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La salma del Papa esposta, metafora della sua umiltà in vita

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Disteso nella cassa semplice e squadrata, Francesco si offre nell’ultima forma mortale della sua esistenza. Le fotografie appena diffuse dalla sala stampa vaticana sembrano vibrare di un senso di pudore e quasi di profanazione
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Perinde ac cadaver, come un corpo morto. Al capo 547 delle Costituzioni della Compagnia di Gesù, sant’Ignazio di Loyola addita la rigidità della morte come la più alta metafora dell’obbedienza cristiana alla volontà del Padre. Ed ora papa Francesco, gesuita, offre obbediente il suo corpo senza vita alla severa metafora del suo maestro, disteso nella cassa semplice e squadrata, sotto le geometriche volte bianche della cappella di Casa Santa Marta; e la posa in cui è stato ricomposto sembra addirittura esasperare la rigidità dell’offerta di sé, nell’ultima forma mortale della sua esistenza. Le mani legnose, non del tutto incrociate sul grembo. Il volto che nonostante il pudore del fotografo e la distanza di rispetto dell’inquadratura, non riesce a nascondere una tumefazione. L’ambiente è luminoso, ma il feretro sembra immerso in una zona di ombra. Il colore che prevale è il rosso porpora dei paramenti e del velluto che ricopre l’interno della bara e la piattaforma sui cui sembra quasi g…

Perinde ac cadaver, come un corpo morto. Al capo 547 delle Costituzioni della Compagnia di Gesù, sant’Ignazio di Loyola addita la rigidità della morte come la più alta metafora dell’obbedienza cristiana alla volontà del Padre. Ed ora papa Francesco, gesuita, offre obbediente il suo corpo senza vita alla severa metafora del suo maestro, disteso nella cassa semplice e squadrata, sotto le geometriche volte bianche della cappella di Casa Santa Marta; e la posa in cui è stato ricomposto sembra addirittura esasperare la rigidità dell’offerta di sé, nell’ultima forma mortale della sua esistenza. Le mani legnose, non del tutto incrociate sul grembo. Il volto che nonostante il pudore del fotografo e la distanza di rispetto dell’inquadratura, non riesce a nascondere una tumefazione. L’ambiente è luminoso, ma il feretro sembra immerso in una zona di ombra. Il colore che prevale è il rosso porpora dei paramenti e del velluto che ricopre l’interno della bara e la piattaforma sui cui sembra quasi galleggiare nel vuoto, poche spanne sopra un piedistallo minimalista, da futon dell’Ikea.

Ci fu un tempo in cui la gloria dei pontefici saliti alla casa del padre era affidata alle lusinghe immaginifiche di pittori autorizzati. Gregorio XVI, morto pochi anni dopo l’invenzione di Daguerre, fu il primo papa fotografato: e da allora, la lente ha sostituito progressivamente il pennello nella fabbricazione dell’iconografia pontificale, dall’elevazione al soglio alla discesa nel sacello.

Eppure, le fotografie appena diffuse dalla sala stampa vaticana sembrano ancora vibrare di un senso di pudore e quasi di profanazione. Le poche inquadrature arrivate finora sono composizioni diagonali, laterali, quasi a schivare il confronto diretto e la monumentalizzazione della frontalità. La solennità ieratica è assente, sembra un funerale parrocchiano, ci sono clerici benedicenti, ma altri colti di spalle mentre si avvicinano alla porta dalle cui vetrate qualcuno sbircia; nella cappella c’è perfino un po’ di disordine, fili elettrici, telecamere appoggiate alla parete e borse delle attrezzature lasciate per terra.

C’è un contrasto, forse voluto, fra la solennità del momento e l’insufficienza prosaica dell’immagine fotografica. Ma anche fra l’immagine infinitamente cartolinata e souvenirizzata dei papi nell’epoca della riproducibilità tecnica, e questa cronaca documentaria che non riesce a raggiungere il grado minimo della retorica. Non andrà meglio, fra qualche giorno, quando l’ultimo viaggio terrestre di papa Francesco esploderà nelle decine di migliaia di piccoli inutili flash dei fotofonini, la nuova forma della reliquia delle sacre esequie, quel brandello di stoffa che i più fortunati riuscivano a strisciare sul feretro, portandosi via per contatto magico un po’ della sua santità.

La fotografia ha reso servizi migliori al pontefice dell’era ipervisuale. Era il 27 marzo 2020, e nella piazza di San Pietro desertificata dalla pandemia e bagnata di pioggia papa Francesco recitò l'Urbi et Orbi. Fu un'immagine potentissima, apocalittica, post-umana, orchestrata con inaspettata sapienza dalla macchina comunicativa vaticana, l’immagine di un pontefice che parla a un pianeta in cui l’umanità si è dissolta, tra le lacrime del cielo.

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