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Ravasi: “Leone XIV e l’Ia? Anche Steve Jobs invitava a riscoprire il lato poetico della tecnologia”

(reuters)

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Intervista al cardinale: “Chi possiede i software migliori finisce col decidere i destini dei popoli, il Papa può essere una spina nel fianco”
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Quando gli si chiede di Leone XIV e del richiamo del nuovo pontefice sui rischi dell’intelligenza artificiale, il cardinale Gianfranco Ravasi cita il Vangelo di Giovanni. E Steve Jobs: «Ai ragazzi che adoravano il mezzo tecnologico, il fondatore di Apple proponeva come modello la figura dell’ingegnere rinascimentale, in cui scienza e umanesimo si fondono. Dobbiamo riscoprire l’aspetto esistenziale e poetico della tecnologia».

Eminenza, Prevost ha associato questi temi alla Rerum novarum, l’enciclica sociale di Leone XIII sulla rivoluzione industriale. Possiamo immaginare che molti cattolici non l’abbiano mai letta?

«È vero. La sensibilità sociale però esiste, è molto viva nel settore della carità».

Perché il Papa vuole riscoprire quel testo?

«Leone XIV ha sottolineato l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro, stabilendo un ponte con la rivoluzione industriale: allora il problema era la dignità di base per l’operaio in un contesto in cui l’unica finalità era la prod…

Quando gli si chiede di Leone XIV e del richiamo del nuovo pontefice sui rischi dell’intelligenza artificiale, il cardinale Gianfranco Ravasi cita il Vangelo di Giovanni. E Steve Jobs: «Ai ragazzi che adoravano il mezzo tecnologico, il fondatore di Apple proponeva come modello la figura dell’ingegnere rinascimentale, in cui scienza e umanesimo si fondono. Dobbiamo riscoprire l’aspetto esistenziale e poetico della tecnologia».

Eminenza, Prevost ha associato questi temi alla Rerum novarum, l’enciclica sociale di Leone XIII sulla rivoluzione industriale. Possiamo immaginare che molti cattolici non l’abbiano mai letta?

«È vero. La sensibilità sociale però esiste, è molto viva nel settore della carità».

Perché il Papa vuole riscoprire quel testo?

«Leone XIV ha sottolineato l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro, stabilendo un ponte con la rivoluzione industriale: allora il problema era la dignità di base per l’operaio in un contesto in cui l’unica finalità era la produzione e lo sfruttamento era ritenuto normale anche per i minorenni. Oggi l’IA è un elemento di sviluppo, ma la questione occupazionale è di nuovo centrale: la tecnologia libera l’uomo e la donna dalle attività usuranti però mette in crisi i posti di lavoro».

Quali sono le differenze rispetto all’Ottocento?

«La prima rivoluzione industriale ha creato la questione del socialismo, questa ha un’altra grammatica. E chi possiede i software migliori assume un potere enorme, finisce col prevaricare perché può decidere — ed è questa la degenerazione — le economie dei popoli attraverso le tecnologie. Si crea una nuova disparità sociale anche nel campo della sanità, ad esempio: chi dispone di più strumenti si assicura una salute migliore».

Leone XIII a proposito dei temi sociali scrisse: entriamo nell’argomento perché è nostro pieno diritto.

«È proprio così. Il fondatore del cristianesimo si è affermato nella sua divinità ma ha vissuto in pieno la sua umanità: la sofferenza, il tradimento degli amici, persino il silenzio di Dio. Il prologo del Vangelo di Giovanni dice: il Verbo si fa carne. Per questo la nostra fede deve interessarsi dell’essere concreto. Non solo della trascendenza, ma anche dell’antropologia, della sociologia. D’altra parte, anche Steve Jobs invocava il connubio tra tecnologia e scienze umane e spirituali».

A proposito di concretezza, la Rerum novarum suggerì soluzioni come l’associazionismo e la mutua assistenza che ispirarono figure forti del cattolicesimo del Novecento. Adesso da cosa si può partire?

«Si deve entrare in diversi settori. Intanto l’economia, per riportare attenzione allo sviluppo sociale. Poi la politica, come voce critica che ricordi i bisogni della gente e la promozione del bene comune. Terzo: serve un’attenzione alla scienza. Sull’IA ci sono già molti documenti ecclesiali. Si è coniata l’espressione dell’algoretica, l’etica degli algoritmi, perché è vero che l’uomo li imposta, ma poi prendono autocoscienza, una loro potenza autonoma».

Questo le fa paura?

«Sì, la tecnica vuole andare sempre più avanti quando avverte le potenzialità degli strumenti, ma in questo sviluppo ci sono due voci che non si possono trascurare: quella delle religioni, tutte le religioni, e quella della cultura, che oggi purtroppo viene considerata una cenerentola. Leone XIV può dare risonanza a quelle voci, diventare una spina nel fianco».

Ma lei è rimasto sorpreso da quel nome: Leone XIV?

«Nessuno se l’aspettava».

E l’elezione di Prevost?

«Quella si poteva prevedere per noi che avevamo partecipato alle congregazioni. Forse non era il primo nome all’inizio delle votazioni, ma era chiaro che sarebbe stata un’opzione forte, nonostante si trattasse di uno dei cardinali più giovani come nomina: meno di due anni».

Cosa vi ha colpito di lui?

«Non è stato presenzialista, ha conquistato per il profilo e la personalità».

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