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Gulino, prima donna a guidare gli psicologi: “Felice e sorpresa. Ora lotterò per quello di base”

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Palermitana di nascita, toscana d’azione, è stata eletta presidente dell’Ordine nazionale. “Giusto lo psicologo a scuola e l’educazione affettiva in classe. La salute mentale non è più tabù ma ci vuole il coraggio d’investire”
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Anche le psicologhe hanno rotto il soffitto di cristallo. A 36 anni dalla sua fondazione, il Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi ha una presidente donna: Maria Antonietta Gulino, classe ’66, palermitana adottata dalla Toscana.

Gulino, com’è essere la prima?

«Una bella notizia, attesa da tempo, che rende felice me e la nostra comunità professionale composta per l’83 per cento da donne».

Lei quando ha deciso di fare questo lavoro?

«Al liceo classico m’innamorai della filosofia e degli studi attorno alla persona e da lì mi sono affacciata alla psicologia. A Palermo però non esisteva ancora il corso di laurea. Per un anno ho fatto la fuorisede a Roma, ma una grande città non faceva per me e per fortuna l’anno dopo l’università di Palermo aprì la terza facoltà di Psicologia in Italia, così sono tornata».

In Toscana come ci è finita?

«Per amore. Mi sono trasferita a Prato a 23 anni, ho due figli e nipoti. Da lì ho finito l’università di nuovo da fuorisede e mi sono specializzata…

Anche le psicologhe hanno rotto il soffitto di cristallo. A 36 anni dalla sua fondazione, il Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi ha una presidente donna: Maria Antonietta Gulino, classe ’66, palermitana adottata dalla Toscana.

Gulino, com’è essere la prima?

«Una bella notizia, attesa da tempo, che rende felice me e la nostra comunità professionale composta per l’83 per cento da donne».

Lei quando ha deciso di fare questo lavoro?

«Al liceo classico m’innamorai della filosofia e degli studi attorno alla persona e da lì mi sono affacciata alla psicologia. A Palermo però non esisteva ancora il corso di laurea. Per un anno ho fatto la fuorisede a Roma, ma una grande città non faceva per me e per fortuna l’anno dopo l’università di Palermo aprì la terza facoltà di Psicologia in Italia, così sono tornata».

In Toscana come ci è finita?

«Per amore. Mi sono trasferita a Prato a 23 anni, ho due figli e nipoti. Da lì ho finito l’università di nuovo da fuorisede e mi sono specializzata in psicologia sistemico-relazionale. Da trent’anni sono iscritta all’Ordine della Toscana, di cui sono presidente da cinque anni».

Avrebbe mai pensato di diventare presidente dell’Ordine nazionale?

«Assolutamente no, se me lo avessero detto non ci avrei creduto. Ho sempre fatto il mio lavoro per cercare di aiutare gli altri a vivere meglio. Poi un giorno, sei anni fa, ho pensato che questa passione e le mie competenze si potevano usare per il benessere psicologico delle persone anche a livello politico e istituzionale e mi sono battuta per la legge regionale sullo psicologo di base che è stata approvata e oggi è operativa in Toscana».

Sarà la prima battaglia nazionale?

«Certo. Abbiamo l’obbligo di prenderci cura della salute di tutti i cittadini, in ogni provincia e regione. Investire nella salute psicologica, emotiva, relazionale, affettiva, familiare è un grande guadagno per un Paese che vuole essere all’avanguardia come l’Italia».

Sono solo il 5 per cento gli psicologi nel pubblico, come si fa?

«Bisogna avere il coraggio, nelle forme che troverà la politica, di affiancare gli psicologi alle persone che si trovano in un momento difficile della propria vita. Serve un intervento di primo livello, uno psicologo di assistenza primaria che intercetti precocemente i bisogni, per evitare e arginare peggioramenti e cronicizzazioni del disagio psichico che sono la nostra più grande preoccupazione».

Per questo servono finanziamenti nel sistema sanitario nazionale.

«Ci vuole il coraggio di investire e la volontà di cambiare. Nel servizio pubblico riusciamo a prendere in carico solo i casi più complessi, gli altri purtroppo restano in coda. Allontanandoci dalla pandemia pensavamo che il trend delle richieste di aiuto si sarebbe fermato e invece cinque anni dopo ansia, dipendenze e autolesionismo sono ancora lì».

Si parla sempre di piani ad hoc, la salute mentale è ancora un tabù, come fosse un problema di serie B?

«La pandemia un po’ ha aiutato a infrangerlo il tabù, infatti le richieste di prestazioni sono aumentate. Ma la strada per la salute psichica è ancora impervia e tortuosa. Eppure le ricadute dello stress psicologico, mentale, familiare, lavorativo sono altissime e hanno anche effetti pesanti a livello sociale ed economico».

Il bonus psicologo è stato rifinanziato: è una misura necessaria?

«È stato uno strumento importante nell’emergenza. Ma bonus è una parola stretta. Tra quello e lo psicologo di base non ho dubbi: il secondo non è una tantum ed è un investimento più rassicurante e di prossimità per la salute dei cittadini».

I giovani raccontano ansia, disturbi dell’alimentazione, dipendenze e chiedono lo psicologo a scuola. Nella manovra è stata prevista una sperimentazione. È sufficiente?

«Intanto cominciamo. Io credo che lo psicologo a scuola sia un aiuto necessario non solo perché è a disposizione di un giovane che può passare un brutto periodo nella vita sentimentale, familiare, scolastica. Ma è utile anche per gestire le problematiche nelle classi. I giovani sono gli adulti di domani e noi dobbiamo aiutarli a costruire una cassetta degli attrezzi per diventare grandi. Ce lo chiedono loro e noi dobbiamo rispondere».

Perché sono così fragili?

«La loro vulnerabilità è legata a una sorta di invisibilità. L’isolamento da Covid e l’aumento del digitale hanno portato all’abitudine di costruire relazioni sempre meno in presenza. Ma è proprio nelle relazioni che le ragazze e i ragazzi crescono, lì imparano a gestire i confini relazionali, i conflitti, le emozioni, la competizione, i dolori, le frustrazioni. Se a questo aggiungiamo le alluvioni e le guerre… Non è un mondo accogliente quello che hanno davanti».

A proposito, in Italia manca una legge sull’educazione affettiva a scuola. Servirebbe?

«Assolutamente sì. La scuola è un contenitore dove non solo s’insegnano nozioni, ma s’impara a gestire le relazioni. Di questo si deve occupare chi sa maneggiare le emozioni, psicologi che aiutino i ragazzi a non impaurirsi dei propri fisiologici stati d’animo e a imparare a gestirli in maniera efficace».

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