“Noi, il popolo di Francesco”: visite oltre la mezzanotte per l’ultimo inchino al Papa
di Maria Novella De Luca«Mi sembra di aver scalato una montagna, di aver vinto una maratona. E’ così che mi sono sentita davanti alla bara di papa Francesco dopo cinque ore di fila: felice di aver potuto pregare per lui, davanti a lui. Il sole picchiava, mi facevano male le gambe, avevo sete, ho sessant’anni mica venti, ma dovevo essere qui, nel mio cuore l’avevo promesso a Francesco, il papa migliore di sempre». Qui, dove la frescura della basilica ristora dopo il caldo feroce, è il cuore di San Pietro, il cuore della cristianità. Carmela Galletti, ristoratrice, quattro figli, tre nipoti, romana di Borgo, è appena sfilata davanti alla salma di Bergoglio. La bara di legno e zinco senza catafalco è appoggiata sulla pedana di legno, deposta in terra davanti alla magnificenza del Ciborio di Bernini, la semplicità assoluta a contrasto del fasto più estremo, se c’è un’immagine, tra le molte, che resterà di papa Francesco è questa: l’uomo più potente della Chiesa che ha scelto di morire da uomo normale.
La su…
«Mi sembra di aver scalato una montagna, di aver vinto una maratona. E’ così che mi sono sentita davanti alla bara di papa Francesco dopo cinque ore di fila: felice di aver potuto pregare per lui, davanti a lui. Il sole picchiava, mi facevano male le gambe, avevo sete, ho sessant’anni mica venti, ma dovevo essere qui, nel mio cuore l’avevo promesso a Francesco, il papa migliore di sempre». Qui, dove la frescura della basilica ristora dopo il caldo feroce, è il cuore di San Pietro, il cuore della cristianità. Carmela Galletti, ristoratrice, quattro figli, tre nipoti, romana di Borgo, è appena sfilata davanti alla salma di Bergoglio. La bara di legno e zinco senza catafalco è appoggiata sulla pedana di legno, deposta in terra davanti alla magnificenza del Ciborio di Bernini, la semplicità assoluta a contrasto del fasto più estremo, se c’è un’immagine, tra le molte, che resterà di papa Francesco è questa: l’uomo più potente della Chiesa che ha scelto di morire da uomo normale.
La suora dei poveri, le carceri
Così accade che ogni evento di questo addio che si concluderà sabato con i funerali sul sagrato di San Pietro e la tumulazione a Santa Maggiore, in un loculo di “nuda terra”, per ottenere il quale vengono in questi giorni smurati marmi e basamenti, diventi qualcosa di diverso, storico, inedito. Suor Genevieve ad esempio, minuta, piccola, occhi azzurri, la suora dei poveri amica del papa cui portava in preghiera i reietti e gli sbandati, le scarpe consumate di quei tanti preti e suore che nelle periferie delle città e del mondo provano a cambiare le cose. Così come faceva Jorge Mario Bergoglio nei barrios miseri di Buenos Aires, prima e dopo la dittatura di Videla. Paolo, Angelo, Mario sono uomini adulti, segnati dalla fatica. Si fermano in un angolo della cattedrale. «Eravamo senza fissa dimora, il nostro parroco scrisse al papa chiedendo aiuto per noi e lui non solo rispose, ma ci ha aiutati davvero. Oggi abbiamo lasciato i dormitori, abbiamo una casa e lavoriamo nei cantieri». Antonio De Feo, docente nella scuola del penitenziario di Avellino, porta un un cartello con la scritta: «I detenuti ringraziano papa Francesco perché si sono sentiti amati». «Si è sempre battuto per ottenere clemenza per i carcerati. Come dimenticare l’ultima visita a Regina Coeli, malatissimo e sofferente? Un gesto enorme. Lo conobbi da cardinale nel 2004, mi offrì un caffè. Penso sempre alle sue parole: ogni volta che entro in un carcere, mi chiedo perché loro sono qui e non io».
“Noi, innamorati fin da ragazzi”
Alto e basso, semplicità e solennità, è la cifra di questo addio, giunto al terzo giorno, con una folla in piazza San Pietro per il saluto alla salma così folta che deve aver sorpreso addirittura il Vaticano. Code infinite, ben oltre via della Conciliazione, tanto che la basilica è rimasta aperta addirittura oltre la mezzanotte, quando le porte si sarebbero dovute chiudere. Un fiume in piena, allegro, colorato, di ogni età, chitarre e canzoni nella frescura della sera. Un fiume in piena, allegro ,colorato, persone di ogni età, gruppi di giovani con chitarre e canzoni nella frescura della sera. C’era chi come Adele e Pietro, trent’anni e innamorati, si erano messi in fila fin dalle sei del mattino per essere tra i primi ad entrare nella basilica, dalla stessa “porta santa” utilizzata dai pellegrini del Giubileo. «Sono incinta di cinque mesi - dice Adele - temevo di non farcela a resistere, invece sto benissimo, nostro figlio lo chiameremo Francesco, il nostro è un amore nato da ragazzi, esattamente quando fu eletto Bergoglio, speravamo che il Papa potesse battezzare il bambino, pazienza, il nostro omaggio sarà il suo nome al piccolo che nascerà a settembre».
La gioia di resistere per l’ultimo saluto
C’era gioia nei volti di chi piano piano, cercando di restare davanti al feretro il più possibile, poi si avviava verso la porta, come se il sacrificio della lunghissima attesa - già ieri sera la fila durava anche sei o sette ore - portasse pace, così conferma Graziano, sulle spalle il figlio Mirko: «Meno male che faccio palestra, ma per il papa questo e altro». E’ il popolo di Francesco, oltre ventimila ieri fino al tramonto, la moltitudine di chi dice: «Era uno di noi». Colpiscono i giovanissimi, arrivati per il Giubileo degli adolescenti, per loro Francesco è stato il primo papa. «Gli piaceva il calcio, era contro la guerra, difendeva i poveri », ecco nelle parole di Teresa, 16 anni, la fulminante sintesi di 12 anni di pontificato, sintesi che papa Bergoglio avrebbe apprezzato. Una giornata di semplicità e solennità, con tutto quel rituale che forse Francesco avrebbe evitato, cominciato all’alba di ieri con la “traslazione”, ossia il trasporto della salma dalla casa di Santa Marta all’interno della basilica.
Porporati e guardie svizzere
Immagini nel tempo raccontate dal cinema. a cominciare dai “I due papi”, quindi sembrava quasi un film quella cerimonia nella piazza già piena a metà fin dall’alba, la bara aperta portata a spalla dai “sediari” vaticani, dopo essere stata vegliata tutta la notte dai “penitenziari”. Seguiva una processione di ottanta cardinali disposti simmetricamente ai lati della bara, il rosso delle porpore che faceva da contrasto alle divise delle guardie svizzere, il canto funebre a spezzare il silenzio nel Colonnato. Il feretro ha attraversato l’Arco delle Campane, quel brevissimo tratto di strada che Bergoglio stesso percorreva ogni mattina da Santa Marta alla basilica.
In prima fila, la “famiglia del Papa”, le persone che di Francesco si sono prese cura fino all’ultimo giorno. L’infermiere, ormai famoso, Massimiliano Strappetti, gli aiutanti Zanetti e Cherubini. E poi i suoi tre segretari, don Juan Cruz Villalon, don Manuel Pellizzon e don Fabio Salerno. Dopo aver benedetto il corpo, il camerlengo, Kevin Farrel, ha concluso la funzione con laudetur Jesus Christus e l’immensa folla di “Franciscus” è entrata. Pochi i minuti concessi davanti al papa, sul volto i segni della malattia, umanità nell’umanità.
«E’ stata una prova di resistenza, ma torniamo a casa sereni. Riposa in pace caro Francesco».