Papa Leone, quella chiamata di Bergoglio: “Servi a Roma”
di Andrea GualtieriIl giorno in cui papa Francesco gli fece capire che l’avrebbe portato a Roma, Robert Francis Prevost fu spiazzato: «Sa che sono molto felice in Perù», rispose d’istinto al Pontefice. Ma aggiunse subito: «Che decidiate di nominarmi o di lasciarmi dove sono, resterò comunque felice. Se mi chiedete di assumere un nuovo ruolo nella Chiesa, accetterò». E Bergoglio: «Allora prega perché io prenda una buona decisione».
La quarta volta a Roma
Era il 30 gennaio 2023 quando veniva ufficializzata la nomina di Prevost come prefetto del Dicastero dei vescovi. Per la quarta volta, a 68 anni, sarebbe dovuto tornare in riva al Tevere. E stavolta ci sarebbe rimasto per sempre. «Conosco molto bene la città», disse agli amici. In effetti ci aveva già vissuto da seminarista, era tornato da studente di diritto canonico, poi ancora da superiore generale degli agostiniani. A Roma era stato consacrato sacerdote il 19 giugno 1982, quando ancora doveva compiere 27 anni: la sua famiglia era lontana, la fes…
Il giorno in cui papa Francesco gli fece capire che l’avrebbe portato a Roma, Robert Francis Prevost fu spiazzato: «Sa che sono molto felice in Perù», rispose d’istinto al Pontefice. Ma aggiunse subito: «Che decidiate di nominarmi o di lasciarmi dove sono, resterò comunque felice. Se mi chiedete di assumere un nuovo ruolo nella Chiesa, accetterò». E Bergoglio: «Allora prega perché io prenda una buona decisione».
La quarta volta a Roma
Era il 30 gennaio 2023 quando veniva ufficializzata la nomina di Prevost come prefetto del Dicastero dei vescovi. Per la quarta volta, a 68 anni, sarebbe dovuto tornare in riva al Tevere. E stavolta ci sarebbe rimasto per sempre. «Conosco molto bene la città», disse agli amici. In effetti ci aveva già vissuto da seminarista, era tornato da studente di diritto canonico, poi ancora da superiore generale degli agostiniani. A Roma era stato consacrato sacerdote il 19 giugno 1982, quando ancora doveva compiere 27 anni: la sua famiglia era lontana, la festa per quel giovane americano la organizzò nel cortile della casa generalizia agostiniana il gruppo di laici che si riuniva ogni settimana in cappella. E sempre a Roma, il 14 settembre 2001, Prevost era stato scelto dai suoi confratelli per guidare l’ordine religioso. Mancavano ancora due tappe: il 30 settembre 2023 il concistoro in cui ha ricevuto la porpora e infine l’8 maggio 2025, la fumata bianca che l’ha eletto Pontefice. Il paradosso di un uomo cosmopolita: eccetto la nomina episcopale che ha ricevuto in Perù, le svolte decisive della sua vita sono avvenute tutte in meno di un chilometro, nel quadrilatero che va dalla chiesa di Santa Monica dov’è diventato prete, alla Cappella Sistina dov’è diventato Papa, passando per la curia generalizia agostiniana e il sagrato di San Pietro.
A pranzo con i confratelli
Eppure Prevost in Vaticano non è mai stato considerato un uomo di palazzo. «È guidato dalla spiritualità di Agostino, per noi il vero punto di riferimento resta sempre la vita di comunità», spiega un suo confratello. Una regola che valeva anche per il cardinale prefetto dei vescovi, evidentemente. Aveva un ufficio nei pressi di porta Sant’Anna, ma la messa e il pranzo erano sempre con i religiosi nel grande edificio dietro al colonnato sinistro di San Pietro. E anche i momenti di relax. C’è anche un campo da tennis nel complesso che ospita il cuore centrale degli agostiniani nel mondo e il pontificio istituto Agostininanum dove si studia la patristica: Prevost lo ha usato spesso. L’ultima volta, per il momento, è stato il 4 maggio alla vigilia dell’ingresso in Conclave. «L’ho visto arrivare insieme a don Edgard, il suo segretario – racconta il confratello agostiniano – Sono passati davanti all’ingresso di Santa Monica con le sacche, avevo già capito dov’erano diretti, ma ho fatto finta di niente e ho chiesto se avessero portato gli strumenti musicali per suonare a messa». Giocherà anche adesso che è diventato Papa? «E chi lo sa, per ora sul campo non si è visto». È tornato però nel quinto giorno di pontificato per celebrare messa e pranzare, come faceva prima.
Comprendere la Curia
Quasi un segnale: è stato proprio nei dodici anni vissuti in quella casa generalizia alla guida della curia agostiniana che padre Prevost ha imparato a comprendere i meccanismi dell’altra curia, quella che si trova al di là del confine dello Stato pontificio. «Resto missionario», disse arrivando in Vaticano per dirigere il Dicastero dei vescovi. Sulla scrivania di quell’ufficio finiscono i dossier di tutte le nomine episcopali del mondo: i fascicoli sui candidati, le segnalazioni sui problemi più gravi. «Prevost ha portato il suo stile», racconta il cardinale brasiliano João Braz de Aviz, che ha guidato il Dicastero per gli istituti di vita consacrata ma fa parte anche dell’organismo presieduto dall’attuale papa Leone: «Le questioni sono spesso complesse, lui esaminava a fondo tutte le pratiche e voleva che le scelte venissero prese senza affrettare i tempi e dopo aver valutato tutti gli aspetti. Soprattutto, era sempre attento a evitare ingerenze politiche o altri interessi che non fossero il bene della Chiesa e le indicazioni del Papa». È così che si è guadagnato rispetto dentro il Vaticano e negli episcopati di tutto il mondo. Un patrimonio di stima che si è trasformato in voti nella Cappella Sistina dove, insieme a Pietro Parolin, era il cardinale più conosciuto anche tra gli elettori arrivati dai continenti più lontani. «Ora dovrà abituarsi a fare il Papa, ma c’è da pensare che lo farà ancora secondo lo stile Prevost», sorride Braz de Aviz. Senza affrettare i tempi.