Il paradosso del suo pontificato è iscritto fin dalla scelta del nome. Jorge Mario Bergoglio, morto oggi all'età di 88 anni, ha scelto di chiamarsi Francesco, come il santo che riformò la Chiesa dal basso, stando però al suo vertice. Da vescovo di Roma ha terremotato la Curia romana, dalla cattedra più alta ha voluto ridestare il "popolo di Dio", ha fustigato il clericalismo per fare spazio ai laici, ai peccatori, ai non credenti.
Al momento di essere eletto, al Conclave del 2013, ha ereditato una Chiesa profondamente in crisi: il Vaticano scosso dagli scandali, il magistero percepito distante da masse di fedeli. A san Francesco d'Assisi, narra la tradizione, Gesù disse: "Va', ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina". Francesco Papa ha messo mano alle riparazioni con la forza, e i limiti, del ruolo. Profeta visionario e politico prudente, uomo di preghiera e di manovra, ha avviato una riforma profonda della Chiesa, quando accelerando e strappando, quando frenando per non metterne a repentaglio l'unità: alla fine del pontificato la fede resta in ritirata dinanzi all'avanzare della secolarizzazione ma Francesco lascia un Vaticano profondamente rinnovato rispetto a undici anni da.
Come ogni riformatore è incorso nelle critiche che lo hanno investito da un lato e dall'altro, da chi ha temuto che destabilizzasse l'istituzione e da chi avrebbe voluto passi più arditi. Ha governato una Chiesa attraversata da conflitti tra conservatori e progressisti, chierici e laici, paesi sviluppati e "global south". Senza nasconderli, facendoli maturare: per evitare che esplodessero, e trarne invece energia rigenerante. “Unità nella diversità” non è stato uno slogan, ma un programma di governo.
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Quando Benedetto XVI rinuncia, sconvolge i piani di chi, sottotraccia, stava preparando una successione in continuità guardando, ad esempio, all'italiano Angelo Scola. I cardinali che arrivano a Roma da tutto il mondo a fine febbraio del 2013 vogliono voltare pagina rispetto alle lotte di potere, agli scandali finanziari e sessuali, al pessimismo che hanno segnato gli anni di Ratzinger, ma che erano incubati, in realtà, con Giovanni Paolo II. Monta il sentimento anti-italiano. Serve un uomo autorevole, fuori dai giri romani, capace di fare pulizia in casa, se necessario tagliare qualche testa, e rilanciare la fede cattolica. Rispunta, senza farsi troppo notare, Jorge Mario Bergoglio, sebbene abbia già 78 anni, e pochi, all'inizio, lo prendano in considerazione. Eletto 266esimo vescovo di Roma, porta il "complesso antiromano" (copyright di Hans Urs von Balthasar) nel cuore di Roma. "Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d'Egitto con uno spazzolino da denti", sferza, ma "una Curia chiusa in se stessa sarebbe condannata all'autodistruzione".
L'elezione rappresenta una triplice novità storica. È il primo Papa latino-americano della storia. È il primo Papa che prende il nome di san Francesco. Ed è il primo gesuita: i gesuiti non accettano, in linea di principio, incarichi di governo. Ma nel corso della sua storia la Chiesa si è affidata loro in frangenti di crisi epocale: l'ordine fu fondato da sant'Ignazio di Loyola al momento della riforma protestante. L'elezione straordinaria di Bergoglio fa trasparire la straordinarietà della crisi che il cattolicesimo attraversa.
Francesco governa con abilità l’inedita coabitazione con il predecessore. Bergoglio non potrebbe essere più diverso da Ratzinger, ma non sarebbe stato eletto se il predecessore non si fosse dimesso (scelta che ratzingeriani e wojtyliani non gli perdonano), e realizza la riforma della Curia che il tedesco non era riuscito a fare. Inizialmente lo coinvolge anche pubblicamente, ma le distanze sono troppo ampie. E vengono alimentate da monsignor Georg Gaenswein, il segretario particolare di Benedetto XVI, che appena Ratzinger muore va all’attacco di Bergoglio. Un fatto “triste”, lo ha definito Francesco nel libro-intervista El Sucesor con Javier Martinez Brocal, “mi è dispiaciuto che si usasse Benedetto”.
Il suo pontificato è energico, spumeggiante, carico di novità e di confitti. Scelto "quasi dalla fine del mondo", come dirà salutando la folla la sera dell'elezione, in 11 anni Bergoglio rimane fondamentalmente alieno rispetto al Vaticano. Eletto per riformare e ripulire, vive una solitudine rivendicata e instaura una diffidenza reciproca con la Curia romana, che sin da subito definisce "la lebbra del papato", e bastona ora criticando le sue "malattie spirituali", ora ridimensionando i suoi uffici, ora devolvendo funzioni, peso, talvolta anche fondi alle Chiese locali. Una diffidenza talmente strutturale che non diminuisce con il passare degli anni e il procedere dello spoils system: Bergoglio piazza uomini e donne di sua fiducia nei gangli decisionali dello Stato pontificio, poi li bypassa, come se, una volta nominati, diventino parte di quell’apparato dal quale il Pontefice marziano tiene a mantenere la distanza. Gestisce gelosamente la propria agenda, prende decisioni che i suoi collaboratori non conoscono, segue un discernimento solitario, un po’ profeta controcorrente un po’ monarca assoluto.
Con la Chiesa italiana, di cui è primate, la tensione è continua. Fin da subito, quando, dopo la fumata bianca, la Conferenza episcopale italiana, per sbaglio, pubblica un comunicato di congratulazione per l’elezione di Papa... Angelo Scola. Francesco non nasconde il fastidio per un episcopato che, dall'epoca del cardinale Camillo Ruini, ha abbracciato battaglie politiche incentrate sui "valori non negoziabili". La presidenza del cardinale Matteo Zuppi, spirito sessantottino e abilità democristiana, è ben più in sintonia con il nuovo corso. Scuote la Conferenza episcopale italiana. “Che Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d'immagine, di denaro”, dice a Firenze nel 2015: “La povertà evangelica è creativa, accoglie, sostiene ed è ricca di speranza”. Riabilita, con una serie di viaggi lungo la penisola, alcuni preti invisi alla gerarchia dell’epoca: don Lorenzo Milani, don Primo Mazzolari, don Tonino Bello. Telefona a don Roberto Sardelli, il sacerdote dei baraccati nelle periferie romane, non chiama invece don Giovanni Franzoni, l’abate di San Paolo, nonché padre conciliare, allontanato dal Vaticano quando si candidò col Pci. Rinnova in profondità l’episcopato italiano, promuovendo figure come Roberto Repole (Torino), Mimmo Battaglia (Napoli), Corrado Lorefice (Palermo), Erio Castellucci (Modena) e Baldo Reina (Roma). Su Roma, la sua diocesi, interviene pesantemente, e in modo a tratti disordinato: ristruttura il Vicariato, critica i sacerdoti, cambia completamente i vertici, promuove un audit sulle finanze, avoca a sé molte decisioni. Viene ricambiato con malumore, spaesamento, maldicenze.
Sintetizza il suo programma di governo nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (2013). La Chiesa “in uscita”, “missionaria”, “misericordiosa”, non rinchiusa nei rimbrotti moralistici, nelle dispute dottrinali, nelle fissazioni liturgiche o nelle nostalgie del passato, ma aperta a credenti e non credenti, accogliente con i peccatori, attenta alle esigenze dell'uomo contemporaneo. È la sistematizzazione del discorso che aveva pronunciato nelle congregazioni generali che avevano preceduto il Conclave, pubblicato poi dal suo amico Jaime Ortega, cardinale arcivescovo dell’Havana.
Jorge Mario Bergoglio vuole cambiare. Cambia stile: paga la stanza dell’albergo dove ha dormito prima del Conclave, augura “buon pranzo” a fine Angelus, decide di vivere a Casa Santa Marta, il residence vaticano, anziché chiudersi nel Palazzo apostolico, “un imbuto”. Nel corso degli anni dà molte interviste. Rompe dei tabù: racconta di essere stato innamorato di una ragazza, confida di essere andato da una psicologa (ebrea), cita Rossellini e Mina, Il pranzo di Babette e l’opera lirica, Borges e Holderlin. Lo accusano di desacralizzare la figura del papato, la Chiesa, la stessa fede cristiana. Lui ricorda che il cristianesimo è la religione dell'incarnazione, la fede che si mescola alle dinamiche dell’umanità. Convinto che in una società secolarizzata, se non scristianizzata, il magistero non possa fare altro che entrare in dialogo con la società contemporanea, accantonando l’alterigia, il proselitismo, la pretesa di dettare legge agli Stati, la competizione con le altre confessioni cristiane o le altre fedi. La Chiesa, spiega nell’autobiografia Spera (Mondadori), “non può essere la congrega dei bei tempi andati, che sono certamente andati e non erano necessariamente così belli in ogni loro aspetto”.
Di fronte alla modernità, all’uomo che scopre l’autodeterminazione, assume una linea che costituisce una cesura rispetto ai suoi due immediati predecessori, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Si richiama al Concilio vaticano II (1962-1965) e al pontefice che lo convocò, Giovanni XXIII, del quale condivide la diffidenza verso i “profeti di sventura”: ha “ben chiaro che l’uomo moderno, proteso a un’autonoma costruzione della sua storia, non accetta l’imposizione di norme elaborate da un'autorità che si autoproclama depositaria di verità universalmente valide in ogni tempo e in ogni luogo”, ha scritto lo storico Daniele Menozzi. Opta per un atteggiamento di non belligeranza nei confronti della modernità: non per relativismo - non è, del resto, né liberal né progressista - ma perché gesuiticamente ottimista, convinto che Dio sia in tutte le cose, anche nel presente: non si tratta, spiega ancora Menozzi, “di annacquare i valori evangelici, ma di renderli pienamente comprensibili” all'uomo contemporaneo. Conquistando, con il messaggio evangelico, chi è lontano dalla Chiesa, riconquistando chi se ne è allontanato, collaborando con non credenti o diversamente credenti. “Non siamo nella cristianità, non più!”, avverte: “Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede - specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell'Occidente - non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata”.
Francesco cambia, ancora, la politica estera della Santa Sede: la sensibilità latino-americana, la sintonia con il “global south” lo aiutano ad archiviare definitivamente la mentalità da guerra fredda. Rilancia la Ostpolitik, guarda a oriente, ai paesi a maggioranza musulmana, tende la mano alla Cina e a alla Russia. Ottiene alcuni grandi successi diplomatici: contribuisce alla svolta dei rapporti tra Cuba e gli Stati Uniti di Barack Obama; è il primo Papa della storia a incontrare un Patriarca russo, all’Havana nel 2016; sigla con Pechino uno storico accordo sulle nomine episcopali, nel 2018, lungamente accarezzato dai suoi predecessori. Non mancano le difficoltà: negli anni del suo pontificato monta il vento populista e nazionalista, c’è Donald Trump negli Stati Uniti e Jair Bolsonaro in Brasile, l’accordo con la Cina è contestato fin dentro la cattolicità, nel 2022 Vladimir Putin invade l’Ucraina e manda in frantumi i sogni di un nuovo slancio ecumenico, dopo l’eccidio compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023 le incomprensioni con Israele si moltiplicano.
Francesco cambia l’agenda e il linguaggio del papato. Non modifica la dottrina, ma introduce temi nuovi. Sceglie il nome di san Francesco, spiega, per sottolineare l’importanza di tre nodi cruciali, la povertà (“Quanto vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”), la “cura della casa comune”, la pace. Scrive solo quattro encicliche: Lumen Fidei (2013), in realtà una lettera incompiuta di Benedetto XVI che Francesco decide di far sua aggiungendo qualche ritocco personale; e poi - testi bergogliani al cento per cento - Laudato si' (2015), la prima volta che un Papa dedica una lettera ai temi dell’ecologia; Fratelli tutti (2020), compendio del suo insegnamento sociale, equamente distante tanto dal “dogma di fede neoliberale” quanto dal “populismo”, e Dilexit nos (2024), a fine pontificato, dedicata alla devozione popolare del Sacro cuore di Gesù. Più ancora che con gli scritti, però, è con i discorsi e con i gesti che Francesco cambia l’agenda della Chiesa. Riceve più volte i “movimenti popolari” internazionali, dei quali condivide la lotta per “terra, casa e lavoro”. Si spende con foga per gli immigrati, fin dal primo viaggio fuori Roma, a Lampedusa. Con frasi che hanno ampia eco nell'opinione pubblica (“Chi sono io per giudicare?”), apre alle persone omosessuali, usa parole di comprensione per le donne che abortiscono, ammette i divorziati risposati alla comunione. Non ha cambiato idea, rispetto ai suoi predecessori, su aborto (definisce i medici che lo praticano “sicari”), eutanasia, bioetica, ma non sono questioni al centro della sua pastorale. Evita che la Chiesa finisca in un cul de sac, archivia le battaglie ecclesiali sui “valori non negoziabili”, apre porte e finestre. Punta a far riscoprire alla società l’attualità, a tratti eversiva, del Vangelo. I detrattori lo accusano di trasformare la Chiesa in una ong, di preferire l’orizzontale al verticale. Lui allarga il campo d’azione della Chiesa nella società contemporanea.
Si fa molti nemici, anche dentro il Vaticano. I reazionari lo attaccano apertamente, i conservatori, più numerosi ma più cauti, lo boicottano passivamente. Molti vescovi statunitensi non lo sopportano, i polacchi lo guardano con diffidenza, ma anche in Italia, Spagna, America latina ci sono sacche di resistenza alle sue novità. I campi di battaglia sono la morale sessuale, i ministeri, la liturgia. La sua decisione di ribaltare la liberalizzazione della “messa in latino” che era stata decisa da Benedetto XVI gli attira critiche feroci; le sue aperture, in realtà molto graduali, sulla morale sessuale, spinge un manipolo di cardinali ultraconservatori (Burke, Brandmueller, Caffarra e Meisner) a prospettare l’incriminazione per eresia; anni dopo Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, lo accuserà di aver fatto deragliare la Chiesa, complice il Concilio vaticano II, e sarà scomunicato per eresia; le timide mosse per riconoscere le donne diacono o i “viri probati” (uomini sposati) scatenano reazioni isteriche. Sulla difesa del celibato obbligatorio si muove addirittura il Papa emerito Benedetto XVI, che, nel frangente del sinodo sull’Amazzonia, partecipa ad un libro del cardinale Robert Sarah che chiude ogni spiraglio. In 11 anni il Papa latino-americano cambia la geografia del papato. Lo fa con i viaggi: snobba Parigi, Londra, Madrid, Vienna e Berlino e visita paesi periferici, dove la Chiesa è spesso minoritaria, luoghi feriti dalla storia, dall'Amazzonia a Sarajevo, dall’Iraq sopravvissuto alla guerra statunitense e alle devastazioni dell’Isis al Canada dove viaggia, ormai in sedia a rotelle, per chiedere perdono agli indigeni maltrattati nelle scuole residenziali cattoliche, dalla Repubblica centrafricana dove apre il giubileo della misericordia ad Abu Dhabi, dove firma una dichiarazione congiunta sulla “fratellanza umana” con il grande imam di al-Azhar Ahmed al-Tayyeb, fino – è il viaggio più lungo del pontificato, 12 giorni, e lo compie a 87 anni – a visitare Indonesia, Papua Nuova Guinea, Timor Est, Singapore: “Io vengo dalla fine del mondo ma voi di più!”. Francesco cambia la geografia ecclesiale con le nomine dei cardinali: di concistoro in concistoro, ridisegna i confini del collegio che eleggerà il suo successore. Non solo infrange antiche consuetudini, lasciando senza porpora sedi episcopali tradizionalmente cardinalizie (Milano, Venezia, Parigi...), non solo crea cardinali in paesi che non ne hanno mai avuto uno (Ruanda, Haiti, Myanmar, Tonga, Lussemburgo, Mongolia...), ma soprattutto “stira” i confini del collegio cardinalizio, inchiodandolo alle differenze culturali. Nel Conclave che elesse Bergoglio nel 2013 erano rappresentati 48 paesi, oggi i cardinali elettori vengono da 74 paesi diversi. Francesco è consapevole, come ha avuto a dire, che “quanto sembra normale per un vescovo di un continente, può risultare strano, quasi come uno scandalo - quasi! - per il vescovo di un altro continente”. Ma è convinto che “ogni principio generale ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato”.
Jorge Mario Bergoglio non è un conservatore, ma non è neppure un rivoluzionario. Come ha scritto la storica Cathleen Kaveny, “non sta cercando di cacciare i cattolici conservatori dalla Chiesa, ma ha fermato decisamente i loro sforzi per espellere tutti gli altri”. Francesco è un riformista, a parole apre molti cantieri ma a lungo andare frena su alcune riforme che aveva accelerato a inizio pontificato. Nella Chiesa cattolica non ci sono le donne diacono, non è stato ritoccato il celibato obbligatorio dei preti. Quando osa, il rinculo è forte: a dicembre del 2023 fa approvare al fidato cardinale Victor Manuel Fernandez, il teologo argentino che ha chiamato alla guida dell’ex Santo Uffizio, la benedizione delle coppie gay, l’episcopato africano respinge quasi in blocco il provvedimento. Riesce a nominare – ma sollevando un vespaio nello Stato pontificio – due donne in ruoli di vertice in Vaticano, suor Simona Brambilla alla testa del dicastero per i religiosi e suor Raffaella Petrini alla guida del governatorato vaticano. Una nomina, quest’ultima, che firma dalla stanza del policlinico Gemelli dove era ricoverato per un’infezione alle vie respiratorie.
Il Papa argentino ha tenuto unita la Chiesa, rischiando di deludere i progressisti che vorrebbero portare avanti le lancette della storia, mandare in ansia i conservatori che vorrebbero fermarle, fare infuriare i tradizionalisti che vorrebbero portarle indietro. Paradossalmente, ha decentrato il potere vaticano con decisioni imperiose, ha innovato per conservare, ha rivoluzionato il linguaggio per far respirare le diversità ma poi ha frenato per non mandare in frantumi l'unità.
Francesco non ha invertito il declino di un cristianesimo che, in Occidente ma non solo, registra un calo costante nelle vocazioni, nella frequentazione della messa, nell’adesione ai dettami della Chiesa. Ha scelto una strategia diversa da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ma l’esito non è diverso. In undici anni di pontificato ha però cambiato completamente aria in Vaticano. Oggi ci sono donne a capo di dicasteri, lo Ior e le finanze sono sostanzialmente ripulite, anche i cardinali possono finire sotto processo (è successo a Angelo Becciu, che protesta la sua innocenza), i vescovi che vengono a Roma da tutto il mondo trovano una Curia romana in ascolto, laddove in passato impartiva ordini e rimbrotti.
Il pontificato di Francesco si è mosso, a tratti funambolicamente, tra due istanze, riforme e unità. Ha puntato sul sinodo: organismo tornato in auge nella Chiesa cattolica dopo il Concilio vaticano II, è però rimasto a lungo depotenziato, ridotto ad una sorta di convegno ecclesiale senza conseguenze. Il Papa argentino lo ha rivitalizzato, facendone il luogo di discussioni animate su temi controversi, con tanto di dibattiti pubblici, emendamenti, votazioni. La doppia assemblea sulla famiglia (2014-2015) ha visto i padri sinodali spaccarsi sulle coppie di fatto, l’omosessualità, i divorziati risposati. Il Papa alla fine apre alla comunione alle coppie di persone sposate dopo un precedente divorzio, con l'esortazione apostolica Amoris laetitia (2016), e suscita le ire dei conservatori. Seguiranno il sinodo sui giovani, con l’esortazione Christus vivit (2019) e il combattutissimo sinodo sull'Amazzonia, con l’esortazione Querida Amazonia (2020). Qui il Papa, incalzato dai conservatori, frena. Decide di non decidere sui “viri probati”, sulle donne diacono, su uno speciale rito amazzonico. Se avesse accelerato le riforme, ha pensato, avrebbe spaccato la Chiesa. Decide di rallentare, convoca un grande sinodo globale (2021-2024) dedicato allo stesso metodo sinodale. La dinamica è quella del Concilio vaticano II ma diffusa nei vari continenti. Alla fine l’assemblea socchiude delle porte, in particolare sul ruolo delle donne nel futuro della Chiesa, sulla necessità di combattere gli abusi sessuali e di potere, sull’importanza che i vescovi rispondano delle loro azioni (e malefatte) al popolo di Dio, ma non osa. Tra l’episcopato tedesco e quello polacco, tra statunitensi e francesi, asiatici e latinoamericani, scandinavi e africani emergono divergenze profonde, apparentemente inconciliabili. Francesco ritiene che dissimulare le differenze le faccia esplodere, portarle a galla permetta di trovare una nuova sintesi e ridare slancio alla fede. Vuole fare avanzare la Chiesa, ma tenerla unita. “I passi condivisi”, ha spiegato, “sono passi sicuri, progressivi, irreversibili”. Meglio un piccolo passo condiviso che due passi che creano divisioni e possono essere ribaltati dal successore. “Unità nella diversità” era più di uno slogan: è la riforma necessaria per evitare che la Chiesa divenga un museo del passato, per garantirle un futuro. Francesco non sarà seppellito in Vaticano ma nella basilica di Santa Maria Maggiore: “Il Vaticano è la casa del mio ultimo servizio”, ha detto, “non quella dell’eternità”.