Leone XIV, voti trasversali e il sì dei bergogliani moderati: così è maturata la svolta
di Iacopo ScaramuzziÈ stato eletto l’uomo del consenso, il Papa che sa raccogliere e rilanciare l’eredità di Francesco rassicurando chi ne soffriva il carattere dirompente, il religioso dal temperamento riservato ma avvincente. È stato scelto un Pontefice noto per essere un gran lavoratore, un grande ascoltatore, uno abituato a lavorare in gruppo. Robert Francis Prevost è stato eletto al quarto scrutinio, come Benedetto XVI nel 2005, una votazione in meno di Francesco nel 2013, quattro in meno di Giovanni Paolo II nel 1978. Cosa sia successo da mercoledì sera a ieri pomeriggio rimane nel segreto della Cappella Sistina, almeno per ora, ma si possono ipotizzare alcuni sommovimenti che hanno portato alla fumata bianca.
A partire da un fatto: l’elezione è stata veloce. Lo prevedevano molti cardinali nei giorni precedenti il Conclave, e nonostante tutti riconoscessero che il collegio era molto diversificato e tanti porporati non si conoscevano tra di loro. Apparentemente un paradosso, evidentemente la riprova…
È stato eletto l’uomo del consenso, il Papa che sa raccogliere e rilanciare l’eredità di Francesco rassicurando chi ne soffriva il carattere dirompente, il religioso dal temperamento riservato ma avvincente. È stato scelto un Pontefice noto per essere un gran lavoratore, un grande ascoltatore, uno abituato a lavorare in gruppo. Robert Francis Prevost è stato eletto al quarto scrutinio, come Benedetto XVI nel 2005, una votazione in meno di Francesco nel 2013, quattro in meno di Giovanni Paolo II nel 1978. Cosa sia successo da mercoledì sera a ieri pomeriggio rimane nel segreto della Cappella Sistina, almeno per ora, ma si possono ipotizzare alcuni sommovimenti che hanno portato alla fumata bianca.
A partire da un fatto: l’elezione è stata veloce. Lo prevedevano molti cardinali nei giorni precedenti il Conclave, e nonostante tutti riconoscessero che il collegio era molto diversificato e tanti porporati non si conoscevano tra di loro. Apparentemente un paradosso, evidentemente la riprova che le figure emerse nel corso delle dodici congregazioni generali che si sono tenute in Vaticano dopo la morte di papa Francesco non erano poi così tante.
Il cardinale Pietro Parolin partiva favorito. I suoi sostenitori gli attribuivano un pacchetto di almeno 40 voti già all’ingresso in Sistina. Tutti lo conoscevano, tutti ne apprezzano le doti diplomatiche, tanto più preziose nell’attuale frangente geopolitico. Attorno al Segretario di Stato di Francesco vi erano anche tensioni: i cardinali in sintonia con Donald Trump non hanno apprezzato l’accordo con la Cina, i bergogliani doc consideravano Parolin troppo cauto rispetto alle spinte riformiste di Francesco. Il collegio cardinalizio più affollato e più internazionale della storia ha preso in considerazione altre figure più marcatamente pastorali: sono emerse figure come l’arcivescovo di Marsiglia Jean-Marc Aveline, il salesiano spagnolo Cristobal Lopez Romero, arcivescovo di Rabat, negli ultimi giorni delle congregazioni generali è spuntato il filippino Pablo Virgilio David con un discorso che ha impressionato diversi suoi confratelli.
Nessuno di loro è evidentemente emerso come il papabile giusto. Jorge Mario Bergoglio ha nominato l’ottanta per cento dei cardinali che hanno eletto il successore, ma quello bergogliano non è un gruppo unanime né compatto. C’era chi a porte chiuse ha parlato di «confusione» (Beniamino Stella), chi temeva che il suo magistero venisse annacquato e normalizzato, e voleva rilanciarne lo slancio profetico. Il rischio era che si contrapponessero blocchi avversi, il Conclave plasmato da Francesco ha mostrato invece una Chiesa diversificata ma unita, rappresentativa di 70 paesi diversi ma capace di fare sintesi in soli quattro scrutini. È intuibile che un processo elettorale così spedito sia stato possibile perché c’è stata presto una convergenza degli altri candidati, a partire da Parolin, su Prevost. Il veneto e l’americano, del resto, l’uno Segretario di Stato e l’altro prefetto dei Vescovi, due big della Curia bergogliana, hanno collaborato bene negli ultimi anni. Ed è plausibile che il futuro Papa abbia raccolto un buon gruzzolo di voti fin dal primo scrutinio: difficile, altrimenti, superare la quota dei due terzi, 89 voti su 133, in solo quattro tappe.
Di sicuro Prevost ha calamitato preferenze trasversali sia idealmente che geograficamente. Nel Conclave era il meno americano degli americani: nato a Chicago, ha vissuto 20 anni in Perù. Il cardinale Blaise Cupich di Chicago, capofila dei bergogliani (e anti-trumpiani) nell’episcopato Usa, lo ha probabilmente sostenuto, così gli altri porporati a stelle e strisce nominati da Bergoglio. L’americano ha raccolto anche non pochi voti dall’America latina, a partire dall’arcivescovo di Lima Carlos Gustavo Castillo Mattasoglio, e non è escluso che abbia lavorato per lui, quanto meno a un certo punto, un peso massimo dell’episcopato europeo come Reinhard Marx: Prevost ha gestito con saggezza, insieme ad altri, i rapporti tra la Curia Romana e i vescovi tedeschi quando il cammino sinodale della Germania ha creato fibrillazioni. Altro arcipelago dove l’americano ha potuto contare su simpatie e appoggio è quello delle assemblee sinodali che si sono svolte a Roma nel 2023 e 2024, fortemente volute da Francesco e guidate dai cardinali Mario Grech e Jean-Claude Hollerich, alle quali hanno partecipato 60 cardinali da tutto il mondo. Infine, tra i porporati membri fissi del dicastero dei Vescovi di cui Prevost era presidente – Anders Arborelius, Juan José Omella, Jean-Marc Aveline, Paolo Lojudice per fare qualche nome – tutti hanno apprezzato le sue doti di ascolto e collaborazione. Grazie al suo approccio soft e pragmatico, poi, Prevost gode della fiducia di un cardinale molto conservatore come Gerhard Ludwig Müeller, anch’egli un entusiasta frequentatore della Chiesa peruviana, e non è escluso che, nell’ultimo tratto dell’elezione, abbia attirato anche il suo voto. Di certo un uomo abituato a lavorare in gruppo come Prevost è apparso a molti come l’uomo giusto per far evolvere il Papato in una forma più collegiale, collaborando con un possibile consiglio episcopale, e sinodale, coinvolgendo tutti i battezzati nella responsabilità per la Chiesa: una delle istanze più ricorrenti durante le congregazioni generali. E così dalla Sistina il cardinale Robert Francis Prevost è uscito papa Leone XIV.