Per ora sono solo impressioni, un po’ più che sensazioni, un po’ meno che indizi. In Segreteria di Stato vaticana si respira un’aria fiduciosa. Alla terza loggia del palazzo apostolico c’è la speranza che, pur tra i paletti fissati da Francesco, Leone apra una stagione di appeasement. Nulla fa supporre che il nuovo Papa cambierà traiettoria rispetto all’azione riformatrice del predecessore, semmai la pax prevostiana può essere la logica evoluzione dello scossone bergogliano.
La riforma Bergoglio
Perché in dodici anni di pontificato Francesco ha terremotato una Curia romana opaca e ripiegata su se stessa. Ha identificato nella Segreteria di Stato uno dei punti critici dell’organigramma vaticano. La stessa collocazione di quella che un tempo era la segreteria papale, concepita nella forma attuale da papa Paolo VI, che dalla Segreteria di Stato proveniva, poi cresciuta a dismisura sotto Giovanni Paolo II, che molto viaggiava e molto delegava, e sfuggita un po’ di mano con Benedetto XVI e…
Per ora sono solo impressioni, un po’ più che sensazioni, un po’ meno che indizi. In Segreteria di Stato vaticana si respira un’aria fiduciosa. Alla terza loggia del palazzo apostolico c’è la speranza che, pur tra i paletti fissati da Francesco, Leone apra una stagione di appeasement. Nulla fa supporre che il nuovo Papa cambierà traiettoria rispetto all’azione riformatrice del predecessore, semmai la pax prevostiana può essere la logica evoluzione dello scossone bergogliano.
La riforma Bergoglio
Perché in dodici anni di pontificato Francesco ha terremotato una Curia romana opaca e ripiegata su se stessa. Ha identificato nella Segreteria di Stato uno dei punti critici dell’organigramma vaticano. La stessa collocazione di quella che un tempo era la segreteria papale, concepita nella forma attuale da papa Paolo VI, che dalla Segreteria di Stato proveniva, poi cresciuta a dismisura sotto Giovanni Paolo II, che molto viaggiava e molto delegava, e sfuggita un po’ di mano con Benedetto XVI e il cardinale Tarcisio Bertone, doveva essere raddrizzata. Francesco ha ridimensionato la Segreteria di Stato. Nella costituzione apostolica Praedicate Evangelium — che dal titolo stesso mirava a estroflettere la macchina vaticana a servizio dell’evangelizzazione — ne ha ridotto sensibilmente il peso.
L’affaire di Londra
E quando è esploso il caso della compravendita-truffa di un palazzo al centro di Londra, decisa all’epoca da Angelo Becciu, Francesco ha tolto la cassa di circa 700 milioni che la Segreteria di Stato gestiva in autonomia. I malumori a Roma sono stati diffusi, l’azione riformatrice di Francesco era sostenuta da molti cardinali in giro per il mondo.
Insider e outsider
Ora è stato eletto Papa un uomo che, come ha notato il cardinale inglese Vincent Nichols, «ha una considerevole esperienza della Curia romana, ma non abbastanza lunga perché venisse identificato con essa». Un po’ outsider un po’ insider. A eleggerlo, con un consenso molto ampio, sono stati molti cardinali “stranieri”, ma è evidente che Prevost ha raggiunto la fumata bianca in soli quattro scrutini perché il grande favorito della vigilia, il cardinale Pietro Parolin, ha dirottato su di lui il proprio pacchetto di voti alle prime mosse del Conclave. È difficile che, ora, il Papa americano si privi dell’esperienza diplomatica e della rete di rapporti internazionali del Segretario di Stato veneto.
Fund raising
Ed è prevedibile che papa Leone governerà in modo più consensuale di Francesco. Il Papa argentino si è fatto carico del repulisti, il Papa statunitense-peruviano può ora dedicarsi a rifinire le riforme. Portando un po’ di ordine in particolare — è la speranza della Terza loggia — in Segreteria di Stato. Dove già negli ultimi mesi si è riaffacciata una qualche forma di autonomia finanziaria, frutto della decisione, firmata da Francesco quando era in ospedale, di creare una commissione «per aumentare offerte e donazioni» presieduta da monsignor Roberto Campisi, assessore per gli Affari generali della Segreteria di Stato. Il caso Becciu è lungi dall’essere concluso: in autunno si svolgerà il processo d’appello, solo dopo il collegio cardinalizio deciderà se ridare al cardinale i diritti che, tolti da Bergoglio, lo hanno escluso dall’ultimo Conclave. E si sbaglierebbe chi pensasse che dietro lo sguardo benevolo di Prevost c’è malleabilità. Ha governato gli agostiniani di tutto il mondo, ascolta molto ma poi decide, ha intercettato i voti curiali ma anche quelli dei cardinali del mondo che non hanno nessun desiderio di tornare a prima del profetico scrollone bergogliano. Ma proseguirà su quella strada con passo più felpato, per il sollievo della Segreteria di Stato.