✕

Il Conclave. Dall’America all’Africa, non solo europei tra i kingmaker

Ascolta l'audio

Durante il suo pontificato Bergoglio ha allargato la provenienza geografica dei cardinali E i leader della Chiesa nei vari continenti possono spostare pacchetti di voti decisivi
2 minuti di lettura

È quanto meno improbabile che vengano eletti, per età, per ruolo, o perché nel Conclave più affollato e più internazionale della storia, dove i cardinali si conoscono poco o niente tra di loro, è difficile — comunque non impossibile — che alla fine emerga un outsider. Un altro: dopo dodici anni del Papa venuto «quasi dalla fine del mondo», Jorge Mario Bergoglio, è più probabile — comunque non certo — che si imponga uno dei non numerosi cardinali già conosciuti alla grande maggioranza del collegio cardinalizio. Ma nel Conclave che si aprirà a maggio spiccano alcuni porporati che possono avere una vasta influenza e coagulare attorno a questo o a quel candidato pacchetti di voti che alla fine faranno la differenza. Sono i kingmaker, o meglio i pope maker, e il loro peso è aumentato nel corso del pontificato di Bergoglio. O, meglio, ha assunto una particolare connotazione geografica.

Il Pontefice argentino ha infatti dato più peso, in particolare tramite le assemblee sinodali, alle c…

È quanto meno improbabile che vengano eletti, per età, per ruolo, o perché nel Conclave più affollato e più internazionale della storia, dove i cardinali si conoscono poco o niente tra di loro, è difficile — comunque non impossibile — che alla fine emerga un outsider. Un altro: dopo dodici anni del Papa venuto «quasi dalla fine del mondo», Jorge Mario Bergoglio, è più probabile — comunque non certo — che si imponga uno dei non numerosi cardinali già conosciuti alla grande maggioranza del collegio cardinalizio. Ma nel Conclave che si aprirà a maggio spiccano alcuni porporati che possono avere una vasta influenza e coagulare attorno a questo o a quel candidato pacchetti di voti che alla fine faranno la differenza. Sono i kingmaker, o meglio i pope maker, e il loro peso è aumentato nel corso del pontificato di Bergoglio. O, meglio, ha assunto una particolare connotazione geografica.

Il Pontefice argentino ha infatti dato più peso, in particolare tramite le assemblee sinodali, alle conferenze episcopali continentali. In America Latina il Celam (Consiglio episcopale latino-americano) è un’istituzione, ora è guidato dal cardinale brasiliano Jaime Spengler, origini tedesche, arcivescovo di Porto Alegre. La questione dei preti sposati? «Non so se potrebbe essere la migliore soluzione alla carenza di preti, ma abbiamo bisogno di franchezza e di apertura per affrontarla», ha dichiarato. Se è improbabile — ma non escluso — che dopo un Papa latino-americano ne arrivi un altro, i cardinali elettori del centro e sud America sono 21 su 135 e non faranno mancare la loro voce.

Il gruppo latino è piuttosto coeso, tra i 55 cardinali elettori europei ci sono molte differenze. L’ala conservatrice ascolta con attenzione quello che dice il cardinale Peter Erdo (presidente per dieci anni del Consiglio delle conferenze episcopali europee): l’arcivescovo di Budapest, canonista di pregio, è considerato papabile dai suoi sostenitori, ma anche se venisse escluso dalla corsa saprebbe orientare le scelte di molti che, pur rispettando con Francesco, ora vorrebbero un altro Benedetto XVI o un altro Giovanni Paolo II. Figura meno nota, ma emerso come leader alle ultime assemblee sinodali, è anche il cardinale Ladislav Nemet, vicepresidente dello stesso Ccee: uomo di confine, l’arcivescovo di Belgrado ha la doppia nazionalità, serba e ungherese, parla a Occidente e a Oriente, e ama parlare franco: un Pontefice in Serbia? «Senza il permesso di Mosca», ha spiegato all’agenzia stampa francese I.Media, «non ci sarà una visita del Papa in Serbia». Punto di riferimento dei progressisti europei è invece il cardinale Jean-Claude Hollerich, per sei anni presidente della Commissione delle conferenze episcopali della Comunità europea, Comece), poliglotta (parla fluentemente svariate lingue, tra cui il giapponese), gesuita come Francesco — per questo difficilmente papabile — aperto a coppie gay, diaconato femminile e abolizione del celibato obbligatorio. «Il prossimo Papa deve ascoltare, la sinistra come la destra», dice il lussemburghese: «L’unità della Chiesa va preservata, ma non può significare tornare indietro».

In questi ultimi anni è cresciuta, in coordinamento e in autocoscienza, la Chiesa asiatica, e sebbene il vasto continente asiatico sia estremamente variegato, la Chiesa cattolica è quasi ovunque minoranza. Tra i 21 cardinali della regione c’è forte solidarietà. Ai sinodi di Papa Francesco, in particolare, sono emersi alcuni leader, poco noti a Roma ma influenti tra i confratelli: c’è Charles Bo, 76 anni, salesiano del Myanmar, che ha presieduto la federazione delle Chiese asiatiche in passato, e c’è l’attuale presidente della Federazione delle conferenze episcopali dell’Asia (Fabc), l’indiano Filipe Neri Ferrão, arcivescovo di Goa, coraggioso e autorevole, parla konaki, inglese, portoghese, francese, tedesco e italiano.

E poi c’è l’Africa. I 18 cardinali del continente rappresentano paesi e culture molto diversi ma sono tutti esponenti di Chiese relativamente giovani. E se fino a pochi anni fa erano meno coesi, hanno agito compatti paradossalmente contro una decisione di Bergoglio: quando papa Francesco ha infatti deciso di autorizzare la benedizione delle coppie omosessuali, quasi tutti gli episcopati africani (non il Sud Africa, non alcune Chiese del Maghreb) hanno rifiutato la decisione. Si è fatto carico di portare dal Papa le proteste, e di mediare tra Roma e il suo continente, il carismatico cardinale Fridolin Ambongo di Kinshasa, in Repubblica democratica del Congo, presidente del Secam (Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar). Ma lui, se la Chiesa fosse pronta per un Papa africano, è anche papabile.

Leggi i commenti