ammazzato, l’altro infine redento. Mesina, ucciso dal cancro, trasferito di corsa dal carcere di massima sicurezza di Opera al repartino detenuti del San Paolo, lì se ne è andato.
L’ultimo debito, una pena di 24 anni, ricalcolata su una condanna a 30 anni per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. Fine carriera, ingloriosa, di un uomo nato a Orgosolo durante la seconda guerra mondiale, che si proclamava simbolo della balentìa sarda, del codice barbaricino, del pastore che regola i conti da sé, fuorilegge ma “giusto”, tutte cose vecchie di un mondo finito, in un posto votato al turismo e alla valorizzazione del territorio, non certo ai rottami di quel passato, come lui …
Non finisce qui, la leggenda nera di Graziano Mesina, morto ieri a Milano a 83 anni, quaranta dei quali passati in galera. Sempre orgogliosamente bandito, ora consegnato alla storia criminale d’Italia con altri della sua stessa genia, che si chiamano Salvatore Giuliano e Piero Cavallero. Uno morto ammazzato, l’altro infine redento. Mesina, ucciso dal cancro, trasferito di corsa dal carcere di massima sicurezza di Opera al repartino detenuti del San Paolo, lì se ne è andato.
L’ultimo debito, una pena di 24 anni, ricalcolata su una condanna a 30 anni per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. Fine carriera, ingloriosa, di un uomo nato a Orgosolo durante la seconda guerra mondiale, che si proclamava simbolo della balentìa sarda, del codice barbaricino, del pastore che regola i conti da sé, fuorilegge ma “giusto”, tutte cose vecchie di un mondo finito, in un posto votato al turismo e alla valorizzazione del territorio, non certo ai rottami di quel passato, come lui era.
In quel passato, Mesina ha cominciato presto a coltivare l’orgoglio. In quarta elementare, quando prende a sassate il maestro. Espulso dalla scuola, va sotto padrone, da servo pastore. Il primo arresto da ragazzino, per porto d’armi abusivo (e chi non aveva un fucile a Orgosolo, ma lui l’aveva rubato). Il secondo arresto per aver sparacchiato in paese. Fugge dalla caserma dei carabinieri, verso il Supramonte. È la prima volta, lì comincia a costruirsi un suo mito di uomo libero, nell’eterno gioco di guardie e ladri che ha sempre giocato.
Lo prendono, ma poi arrestano tre suoi fratelli, perché in un loro terreno viene trovato il cadavere del sequestrato Crasta. E appena esce dal carcere, il giovane Graziano, anzi Grazianeddu, spara all’accusatore dei Mesina, in un bar. Non lo ammazza, ma sono 16 anni di carcere per tentato omicidio. Riesce a evadere, mentre lo portano in treno a un processo. Ripreso, fugge come un Rocambole, calandosi con le lenzuola dall’ospedale di Nuoro. Da latitante, uccide con il mitra un pastore rivale, ritenendo che gli abbia ammazzato il fratello Giovanni. Unico omicidio della sua vita, gli costa una condanna a 24 anni, e ne ha appena venti.
Da lì in avanti, tutta una fuga. Era un giovane furbo, e abbastanza selvaggio da provarci sempre e ovunque. Nel 1963 dal carcere di Nuoro, invano. Trasferito ad Alghero, poi a Porto Azzurro, a Volterra, a Montelupo Fiorentino, Viterbo, Spoleto, sempre cercando di evadere. Ci riesce a Sassari, assieme a un mercenario disertore della Legione straniera, insieme sequestrano commercianti, proprietari terrieri, figli di famiglie ricche, che paghino il riscatto. Intanto, lo Stato spedisce in Sardegna le prime forze speciali di polizia e carabinieri. Lo catturano nel ’68, fuggirà nel 1976, dal carcere di Lecce. Dopo, sarà molto più difficile. Il generale Dalla Chiesa, impegnato sul fronte del terrorismo, organizzerà le carceri speciali, e dopo l’ennesimo sequestro di persona, e arresto, Mesina finirà a Trani, Fossombrone, Cuneo, Novara, Porto Azzurro.
Evade durante un permesso, viene catturato. Nel ’92 ottiene la semilibertà, dopo 29 anni di carcere. E risorge, protagonista della liberazione di Farouk Kassam, un bambino a cui tagliano un orecchio per convincere il padre a pagare. Mesina viene ingaggiato dai servizi segreti per mediare con i rapitori, e si gode il trionfo: in diretta sul Tg1, annuncia l’avvenuto rilascio. Un anno dopo tornerà in galera. I carabinieri del Ros gli sequestrano armi, e anche un Kalashnikov. Sospettato del progetto di un nuovo sequestro, perde la libertà condizionale. Quindi a Voghera, all’ergastolo.
Ne esce nel 2004, dopo la grazia concessa dal presidente Ciampi. Si inventa un mestiere onesto, che sfrutta la sua storia delinquente: guida turistica a Orgosolo, gite sul Supramonte, racconti di fughe e catture. È pentito? È redento? No. Nel 2013 lo arrestano per aver progettato un sequestro di persona con alcuni complici, e per traffico di droga, furti, rapine. Condannato a 30 anni, e grazia revocata. Scarcerato per decorrenza termini, torna latitante, i carabinieri Cacciatori di Sardegna lo cercano per un po’ nei suoi posti, cioè il Supramonte, sicuri che sia nascosto in una villetta, da amici. Intanto, torna da protagonista nell’elenco dei latitanti pericolosi. Lo arrestano a Desulo, in una villetta.
E così rientra a Badu ‘e Carros, poi a Opera. Ha 80 anni, è ancora un personaggio. Un uomo scaltro, già capace di allearsi con i “politici” conosciuti in carcere, pur di evadere, e di affascinare uno come Giangiacomo Feltrinelli, che sperava in lui per trasformare la Sardegna in una nuova Cuba. Un esibizionista, prodigo di interviste in cui si diceva vittima di complotti, si dichiarava innocente, o si vendeva come il prototipo del bandito sardo. L’ultimo dell’Anonima sequestri, ma in verità l’ultimo — sempre che sia vivo — si chiama Attilio Cubeddu, numero uno dei ricercati d’Italia, condannato per il sequestro Soffiantini. Era la bugia di un vecchio, e perciò requiescat.