Un elogio funebre “esauriente, puntuale, profondo” per il primo pastore arrivato “dalla fine del mondo” che ha servito la Chiesa “con la forza della roccia su cui il Signore costruisce la sua Chiesa da duemila anni, il gigante del terzo millennio che, come San Giovanni Paolo II, si è speso per tutta la vita per la pace, la condanna delle guerre, la difesa di poveri, malati, ultimi e bisognosi, cura del creato, accoglienza di migranti, critica del capitalismo sfrenato. Mostrandosi in pubblico e servendo la Chiesa e il mondo con tutte le sue fragilità senza farsi condizionare dalle sue precarie condizioni di salute. Fino alla fine”.
C’è un filo conduttore che unisce in maniera “impressionante” l’argentino Jorge Mario Bergoglio e il polacco Karol Wojtyla, che nel giorn…
Un elogio funebre “esauriente, puntuale, profondo” per il primo pastore arrivato “dalla fine del mondo” che ha servito la Chiesa “con la forza della roccia su cui il Signore costruisce la sua Chiesa da duemila anni, il gigante del terzo millennio che, come San Giovanni Paolo II, si è speso per tutta la vita per la pace, la condanna delle guerre, la difesa di poveri, malati, ultimi e bisognosi, cura del creato, accoglienza di migranti, critica del capitalismo sfrenato. Mostrandosi in pubblico e servendo la Chiesa e il mondo con tutte le sue fragilità senza farsi condizionare dalle sue precarie condizioni di salute. Fino alla fine”.
C’è un filo conduttore che unisce in maniera “impressionante” l’argentino Jorge Mario Bergoglio e il polacco Karol Wojtyla, che nel giorno dei funerali di Francesco si è manifestato “nei passi salienti dell’omelia del cardinale Re, nella grande folla accalcata commossa in piazza San Pietro, nella solenne celebrazione e persino in segni apparentemente minori come i colori dei fiori, gli slogan di ringraziamento, i “Santo Subito!” esplosi dalla folla, le pagine del Vangelo poggiato sulla bara sfogliate dal vento, come avvenne anche nel rito di addio di San Giovanni Paolo II dell’8 Aprile 2005”.
A parlarne è Stanislao Dziwisz, cardinale non elettore – ieri ha compiuto 86 anni – storico segretario di Giovanni Paolo II, presente ai funerali papali sul sagrato berniniano insieme all’intero collegio cardinalizio. Che, a cerimonia conclusa, mentre il corteo funebre si avvia verso la basilica di Santa Maria Maggiore, assicura con certezza che “c’è sintonia e continuità tra i pontificati di questi due papi, San Giovanni Paolo II e Francesco, che hanno segnato in maniera indelebile gli anni delle loro vite terrene. Confido che Wojtyla, all’arrivo di Bergoglio in Paradiso, gli sia andato subito incontro e che insieme ora glorifichino la misericordia di Dio”.
Cardinale Dziwisz, un suo giudizio sulla omelia dedicata alla vita di papa Francesco ai funerali in piazza San Pietro.
“È stata un’omelia veramente molto bella per il Pietro del nostro tempo, Francesco. Le parole del cardinale decano Giovanni Battista Re hanno illustrato benissimo la sua figura e l’intera sua opera pastorale”.
In concreto quali sono i valori che uniscono due personalità tanto differenti per nazionalità, caratteri, vite vissute, come Bergoglio e Wojtyla?
“I segni di continuità tra i due sono tanti. In primo luogo la devozione per la Madonna. Entrambi hanno dedicato il Pontificato a Maria Vergine, con fede profonda, speranza incrollabile e amore ardente di figli verso la Madre, rafforzando i loro fratelli nella fede. Non possiamo che ringraziarli per il servizio alla Chiesa e al mondo in questi tempi difficili e turbolenti, in cui si combattono guerre in varie regioni del nostro pianeta e si versa sangue fraterno. Effetti nefasti di quella terza guerra mondiale a pezzi denunziata dal Santo Padre fino all’ultimo giorno della sua vita”.
Francesco per tutto il Pontificato ha instancabilmente condannato guerre, violenze e sopraffazioni. Ma non è stato ascoltato.
“Ma lui ha continuato sempre a parlare ad alta voce. Papa Bergoglio, come un padre si è sempre speso per i suoi figli, specialmente quelli più deboli e più esposti ai pericoli dei conflitti. Si è sempre preoccupato delle questioni più difficili del mondo, non è fuggito da esse, non ha chiuso gli occhi. Il Santo Padre ha fatto instancabilmente appello ai responsabili, alle loro coscienze, per spezzare la spirale dell’odio e della violenza. È accorso in aiuto delle vittime dei conflitti, ha pregato soprattutto per la martoriata Ucraina e per il pentimento di coloro che alzano le mani contro gli altri, distruggendo le case e gli ospedali delle persone, spezzando i legami umani, scavando il baratro tra le nazioni”.
“Papa dei poveri” è uno dei tanti appellativi con cui Bergoglio viene definito. Come lo spiega?
“Vero. L’ideale del defunto papa Francesco era ‘una Chiesa povera e per i poveri’. Egli stesso ha dato un esempio di povertà, di semplicità di vita e ha sensibilizzato la Chiesa a questo aspetto. E bisogno riconoscere che possiamo e dobbiamo ancora imparare molto da lui a questo proposito. Francesco ha chiesto il rispetto dei poveri, il rispetto dei diritti e della dignità innata di ogni essere umano, indipendentemente dal colore della pelle, dall’origine, dalla religione o dal credo. Ha abbracciato con la preghiera e la cura i malati, i sofferenti, i disabili, i perseguitati, i prigionieri. Pochi giorni prima della sua morte visitò il carcere romano di Regina Coeli”.
Pur non amando viaggiare, papa Francesco, come Giovanni Paolo II, ha fatto molti pellegrinaggi, 47 in tutto il mondo in 12 anni di Pontificato. Altrettanti in Italia. Piu’ della metà di quelli dei circa 27 anni di Pontificato di Wojtyla.
“Anche questo è un tratto comune ai due pontefici. Il Santo Padre Francesco, da parte sua, è stato particolarmente sensibile alla situazione delle Chiese più piccole. Le ha visitate, a volte agli antipodi. Credeva che anche la comunità più piccola meritasse il posto che le spetta nella Chiesa universale”.
Anche la devozione e la certezza nella Misericordia Divina ha unito i due Papi. Solo un caso?
“Più che una mera coincidenza. Ci ha colpito il fatto che papa Francesco sia passato all’eternità durante la settimana della Misericordia, che abbia dedicato il suo primo Giubileo, quello del 2015, alla Misericordia, così come Giovanni Paolo II ha affidato il mondo alla Misericordia di Dio e ha istituito la Festa della Divina Misericordia per tutta la Chiesa. Non meno significativo il fatto che, come Giovanni Paolo II, papa Francesco ha visto nei giovani i ‘custodi del mattino’ nel terzo millennio della fede cristiana. Questi due Papi hanno condiviso una profonda preoccupazione per la Chiesa contemporanea e per il destino del nostro mondo. Sono stati vere e proprie guide spirituali, ciascuno secondo il proprio carisma, il proprio temperamento, la propria sensibilità, la cultura del proprio popolo”.