Luigi avanza spavaldo, cappellino e polo con il colletto alzato: «Matteo non avere paura, tu sarai Papa, vai a Roma senza paura». Non ha dubbi Luigi, «ci ho preso anche quando è diventato cardinale, lui è amico dei poveri, è venuto a mangiare a casa mia che sono povero, ha battezzato i miei nipoti a Torre Angela». Sul prato della casa di accoglienza appena restaurata nell’ex canonica di Casadio, frazione di Argelato, profonda campagna bolognese, il cardinale Matteo Zuppi sorride, rassicura tutti, anche Cesarina, infermiera in pensione che lo abbraccia, «se ti fanno Papa son contenta, ma poi torni a trovarmi vero? ». «Non ho paura, ma non divento Papa, tranquilli — replica — tornerò dopo il conclave». «Quale Conclave? » osserva svelto uno. Si ride, si scherza. Però…
Il giorno dopo la morte di Francesco, Zuppi tenta una giornata di ordinaria diocesi, da arcivescovo, ma tutti lo cercano e il Vaticano lo reclama da presidente della Cei e da cardinale, “papabile” lo vuole il toto- conclave. E qui sotto i portici è tutto un tifo per lui, se ne parla anche nei bar, non solo nelle canoniche, «ha una storia mondiale, ha fatto da paciere in Mozambico». In effetti, mastica anche lo swahili: fu uno degli artefici della tregua nel ‘92, negoziatore in Congo, Guinea, Burundi (al fianco di Mandela), sino all’essere inviato per la pace in Ucraina. Lo ha voluto papa Francesco, dopo averlo mandato nel 2015 a guidare la diocesi di Bologna per farne laboratorio della sua dottrina sociale, averlo fatto cardinale quattro anni dopo e infine capo dei vescovi. Cresciuto a Trastevere nella Comunità di Sant’Egidio, interprete del magistero di Bergoglio, sente il peso della responsabilità, «la Chiesa è servizio », ripete. Per capire, alla nomina rosso porpora disse: «Tanta gioia, ma anche imbarazzo per la mia persona, non mi piace stare al centro dell’attenzione. Poi penso sempre che il problema non sono io, mi apro alla grazia del Signore».
Lui papabile? «Di questo non bisogna assolutamente parlargliene e credo che sia bene così» osserva il suo vicario monsignor Stefano Ottani. Yassine Lafram, presidente dell’Ucoii, è andato a trovarlo: «Gli ho rinnovato il mio sostegno per la possibilità che diventi Papa, ma lui non lo vuole fare». Ora il conclave lo attende, dopo aver reso omaggio oggialla salma di Francesco e partecipato ai funerali. Poche ore di sonno, ieri, poi la messa delle sette del mattino in cattedrale, e riunioni, telefonate, messaggi. Chiuso in Curia a rinviare tutti gli impegni almeno per le prossime due, tre settimane, ad affrontare coi suoi vicari decisioni sulle parrocchie. Non c’è tempo nemmeno per pranzare, ma Roma può aspettare, c’è da inaugurare la casa della Misericordia nel paesino dove pure i carabinieri gli chiedono una foto. Stare tra la gente, alle periferie, il suo stile. La sua chiesa, quella degli ultimi di Francesco. Clergyman grigio come il profilo sfuggente che si impone, e non per calcolo, dopo aver parlato della morte del Papa in una omelia sofferente e in un videomessaggio diffuso dalla Cei. È molto provato, raccontano i suoi, ma rasserenato da quel saluto che Francesco ha voluto fare tra la gente a Pasqua,riconoscente per le centinaia di messaggi, «tanti mi hanno scritto — ha detto in cattedrale — persone diversissime, ma legate da un’appartenenza profonda a quel fratelli tutti che è stata la visione di papa Francesco ». Ora, «tocca a noi portarlo nel cuore».
Tocca al cardinale Zuppi. «Momento non facile» confida rinviando ogni uscita pubblica prima della partenza, se non per stare tra i suoi “parrocchiani” là dove si accolgono 25 senza dimora, una struttura dedicata a Bergoglio nel nome di quella «speranza non gratuita, tutta da costruire e che non delude». Ultimi scatti, «selfie che valgono» osserva qualcuno più arguto. Don Sebastiano, suo segretario, mette in moto, il cielo è già rosso tramonto, don Matteo s’infila nella Golf blu e via, lungo una stradina di campagna che porta a Roma.