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Un Papa tra la gente che non vuole piacere ma lasciare il segno

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Dal “Forza Roma” al selfie con la sciarpa peruviana fino alla passione per il tennis. Ma Prevost è soprattutto uno storico attento al linguaggio
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C’è una domanda che da cinque giorni tutti fanno a sé stessi e agli altri: «Ti piace il papa?». Anche ieri mattina, nell’aula Nervi gremita di rappresentanti dei media, parenti e amici, in attesa di vederlo comparire: «Ti piace il papa?». È un tormentone, discendente diretto di quello di casa Cupiello: «Ti piace il presepe?». «E il papa?».

C’è un’ansia popolare, una volontà di riscontrare elementi positivi in questa nuova e, per i più, inattesa figura. Contagia tutti, a ogni livello e posizione. Riguarda gli orfani di Francesco e quelli che se ne sentono liberati. I rabdomanti della sensibilità e i supplici della dottrina. Ogni predecessore è piaciuto a modo suo. Giovanni Paolo II suscitava soprattutto ammirazione. Benedetto XVI, rispetto. Fra…

C’è una domanda che da cinque giorni tutti fanno a sé stessi e agli altri: «Ti piace il papa?». Anche ieri mattina, nell’aula Nervi gremita di rappresentanti dei media, parenti e amici, in attesa di vederlo comparire: «Ti piace il papa?». È un tormentone, discendente diretto di quello di casa Cupiello: «Ti piace il presepe?». «E il papa?».

C’è un’ansia popolare, una volontà di riscontrare elementi positivi in questa nuova e, per i più, inattesa figura. Contagia tutti, a ogni livello e posizione. Riguarda gli orfani di Francesco e quelli che se ne sentono liberati. I rabdomanti della sensibilità e i supplici della dottrina. Ogni predecessore è piaciuto a modo suo. Giovanni Paolo II suscitava soprattutto ammirazione. Benedetto XVI, rispetto. Francesco, affetto. Leone XIV saprà riunire tutto questo nella stessa sintesi di volontà, desideri, aspettative che ha portato alla sua elezione?

Molti già si appassionano agli aspetti più pop della sua personalità, per come si esprime e come viene raccontata. Sono le piccole cose a cui aveva abituato il recente passato, manifestazioni di disponibilità e umanità (to be down to earth direbbe Bob Prevost, prima di proseguire in tutte le lingue del mondo). «Davvero ha detto: Forza Roma?». Infatti autografa una palla da baseball. E ammette che tornerebbe volentieri sul campo da tennis, ma non con Sinner, giocando, più che con la pallina, con la parola e il suo significato inglese (peccatore). Risponde al bisogno di prossimità accettando una sciarpa peruviana, indossandola e lasciandosi fotografare con la donatrice. È lo smarrito popolo del selfie che viene a lui come a un’accessibile star dello spettacolo, chiedendo di entrare e restare insieme nello stesso rettangolo pixelato nei secoli dei secoli. L’avranno davvero ascoltato quando ha parlato di «guerra delle immagini»? Non è una resa anche questa moltiplicazione all’infinito e senza gerarchia di facce che riempiono l’album personale scivolando dal libro di storia?

Altri apprezzano invece l’estensione del dominio della conoscenza. Quest’uomo non è solo un coacervo geografico (Stati Uniti, Perù, Italia, Francia, Spagna), ma anche storico, perché il Sud e il Nord del mondo sono lontani nel tempo più di quanto siano nello spazio. Quel gringo a cavallo in America Latina è un antenato dell’altro, nella metropolitana di Chicago.

Il suo studiato passaggio dall’inglese all’italiano nell’incontro di ieri, come era passato dall’italiano allo spagnolo al primo affaccio su piazza San Pietro, è ecumenismo del linguaggio, attenzione al significato che sovrasta il suono, anzi il rumore delle frasi sparate, delle opinioni armate eppur disarmanti per la loro mancanza di fondamento. Ha chiesto finisca anche «la guerra delle parole», ma l’applauso vorrà dire che sarà ascoltato?

Una giornalista in pensione che seguì per la France Presse le cose vaticane ed è rimasta in Italia per amore sedeva stringendo in mano le Confessioni di Sant’Agostino. Aveva deciso di leggerle per seguire le orme del percorso di formazione di questo papa. Che, ovviamente, le piace. Come piace a tutti coloro che pensano riporterà al centro la dottrina, lo spirito; quelli che di Francesco hanno percepito gli strattoni, anche sgarbati, non le spinte in avanti che, alla fine, hanno reso possibile Leone XIV.

In questo luogo più che in ogni altro verrebbe da credere all’Ecclesiaste: «Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo». Non fosse che sulla lavagna luminosa è stata messa una frase di Sant’Agostino che sposta la questione: «I tempi siamo noi: come siamo noi, così i tempi». Non è un papa venuto per adeguarsi o per piacere, ma per lasciare un segno nel tempo.

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