Arrivare “dalla fine del mondo”: in quella prima frase la posta in gioco del suo pontificato
di Massimo Adinolfi«I cardinali sono venuti a prendermi quasi alla fine del mondo»: non è frequente che le prime parole pronunciate da un pontefice, dopo la sua elezione al soglio di Pietro, rimangano come le parole che meglio di ogni altra definiscono il senso del suo pontificato. Senso è ciò in cui si mantiene la comprensibilità di qualcosa, e se si vuole comprendere cosa abbia significato per la Chiesa e per il mondo la figura di papa Francesco bisognerà riflettere su questo semplice dato: per la prima volta la Chiesa di Roma eleggeva un papa sudamericano, un gesuita, certo, ma nato a Buenos Aires, che della capitale argentina aveva guidato per anni l’arcidiocesi prima di essere fatto cardinale, nel 2001.
Più delle posizioni assunte sulle grandi questioni del nostro tempo, più delle posizioni teologiche o morali, più dei tentativi di riforma della Curia e gli interventi sul governo della Chiesa, più delle parole pronunciate sulla guerra e sulla pace, sulla crisi ecologica del pianeta, sul dramma…
«I cardinali sono venuti a prendermi quasi alla fine del mondo»: non è frequente che le prime parole pronunciate da un pontefice, dopo la sua elezione al soglio di Pietro, rimangano come le parole che meglio di ogni altra definiscono il senso del suo pontificato. Senso è ciò in cui si mantiene la comprensibilità di qualcosa, e se si vuole comprendere cosa abbia significato per la Chiesa e per il mondo la figura di papa Francesco bisognerà riflettere su questo semplice dato: per la prima volta la Chiesa di Roma eleggeva un papa sudamericano, un gesuita, certo, ma nato a Buenos Aires, che della capitale argentina aveva guidato per anni l’arcidiocesi prima di essere fatto cardinale, nel 2001.
Più delle posizioni assunte sulle grandi questioni del nostro tempo, più delle posizioni teologiche o morali, più dei tentativi di riforma della Curia e gli interventi sul governo della Chiesa, più delle parole pronunciate sulla guerra e sulla pace, sulla crisi ecologica del pianeta, sul drammatico fenomeno migratorio, sulla povertà e la diseguaglianza economica, sulle piaghe della Chiesa e i comportamenti inappropriati del clero, stava il fatto che papa Francesco non aveva vissuto la sua vita e la sua formazione religiosa all’ombra delle chiese o nei chiostri dei conventi disseminati nel vecchio continente, quella regione del mondo che da più tempo, da secoli e millenni vive nella fede cristiana.
Prima volta assoluta, fatto irreversibile e, per quanto familiare e bonaria possa essere stata la figura del papa, fatto traumatico, in un’accezione molto precisa della parola: trauma è quell’evento il cui carattere traumatico si coglie solo après coup, solo con un certo ritardo rispetto al momento in cui si produce.
Nessuno può sapere che strada prenderà la Chiesa di Roma nei futuro, se davvero papa Francesco ha potuto plasmare con le sue decisioni il Concistoro così da tracciare la rotta per i prossimi anni. Ma nessuno sa neppure se il figlio dell’uomo, quando tornerà, troverà la fede sulla terra: in una prospettiva religiosa, la domanda del vangelo di Luca non smette di gettare inquietudine nella vita del singolo credente e in quella dell’intera comunità ecclesiale; in una prospettiva laica, non può non formularsi come un interrogativo sul rapporto fra la fede cristiana e l’Occidente, fra l’evangelizzazione cristiana e la sua inculturazione europea e occidentale.
Joseph Ratzinger aveva una così acuta coscienza del problema da interrogarsi, filosoficamente e teologicamente, sul rapporto fra Atene, Roma e Gerusalemme: che cosa vuol dire per l’annuncio evangelico essere giunto a Roma ed essersi strutturato secondo le categorie del diritto romano e del pensiero greco?
Il primo «Fratelli e sorelle, buonasera!» pronunciato da Papa Francesco in mondovisione dalla Loggia Centrale della basilica vaticana la sera del 13 marzo 2013 non poteva costituire una risposta, ma portava l’elaborazione dottrinale del papa tedesco nella croce del presente, cioè nella realtà viva del nostro tempo.Che cosa, del resto, voleva dire quel «quasi»: «quasi alla fine del mondo»? Bergoglio metteva certo un filo di ironia, nel pronunciare lievemente divertito la frase, ma non sempre siamo i migliori interpreti delle nostre stesse parole. Questo principio ermeneutico vale anche nel caso del papa.
In ogni caso, non ne siamo di sicuro gli unici interpreti, e spesso la storia si prende la responsabilità di sovradeterminare gli eventi, conferendogli nuovi significati, oppure elevandoli a simboli. Dunque: cosa c’è dopo Bergoglio, se Bergoglio veniva «quasi» dalla fine del mondo? C’è ancora uno spazio, un tempo, un frammezzo, prima della fine, prima che la luce della fede si spenga? Che cosa significa il fatto che le masse cattoliche – i fedeli che occupano le grandi spianate in cui si celebrano lunghe messe solenni in occasione dei viaggi papali – appartengono sempre più spesso ad altre aree del mondo? Si tratta forse del declino dell’Occidente – che qualcuno si ostina a voler far tornare grande – e della capacità dell’istituzione più longeva che ci sia al mondo di rinnovarsi, di attingere nuove energie, di adattarsi a nuovi contesti culturali, di uscire dalla propria pelle, di risorgere persino? Che cos’è però un cristianesimo non europeo, non a guida europea, non più legato alle guglie e ai campanili che punteggiano il nostro paesaggio?
Si può e si deve ragionare a lungo sull’eredità di papa Francesco, sulla nuova sensibilità che ha portato nella Chiesa, sulle parole che ha pronunciato in materia di etica sessuale o su quelle che ha dedicato alla terra «casa comune» - due ambiti in cui i suoi pronunciamenti non potranno rimanere lettera morta –, ma quel che in futuro la storia dirà dei suoi anni in Vaticano dipenderà molto di più dal significato che prenderà quel «quasi»: cosa manca? Cosa manca alla Chiesa cattolica e cosa la attende? E che cosa manca all’Occidente, a un mondo – un’epoca, un ordine delle cose, una compagine di senso – giunto quasi alla fine?