“Io, bambino zero e le bugie sugli abusi estorte con la paura”
di Maurizio CrosettiDavide Tonelli Galliera negli anni Novanta con il padre naturale, Romano Galliera
Adesso ha un nome: si chiama Davide. Ma era sempre stato il Bambino Zero, il piccolo che alla fine degli anni Novanta aveva denunciato violenze sessuali e riti satanici nei cimiteri, il presunto testimone dello spaventoso caso dei “Diavoli della bassa modenese”. Aveva appena tre anni quando sarebbe stato vittima di abusi, e ne aveva sette quando venne tolto ai genitori naturali per essere consegnato a una famiglia affidataria. Seguirono processi, 16 bambini strappati ai genitori, una mamma suicida, due uomini morti d’infarto (uno era un sacerdote, ingiustamente accusato di pedofilia). In molti finirono in prigione, compresi i genitori naturali di Davide, che poi morirono. Condanne in primo grado, assoluzioni in appello e nemmeno un riscontro, una denuncia di scomparsa, un cadavere trovato, niente.
Davide Tonelli Galliera oggi ha 35 anni e ha scritto un libro sulla sua storia, Io, bambino zero (Vallardi). Ne parla con Repubblica in anteprima.
Davide, che fine ha fatto quel bambino?
…Adesso ha un nome: si chiama Davide. Ma era sempre stato il Bambino Zero, il piccolo che alla fine degli anni Novanta aveva denunciato violenze sessuali e riti satanici nei cimiteri, il presunto testimone dello spaventoso caso dei “Diavoli della bassa modenese”. Aveva appena tre anni quando sarebbe stato vittima di abusi, e ne aveva sette quando venne tolto ai genitori naturali per essere consegnato a una famiglia affidataria. Seguirono processi, 16 bambini strappati ai genitori, una mamma suicida, due uomini morti d’infarto (uno era un sacerdote, ingiustamente accusato di pedofilia). In molti finirono in prigione, compresi i genitori naturali di Davide, che poi morirono. Condanne in primo grado, assoluzioni in appello e nemmeno un riscontro, una denuncia di scomparsa, un cadavere trovato, niente.
Davide Tonelli Galliera oggi ha 35 anni e ha scritto un libro sulla sua storia, Io, bambino zero (Vallardi). Ne parla con Repubblica in anteprima.
Davide, che fine ha fatto quel bambino?
«Ancora grida dentro e si fa domande. È devastato dai sensi di colpa, è diventato grande per scoprire che a causa delle sue parole, estorte a lui e ad altri bambini come lui, sono morte delle persone e altre hanno sofferto l’inferno, me compreso».
Perché ha deciso di scriverne?
«Per liberarmi dal peso, ma scrivendo ho rivissuto tutto: le ferite sono ancora aperte».
Lei vedeva mostri che non esistevano: perché disse quelle cose?
«Ero piccolo e suggestionato. Avevo terrore della psicologa che mi interrogava con gli occhi spiritati: con me era cattiva, gridava, si arrabbiava, e poi diventava buona quando c’erano altri adulti. Credo abbiano costruito questa menzogna per togliermi alla mia mamma naturale, di cui la mia seconda mamma era molto gelosa».
Quando ha capito che nella sua infanzia era nascosto un segreto terribile?
«Mi chiedevo perché dai cinque anni fino ai trenta non fossi mai stato felice. La risposta era nelle carte processuali, che lessi dopo».
Quando ha saputo la verità?
«Soltanto quattro anni fa. Lessi quelle carte e mi sembrò di impazzire. Chiesi un ricovero psichiatrico volontario, ero sicuro che non ne sarei uscito mai più».
Cosa ricorda esattamente di quando sarebbe stato abusato?
«Erano fatti mai accaduti ma estorti: non posso avere memoria di ciò che non ho vissuto. Provo emozioni confuse, non sono neppure sicuro che fossi cosciente quando dicevo quelle cose. Ricordo solo la paura che avevo dei grandi, della psicologa, dei giudici e della mia mamma affidataria, che quella psicologa conosceva già da prima. Mi ripetevano: parla, non devi vergognarti».
Davide Tonelli Galliera oggi
Ritiene che chi la forzò a dire orribili bugie seguisse un piano preciso?
«Forse a un certo punto si sono accorti che non potevano più tornare indietro, così hanno continuato ad alimentare i miei falsi ricordi».
La psicologa come si comportava con lei?
«Era ossessionata, voleva che raccontassi per forza certe cose».
Cosa ricorda dei suoi genitori naturali?
«Tutto. Anche com’erano vestiti il giorno in cui mi strapparono da loro. Ricordo il trambusto e il panico allucinante. Ricordo le loro voci e i loro volti, e quelli dei miei due fratelli con cui ora mi sento, ogni tanto ci vediamo: non ce l’hanno con me. Mamma era buonissima, sempre allegra. Eravamo poveri ma contenti».
Dopo, cosa accadde?
«Mi portarono dalle suore: anche loro mi facevano parlare male dei miei. E il mio nuovo fratello alzava le mani, però non lo giudico».
Sente ancora i suoi secondi genitori?
«Da quattro anni non più. Mia madre affidataria mi ripeteva che se una donna si era buttata dal quinto piano, allora doveva essere per forza colpevole. Invece, era perché le avevano tolto la bambina. Non so come ho fatto a non uccidermi anch’io. Forse, sarei potuto diventare un mostro, un serial killer».
Qual è il suo maggiore rimpianto?
«Che la mia vera mamma sia morta nel 2009 senza avermi più rivisto. Il mio papà la seguì poco dopo».
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Che sensi di colpa può avere un bambino senza colpe?
«Riesco a tenerli a bada con la terapia».
Davide, cosa fa adesso?
«Non ho studiato, ho cambiato tante di quelle scuole... Alle medie e alle superiori mi hanno pure bullizzato. Ho fatto il muratore e poi ho scritto questo libro: spero mi porti fortuna e mi aiuti a trovare finalmente la mia strada. Sono appassionato di rap, mi piace comporre in rima».
Come definirebbe il dolore che ha provato e che ha causato?
«Indescrivibile, perché è nato nell’ingiustizia. E irrimediabile».
Qual è la più grande sofferenza per un bambino?
«L’abbandono».
E cosa vorrebbe dire, adesso, a quel bambino?
«So che lo devo ascoltare, e che non posso scordarmi di quello che ha patito e che ha fatto. Ma so anche che qualcosa bisogna dimenticare, per sopravvivere».