Cronaca

Uccide la moglie nelle ore di permesso: il braccialetto elettronico consentiva due allontanamenti

Uccide la moglie nelle ore di permesso: il braccialetto elettronico consentiva due allontanamenti

Udine, Mohamed Naceur Saadi era stato condannato a 5 anni e 4 mesi per le violenze sulla donna. Era ai domiciliari. Dopo il femminicidio si è suicidato. Il pm: “Facile giudicare col senno di poi”. La figlia: “Era terrorizzata, mia madre andava tutelata”

2 minuti di lettura

Per proteggere Samia Bent Rejab, il braccialetto elettronico imposto all’ex marito non è bastato. O meglio, quel tipo di braccialetto elettronico. A due giorni dall’ennesimo femminicidio, è polemica sul regime che ha consentito all’uomo, il 59enne Mohamed Naceur Saadi, di avvicinarsi alla moglie e ucciderla come troppe volte aveva minacciato di fare.

Il femminicidio

Nelle due ore di permesso, in cui il dispositivo non trasmette alcun segnale, Saadi ha preso il treno a Monfalcone, la città in cui era ai domiciliari, ha raggiunto Udine, dove viveva la moglie e l’ha uccisa a coltellate. Colpi al volto, al capo, alle braccia, segno che la donna ha tentato fino all’ultimo di proteggersi. Subito dopo, le ha rubato l’auto e si è allontanato a tutta velocità, per poi lanciarsi contro una betoniera che arrivava dal lato opposto.

Un suicidio, secondo investigatori e inquirenti, che troppo tardi si accorgono che Saadi non è tornato a casa, come previsto dal regime stabilito poco più di un mese fa dal tribunale, con parere favorevole della procura. Contestualmente, non è stata definita nessun’altra forma di protezione per la moglie. Eppure che per lei l’uomo fosse pericoloso lo ha stabilito il 18 marzo una sentenza.

“Allontanamenti autorizzati”

Dopo anni di maltrattamenti e violenze la moglie lo aveva denunciato, convinta lo aveva affrontato a processo, dove Saadi era stato condannato a 5 anni e 4 mesi per maltrattamenti, lesioni aggravate e violenza sessuale aggravata. Poco prima della pronuncia, per lui era stato deciso un cambio di regime: dal carcere era passato ai domiciliari con braccialetto elettronico e due “allontanamenti autorizzati” a settimana per esigenze personali: spesa o visite mediche.

“Ci sono state la massima attenzione e la massima severità da parte del mio ufficio e da parte dell’ufficio del gip nel valutare pericolosità e condotta del soggetto”, si difende il procuratore di Udine, Massimo Lia. Tuttavia quel dispositivo, a differenza dei braccialetti con doppio segnalatore applicati in casi di stalking, si limita a segnalare il mancato rientro a casa del soggetto ai domiciliari. Traduzione, ci sono due ore in cui non c’è controllo.

“All’uomo erano stati dati gli arresti domiciliari che di per sé dovrebbero impedire l’avvicinamento dell’indagato alla vittima: è tutto previsto dal codice di rito”, afferma il procuratore. “Con il senno del poi - dice - poi è facile dire che era meglio non sostituire la misura o non dare queste autorizzazioni”.

L’allarme

A dare l’allarme e indicare ai carabinieri dove fosse il padre è stato il figlio quindicenne. Lo ha visto uscire come una furia dall’appartamento in cui viveva con la madre, la faccia stravolta e i vestiti sporchi di sangue. Agli investigatori ha raccontato di aver dato lui le chiavi di casa all’uomo su indicazione della stessa Samia, che con Saadi doveva discutere dettagli relativi alla separazione. Nei giorni precedenti c’era stata la prima udienza, la donna sperava di essersi finalmente gettata alle spalle gli anni della paura, delle violenze continue, di essersi finalmente liberata di quell’uomo. Che invece per l’ennesima volta ha voluto decidere per lei, per entrambi.

La rabbia della figlia

"Non perdonerò mai mio padre. La mamma voleva solo essere libera e felice. Non è stato fatto abbastanza per aiutarla", ha commentato la figlia, Miriam Saadi. Che al Messaggero Veneto racconta: "La mamma aveva subito più volte violenze da lui", "era stata minacciata di morte. Era terrorizzata". E ancora: "Non è possibile che sia successa una cosa simile, ora siamo rimasti soli, io, mia sorella Sabrina e mio fratello, ancora minorenne". "Quando è arrivato davanti alla porta di casa ha subito capito, dalle urla e dai rumori, che stava succedendo qualcosa di grave. Ha tentato di aprire la porta per aiutare la mamma ma non ci è riuscito. Era disperato. Non dovevano lasciar uscire mio padre e la mamma doveva essere tutelata. Chiediamo giustizia e vogliamo anche capire che cosa non ha funzionato. Chi ha sbagliato deve pagare. La mamma - conclude Miriam - lo aveva denunciato più volte ma poi, per paura e per il timore di danneggiare la famiglia, aveva sempre ritirato le denunce. Alla fine aveva trovato il coraggio e mio padre era finito in carcere ma non è servito perché lo hanno fatto uscire. Una donna che presenta così tante denunce, anche se poi le ritira, va aiutata. Invece nessuno ha fatto nulla".

I commenti dei lettori