Cantano faccetta nera all’adunata nazionale: alpini ancora nella bufera
dal nostro inviato Maurizio CrosettiBIELLA – Nera non è la penna, ma la Faccetta. Quella del canto fascista intonato nella notte tra venerdì e sabato da un gruppo di nostalgici, probabilmente ubriachi, all’adunata nazionale degli alpini numero 96 a Biella. Un video li coglie sul fatto: non sono tantissimi ma neppure pochi, si vedono cappelli con la penna, qualcuno solleva il braccio per il saluto romano. L’aria si riempie delle fetide, orribili note, e nessuno in quel momento si dissocia, nessuno si chiama fuori. Così si scoperchia un tombino.
Sono in 400mila a sfilare a Biella da venerdì a stasera, nelle strade e nelle piazze di una città medaglia d’oro della Resistenza. La stessa, però, che in Consiglio comunale ha appena respinto la mozione per cancellare la cittadinanza onoraria a Mussolini. Collegate i puntini, qualcosa apparirà. Forse, qualche fascista che questi tristi tempi hanno ormai sdoganato, gente che sfila a braccio teso e cranio rapato, e a volte più che nostalgie o provocazioni sembrano progetti per il …
BIELLA – Nera non è la penna, ma la Faccetta. Quella del canto fascista intonato nella notte tra venerdì e sabato da un gruppo di nostalgici, probabilmente ubriachi, all’adunata nazionale degli alpini numero 96 a Biella. Un video li coglie sul fatto: non sono tantissimi ma neppure pochi, si vedono cappelli con la penna, qualcuno solleva il braccio per il saluto romano. L’aria si riempie delle fetide, orribili note, e nessuno in quel momento si dissocia, nessuno si chiama fuori. Così si scoperchia un tombino.
Sono in 400mila a sfilare a Biella da venerdì a stasera, nelle strade e nelle piazze di una città medaglia d’oro della Resistenza. La stessa, però, che in Consiglio comunale ha appena respinto la mozione per cancellare la cittadinanza onoraria a Mussolini. Collegate i puntini, qualcosa apparirà. Forse, qualche fascista che questi tristi tempi hanno ormai sdoganato, gente che sfila a braccio teso e cranio rapato, e a volte più che nostalgie o provocazioni sembrano progetti per il futuro.
È notte quando in via Gramsci, quell’Antonio Gramsci che il Duce fece arrestare e che morì nel 1937 dopo essere stato annientato dal carcere, si alza la musica di Faccetta Nera. Non dagli altoparlanti ufficiali dell’adunata, come sembrava in un primo momento, ma da un bar. Si forma un gruppo di persone che cominciano a cantare, qualcuno filma la scena che diventa virale in una manciata di ore.
«È una vergogna inaccettabile», commenta Elly Schlein. «Quanto dovremo aspettare per avere parole di condanna forti e nette da parte di tutte le forze politiche?» Sui social, Matteo Salvini evita però di soffermarsi sul coro: «Giù le mani dagli Alpini che sono gloria, storia e patrimonio dell’Italia», scrive. Sì, peccato però che ogni tanto a qualcuno di loro scappi la mano. Era successo già nel 2022 all’adunata di Rimini, quando scoppiò il caso delle molestie sessiste, e adesso c’è questa ripugnante macchia nera. «Ci dissociamo da ogni forma di propaganda politica», dice Sebastiano Favero, presidente dell’Assocazione nazionale alpini. «La nostra è un’associazione di volontari apartitica, e stiamo celebrando la novantaseiesima Adunata in una città medaglia d’oro della Resistenza. Questo episodio non ha nulla a che vedere con il significato e i valori propugnati in quasi 105 anni di storia da parte di 320 mila penne nere».
Ma è come un pugno in faccia, quel coro nella notte, poche ore dopo la presentazione del libro Alpini ribelli (Mursia) proprio in apertura della kermesse biellese: un ricco volume di studi storici che raccontano come moltissimi alpini, dopo l’8 settembre 1943, si unirono alla lotta di Liberazione portando un contributo decisivo nella guerriglia in montagna, territorio che nessuno sapeva dominare meglio di loro. «Abbiamo avuto 62 medaglie d’oro al valor militare», ricorda ancora il presidente dell’Ana. Come a dire che l’equazione Alpini/fascisti non solo non sta in piedi, ma è un falso storico.
Tutto vero, però quelli che cantavano Faccetta Nera con il braccio teso erano lì per l’adunata, manifestazione alla quale oggi parteciperà anche Ignazio La Russa (con lui ci saranno i ministri Crosetto e Pichetto Fratin), nostalgico dichiarato e collezionista di busti del Duce. E ieri gli alpini hanno ricevuto la visita di Isabella Rauti, sottosegretaria alla Difesa, ex moglie di Gianni Alemanno e figlia di Pino Rauti, già segretario del Movimento Sociale Italiano. Unite i puntini, qualcosa apparirà.
A farne le spese, la stragrande maggioranza degli alpini arrivati a Biella con bandiere, fisarmoniche, damigiane di vino e quintali di salame. Un popolo che di anno in anno deve fare i conti con qualche pecora nera, in questo caso alla lettera. Certo, non è questa la storia delle gloriose penne, fatta di sofferenza e coraggio, come testimonia Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, che un negoziante di Biella ha giustamente messo in vetrina. Gli alpini della Julia che morirono nella ritirata di Russia, e quelli che oggi intervengono insieme alla Protezione Civile nelle inondazioni e nei terremoti. Malauguratamente per loro, basta qualche fascistello per macchiarli tutti, e non è giusto.
«Quello che è accaduto è inqualificabile, uno sfregio alla memoria che merita ferma condanna da parte di ognuno», dice Sarah Disabato, capogruppo M5S in Regione. Ma le voci di sdegno non sono state poi molte, purtroppo, in queste ore nere come le penne sul cappello.