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I diplomi mai ritirati: alla Gregoriana i volti degli studenti ucraini morti per il fuoco russo

(ansa)

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Al convegno all’università romana dei gesuiti, aperto dal cardinale Parolin e dal capo della Chiesa greco-cattolica, esposti 41 ritratti di universitari che non hanno potuto concludere gli studi
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Oleksandra Borivska, 18 anni, «si prendeva cura degli animali randagi», progettava di diventare diplomatica e andare Oltreoceano, studiava Relazioni internazionali. È stata uccisa da un missile il 14 luglio 2022 a Vinnytsia mentre andava a prendere lezioni di guida. Valentyn Yakymchuk aveva 18 anni, era «allegro e un po’ testardo», amava i giochi al computer, il calcio e i film Marvel, che guardava al cinema con sua sorella, studiava Turismo. I soldati russi gli hanno sparato il 14 marzo 2022 a Chernihiv da un veicolo di combattimento della fanteria. Oleksandra e Valentyn sono due dei 41 giovani ucraini che non hanno ricevuto il titolo di diploma perché morti durante l’invasione russa. I loro volti e una breve descrizione della loro vita, e della loro morte, sono stati esposti nel quadriportico della Pontificia Università Gregoriana in occasione di una conferenza organizzata ieri e oggi dall’ateneo romano dei gesuiti insieme alla Ukrainian Catholic University e alla University of Notr…

Oleksandra Borivska, 18 anni, «si prendeva cura degli animali randagi», progettava di diventare diplomatica e andare Oltreoceano, studiava Relazioni internazionali. È stata uccisa da un missile il 14 luglio 2022 a Vinnytsia mentre andava a prendere lezioni di guida. Valentyn Yakymchuk aveva 18 anni, era «allegro e un po’ testardo», amava i giochi al computer, il calcio e i film Marvel, che guardava al cinema con sua sorella, studiava Turismo. I soldati russi gli hanno sparato il 14 marzo 2022 a Chernihiv da un veicolo di combattimento della fanteria. Oleksandra e Valentyn sono due dei 41 giovani ucraini che non hanno ricevuto il titolo di diploma perché morti durante l’invasione russa. I loro volti e una breve descrizione della loro vita, e della loro morte, sono stati esposti nel quadriportico della Pontificia Università Gregoriana in occasione di una conferenza organizzata ieri e oggi dall’ateneo romano dei gesuiti insieme alla Ukrainian Catholic University e alla University of Notre Dame.

Guerra e speranza

Il titolo, Verso una teologia della speranza, per e dall’Ucraina, sottintende, come spiega la Chiesa greco-cattolica ucraina, che con la guerra c’è, per un verso, «il rischio di assumere un’identità vittimistica e di guardare al mondo con odio e amarezza», e dall’altro «il rischio di adottare un atteggiamento di impotenza». E, dunque, «cosa possiamo fare come cristiani, come Chiesa, come teologi, come ministri in una situazione del genere?». Oltre ai discorsi — ieri hanno introdotto il convegno il Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin e il capo della Chiesa greco-cattolica Sviatoslav Schevchuk, era presente l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede Andrii Yurash — la Gregoriana ha esposto i 41 volti sotto il titolo ricorrente «Unissued Dipoloma», diploma non emesso. Perché nessuno si è presentato a ritirarlo.

41 storie di vita e di morte

I 41 profili raccontano di storie di vita normale, di giovani che preparavano il futuro con dedizione e passione. C’è Valentine Demianenko, 21 anni, studente di management a Kiev, che con i suoi compagni di boxe si è arruolato per difendere il suo Paese ed è morto in una battaglia nel Donetsk; c’è Andriy Dalibozhko, 23 anni, studente di agronomia a Kherson, ucciso insieme al padre e al fratello mentre viaggiavano in auto; c’è Tetiana Kotlubei, 20 anni, studentessa di Scienze e tecnologie informatiche, morta a Mariupol a causa di una raffica di proiettili che hanno colpito la casa nella quale si trovava. C’è Polina Zheldak, 20 anni, studentessa di inglese all’università statale di Nizhyn Hohol, morta sotto le macerie di un edificio distrutto da un attacco russo alle zone residenziali della città. I loro sguardi fissano gli studenti della Gregoriana provenienti da tutto il mondo che si fermano a leggere le loro storie. «Il processo della pace», è la frase di papa Francesco che accompagna la mostra, «è un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia, che onora la memoria delle vittime e che apre, passo dopo passo, a una speranza comune, più forte della vendetta».

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