In alto il Buon Pastore, in basso noi pecore, incanalate ai varchi verso il centro della piazza San Pietro, qui fin dalle 8 per prendere i posti migliori (o frontali alla Loggia delle benedizioni, o davanti a un maxischermo, dove puoi anche contare i bottoni della tonaca bianca). Un gregge curioso, forse ancora diffidente: «Adesso vogliamo vederlo in faccia, sentirlo parlare, capire che tipo è davvero…», fa uno di Brescia, nei secoli fedele a papa Montini, «perché si fa presto a dire che un Papa è vicino alla gente, ma poi lo si valuta nei gesti, nelle parole. Nei fatti!». E le parole convincono, così come il tono fraterno di Prevost, i saluti alle mamme, ai pellegrini, e anche alle 100 bande musicali presenti in piazza, perché in questi giorni si celebra il loro Giubileo.
E quindi è come una festa di paese, solo moltiplicata per 100mila, con le marcette e i tromboni che luccicano, i messicani e gli Schutzen, la fanfara dei carabinieri, ma in questo frastuono già si capisce che il Pap…
In alto il Buon Pastore, in basso noi pecore, incanalate ai varchi verso il centro della piazza San Pietro, qui fin dalle 8 per prendere i posti migliori (o frontali alla Loggia delle benedizioni, o davanti a un maxischermo, dove puoi anche contare i bottoni della tonaca bianca). Un gregge curioso, forse ancora diffidente: «Adesso vogliamo vederlo in faccia, sentirlo parlare, capire che tipo è davvero…», fa uno di Brescia, nei secoli fedele a papa Montini, «perché si fa presto a dire che un Papa è vicino alla gente, ma poi lo si valuta nei gesti, nelle parole. Nei fatti!». E le parole convincono, così come il tono fraterno di Prevost, i saluti alle mamme, ai pellegrini, e anche alle 100 bande musicali presenti in piazza, perché in questi giorni si celebra il loro Giubileo.
E quindi è come una festa di paese, solo moltiplicata per 100mila, con le marcette e i tromboni che luccicano, i messicani e gli Schutzen, la fanfara dei carabinieri, ma in questo frastuono già si capisce che il Papa nuovo verrà molto amato. «La paura è sempre che arrivi uno rigido, distante dalle persone, freddo», spiega la bolognese Annamaria, ma questo «ci sembra vicino, comprensivo, e anche di sinistra». Quindi «già gli vogliamo bene», e se lo dice una che fa l’avvocato, figuratevi cosa pensa la gente che fa lavori dimessi e invisibili, e che conta i centesimi a fine mese. E cosa possono pensare i sudamericani, poi, che considerano Prevost non tanto ‘Yanqui’, ma «uno di noi, uno che sa cos’è la sofferenza». Ad esempio, «quella di noi migranti», dice Yesenia Ciriaco, colf peruviana, arrivata qui 22 anni fa «per una vita migliore, come tutti. Da Paesi dove i governi si riempiono le tasche di soldi, ma non fanno niente per noi. La Chiesa invece fa tanto. Ma voi, non vi rendete conto della grande povertà che c’è in Sudamerica». Siamo turisti, vediamo il bello, ignoriamo i barrios, lo sporco, la puzza della miseria.
Papa Francesco lo sapeva, papa Prevost pure, avendo governato per anni la diocesi di Chiclayo, «soprattutto la sierra andina, dove vivono malissimo. Ha portato molti aiuti, ma soprattutto la speranza». Quindi, quel puntino bianco lassù, che abbiamo visto nelle vecchie foto, a cavallo verso villaggi miserrimi, «capisce il bisogno della gente», intendendo «quando i tuoi bambini strillano per la fame», dice José, dall’Equador, ora portiere in un palazzo romano. E quanti sudamericani aspettavano il papa, soprattutto nelle prime file, migliaia da Bolivia, Colombia, Argentina, tutta gente migrata in Italia negli anni, con le loro bandiere e l’orgoglio di avercela fatta, sopravvivendo e poi migliorando lavoro e casa, infine mandando i figli all’Università. Kassandra, 19 anni, madre di Lima e padre dell’Equador, che dice «vorrei fare la psichiatra, sono iscritta a Medicina».
Così, prevale questo orgoglio, che fa ballare i peruviani sotto l’obelisco, e arriva anche un sacerdote di Chiclayo, Cesare Risco Benites, «prete semplice, lavoro in una scuola, e conosco bene monsignor Prevost». Ha anche concelebrato con lui una messa, e mostra la foto sul telefono. Sullo stesso telefono ha mandato gli auguri al Papa, «e lui mi ha risposto, dopo la mezzanotte. Così come ha risposto su Whatsapp a tutti noi di Chiclayo». E non ha mai abbandonato la chat della diocesi, quindi posa ancora il suo occhio sulle varie miserie di quella città da 2 milioni di abitanti.
«Da noi la pandemia è stata terribile. Lui ha lanciato il suo appello su Facebook, perché mancava soprattutto l’ossigeno per i malati». Quindi, «è un Papa peruviano al cento per cento», e nessuno, nel vasto gregge sudamericano dubita che si allontani non solo da loro, ma da chi soffre, in tutti i sud del mondo.
«Ha detto esattamente le cose che mi aspettavo dicesse. E c’era questa grande attesa, in piazza, perché tutti volevamo sentirci dire quelle cose». Stefania, commerciante in pensione da Castelli, provincia di Teramo, anche lei ha applaudito l’appello sulle guerre, è stato un boato immediato, «era quello che volevamo ascoltare», e si è commossa al Regina Caeli, «eppure non ho una fede così grande come vorrei».
Cecilia Trujillo, colf peruviana: «La gente si aspetta che cambino molte cose. Più che con Francesco, nel suo stesso solco. E poi, lui in Perù faceva il pastore, e adesso è diventato il più grande dei pastori», quindi «saprà parlare con Trump, che ha già espulso 700 peruviani, separando le famiglie. Lui è subito intervenuto, perché è un uomo coraggioso. E non è scappato, neanche quando c’era il terrorismo». Poi, altre greggi si aggirano nella piazza, come i 72 lupetti di Lanciano 2 attaccati a una corda da montagna, nella speranza di non perdersi nella folla, e sperando nell’uomo vestito di bianco.