CITTÀ DEL VATICANO – L’ultimo ad abitarci è stato Benedetto XVI. Il 28 febbraio 2013 il papa tedesco ha sceso lo scalone che porta nel cortile di San Damaso, poi è entrato in auto e da lì ha raggiunto l’eliporto dove è decollato per Castel Gandolfo. Era l’epilogo del suo pontificato, annunciato diciassette giorni prima, a sorpresa. E a sorpresa, nei dodici anni successivi anche l’appartamento pontificio lasciato libero quel giorno sarebbe rimasto disabitato, per la decisione di papa Francesco di restare a Santa Marta, la foresteria nella quale aveva vissuto i giorni del conclave.
Il portone chiuso e lacrime di Ganswein
Quel giorno di febbraio 2013, è toccato a monsignor Georg Ganswein chiudere la porta alle spalle del Papa. “Io sono stato l’ultimo che ha lasciato l’appartamento, ho spento le luci, questo era per me un atto già molto commovente, ma anche molto triste. Ho chiuso la porta. E poi siamo usciti”. A Ezio Mauro, Ganswein raccontò di essersi commosso: “Si è rotto qualcosa in m…
CITTÀ DEL VATICANO – L’ultimo ad abitarci è stato Benedetto XVI. Il 28 febbraio 2013 il papa tedesco ha sceso lo scalone che porta nel cortile di San Damaso, poi è entrato in auto e da lì ha raggiunto l’eliporto dove è decollato per Castel Gandolfo. Era l’epilogo del suo pontificato, annunciato diciassette giorni prima, a sorpresa. E a sorpresa, nei dodici anni successivi anche l’appartamento pontificio lasciato libero quel giorno sarebbe rimasto disabitato, per la decisione di papa Francesco di restare a Santa Marta, la foresteria nella quale aveva vissuto i giorni del conclave.
Il portone chiuso e lacrime di Ganswein
Quel giorno di febbraio 2013, è toccato a monsignor Georg Ganswein chiudere la porta alle spalle del Papa. “Io sono stato l’ultimo che ha lasciato l’appartamento, ho spento le luci, questo era per me un atto già molto commovente, ma anche molto triste. Ho chiuso la porta. E poi siamo usciti”. A Ezio Mauro, Ganswein raccontò di essersi commosso: “Si è rotto qualcosa in me e ho pianto, sì. Ho cercato di trattenermi, ma la pressione era troppo grande, una specie di tsunami sopra, sotto, accanto. Non sapevo più dov’ero”.
La luce che annunciò la morte di Wojtyla
Era un momento storico. Lo sono tutti i grandi passaggi vaticani, ma in quel caso c’era un pontefice che se ne andava ancora in vita. Il portone che si chiudeva era un inedito segno del vuoto. Più ovattato, sicuramente, della luce che invece si accese alle 21 e 37 del 2 aprile 2005. Karol Wojtyla era agonizzante da giorni, la gente si riuniva in preghiera sotto alle finestre dell’appartamento. L’ultima, adiacente all’angolo del palazzo, quella sera aveva la luce spenta. Quando qualcuno attivò l’interruttore il segnale divenne chiaro: il Papa era morto.
I lavori inutili per l’arrivo di Francesco
Proprio per garantire assistenza a Giovanni Paolo II nelle stanze di servizio dell’appartamento era stata allestita una suite sanitaria con tutte le attrezzature. Esiste ancora oggi, ma come il resto dell’appartamento ha bisogno di essere revisionata. Di sicuro, qualora Leone XIV decida di trasferirsi nella residenza al terzo piano del Palazzo apostolico servirà rimettere mano agli impianti idrici ed elettrici. Ma la routine prevede anche una rinfrescata alle pareti e agli arredi. Erano già partiti i lavori nel 2013 in vista di un possibile ingresso di Francesco. Le squadre di manutenzione avevano portato avanti alcuni lavori. Poi le cose sono andate diversamente. E da allora, l’appartamento è rimasto come l’ha lasciato Benedetto XVI.