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Tra i ritratti dei Papi in cerca del tondo vuoto nella basilica di San Paolo

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Nella seconda chiesa di Roma lungo le pareti si rincorrono i medaglioni con i volti dei 266 pontefici, da Pietro a Francesco. I monaci: “È soltanto una leggenda che gli spazi stiano per finire, basta andare a contarli”
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Nel mosaico nitido come una foto, unico tra i predecessori, Francesco sorride. Certamente sorvola sulle domande che salgono dalla navata. The rosettes with the Pope are running out?, bisbiglia un papà americano al più piccolo dei figli tenuti in braccio. Guarda lassù: stanno per finire i medaglioni dei Papi, contiamo quanti ne restano?

Mister Michael, corpulento e giocoso, viene dal Rhode Island, è uno dei quasi 900 pellegrini che solo ieri sono entrati nella basilica papale di San Paolo Fuori le Mura, insieme a coreani, tedeschi, spagnoli, polacchi e vietnamiti, oltre a bresciani e siciliani: ma fa la stessa domanda che in fondo attraversa molti quaggiù, a mezza bocca, per leggenda, per gioco. Ora anche per esorcizzare la tristezza di un Papa pastore che muore.

La (finta) visione, ormai molto pop, attaccata a queste pietre solenni, e attribuita all’arcivescovo irlandese San Malachia O’Morgair, vuole che la fine del mondo e della Chiesa siano legate ai pochi, residui medaglioni a…

Nel mosaico nitido come una foto, unico tra i predecessori, Francesco sorride. Certamente sorvola sulle domande che salgono dalla navata. The rosettes with the Pope are running out?, bisbiglia un papà americano al più piccolo dei figli tenuti in braccio. Guarda lassù: stanno per finire i medaglioni dei Papi, contiamo quanti ne restano?

Mister Michael, corpulento e giocoso, viene dal Rhode Island, è uno dei quasi 900 pellegrini che solo ieri sono entrati nella basilica papale di San Paolo Fuori le Mura, insieme a coreani, tedeschi, spagnoli, polacchi e vietnamiti, oltre a bresciani e siciliani: ma fa la stessa domanda che in fondo attraversa molti quaggiù, a mezza bocca, per leggenda, per gioco. Ora anche per esorcizzare la tristezza di un Papa pastore che muore.

La (finta) visione, ormai molto pop, attaccata a queste pietre solenni, e attribuita all’arcivescovo irlandese San Malachia O’Morgair, vuole che la fine del mondo e della Chiesa siano legate ai pochi, residui medaglioni ancora da riempire nelle fitte gallerie che corrono lungo tutte le pareti del tempio: una profezia che basta poco a sabotare, se si ha la pazienza di percorrere i 131 metri della lunghezza, da un lato e dall’altro, e contare fino a sedici medaglioni da riempire. Ma su uno solo si sollevano gli occhi, da giorni: è quello spoglio, al fianco dello sfondo dorato di Bergoglio, l’ultimo dei 274 (anche se i Papi sono stati 266, gli altri appartengono al periodo della cattività avignonese). Passeranno comunque molti mesi prima di riempire il tondo vuoto, grazie agli artisti dello Studio del mosaico Vaticano della Fabbrica di San Pietro: ne trascorsero nove, da marzo a dicembre del 2013, quando le sapienti mani consegnarono quello di Francesco, fatto di microtessere preziose. «Chissà se sarà più giovane o più anziano: io spero sia semplice, non torni a chiudersi nel Vaticano», si chiede Alfred, da Ratisbona. E Angela, romana, 65enne, venuta per attraversare questa Porta Santa: «Non mi interessa che faccia avrà il prossimo. Mi interessa che tutti insieme — la mano rivolta alla schiera dei ritratti — lavorino per la pace e per la fede che nun stanno tanto bene». La fine della chiesa, o solo declino. Lo snodo in cui l’impero si è fatto minoranza.

«Non sa quante volte abbiamo risposto a questa curiosità sui tondi vuoti, andate a contarli dico con gentilezza, fate un po’ di ginnastica, per fortuna c’è chi viene soprattutto per onorare il sepolcro di Paolo, il chiostro incantevole o il mosaico lucente del transetto», osserva — dalla sagrestia dove c’è un gran via vai di casule e clergyman — padre Paolo, uno dei tredici monaci benedettini che si prendono cura del tempio. «L’arciprete? Naturalmente è con gli altri nelle riunioni che preparano il Conclave», visto che il vertice qui è il 75enne James Harvey, ex prefetto della Casa pontificia, il cardinale originario di Milwaukee che Benedetto XVI volle qui, dopo lo sgomento dei documenti rubati e l’arresto del maggiordomo infedele, per rilanciare un tempio a cui era particolarmente legato: la basilica più grande dopo San Pietro, secondo cardine della fede, che custodisce la tomba di Paolo, l’altro patrono di Roma.

In dieci lingue, non a caso, è segnalato il sepolcro dell’apostolo delle genti. Dove fu proprio Ratzinger ad autorizzare l’esame di una sottile sonda, con esito preciso: lì dentro, c’è un frammento osseo appartenuto a un individuo maschile, vissuto intorno al primo secolo. Ma la convivenza con il monastero, che Gregorio II piantò dall’ottavo secolo, fa sì che la gestione sia comune, con l’abate Donato Ogliari. Lungo racconto di fede in cui ha bussato la storia, come ti spiega padre Lodovico Torrisi, il “graduato” che ha portato in visita, a Pasqua, James D. Vance, il vicepresidente americano, «con tanta scorta, tensione, tanto sgommare di auto», lì dove la norma è il silenzio.

«Qui papa Giovanni XXII, da poco eletto, annunciò il Concilio Vaticano II e parlò della necessità del rinnovamento, parola allora quasi vietata», aggiunge dom Lodovico («mi raccomando, con la emme, da dominus, pensi al dom Perignon, che è opera di un benedettino»). Torrisi è anche il maestro di quattro novizi, dietro la lunga barba grigia nasconde empatia immediata e una storia di conversione (non) sorprendente: è stato manager, a Londra, fino ai 40 anni, nel settore della moda. Poi, la chiamata e la vita monastica. «Sono nel posto giusto: Paolo è stato il più famoso dei convertiti adulti».

Quanto alla leggenda, «ah no, mi rifiuto anche di rispondere: se bastasse fare spazio ai volti dei Papi per offrire vita benedetta alla Chiesa», sospira. Dal nuovo Papa? Se potesse, solo tre cose. «L’abbraccio di tutta la famiglia cattolica: consacrati, laici, gerarchie, popolo, proprio tutti». Senza le divisioni che assediavano persino Bergoglio. E poi, «nutrire la tradizione, che per la Chiesa non è cosa da nascondere». Ma la più importante, per l’ex manager fattosi monaco: «Il coraggio di lottare per la pace. Non stancarsi di chiederla, oggi più che mai. In questo, il nostro Francesco, è stato proprio un grande».

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