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Le origini americane di Papa Leone: “Era il primo della classe, nato per fare il prete”

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A Dolton, dove è cresciuto, “Rob” ha conosciuto bene la povertà. La scuola parrocchiale, l’università, la passione per la musica e il baseball: “Da piccolo giocava a fare il sacerdote”, dice il fratello. “Siamo figli di immigrati, non ci piace cosa sta facendo Trump”
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DOLTON (ILLINOIS) – «Se è cresciuto qui, il Papa conosce bene la povertà, quella vera. Perché l’ha vista con i suoi occhi. Sa per esperienza diretta a quali estremi orribili può spingerti».

Siamo davanti alla modesta casa in mattoncini rossi di Dolton, su East 141st Place, dove Robert Prevost ha iniziato a vivere. Donna Sagnà Davis, una signora afro-americana che abita nella villetta di fianco, racconta come siano cambiati i tempi da allora: «Li ho visti io, con i miei occhi, spacciare crack nel cortile posteriore della casa dove era cresciuto il Papa, proprio dietro l’angolo. Sentivamo urla, insulti, violenze di ogni genere. Chiamavamo la polizia, ma era inutile: nessuno voleva correre il rischio di venire a salvarci. Vivere qui è stato un incubo, davvero. Per anni ho pregato che cambiasse. Poi la madre degli spacciatori, che era il vero boss, è morta. Allora la famiglia si è disgregata e sono andati via».

Ora la speranza torna, seguendo le vie misteriose che a volte percorre…

DOLTON (ILLINOIS) – «Se è cresciuto qui, il Papa conosce bene la povertà, quella vera. Perché l’ha vista con i suoi occhi. Sa per esperienza diretta a quali estremi orribili può spingerti».

Siamo davanti alla modesta casa in mattoncini rossi di Dolton, su East 141st Place, dove Robert Prevost ha iniziato a vivere. Donna Sagnà Davis, una signora afro-americana che abita nella villetta di fianco, racconta come siano cambiati i tempi da allora: «Li ho visti io, con i miei occhi, spacciare crack nel cortile posteriore della casa dove era cresciuto il Papa, proprio dietro l’angolo. Sentivamo urla, insulti, violenze di ogni genere. Chiamavamo la polizia, ma era inutile: nessuno voleva correre il rischio di venire a salvarci. Vivere qui è stato un incubo, davvero. Per anni ho pregato che cambiasse. Poi la madre degli spacciatori, che era il vero boss, è morta. Allora la famiglia si è disgregata e sono andati via».

Ora la speranza torna, seguendo le vie misteriose che a volte percorre la provvidenza: «Tutti possono diventare poveri e cadere nella tentazione della droga. Ma il nuovo Papa non viene da Park Avenue a spiegarci quanto sia difficile la sopravvivenza di indigenti, emarginati, dimenticati. È uno di noi, ci ha visti con i propri occhi. Ciò dà enorme credibilità al suo messaggio, quando parla di pace e aiuto ai bisognosi. Spero torni presto a visitarci, nella casa dove è nato e cresciuto, per restituire speranza al mondo, e magari pure a noi».

Papa Prevost da piccolo

 

Rob, come lo chiamano in famiglia, è vivo per caso. Il padre Louis aveva lontane origini piemontesi, di cui si erano perse le tracce. Ora però il New York Times ha scoperto che suo nonno, Salvatore Giovanni Riggitano, era stato arrestato per condotta immorale, perché la relazione da cui erano nati i figli era illecita. La nonna del futuro papa, Suzanne Fontaine, era la sua amante, mentre lui era sposato con un’altra donna. Da loro era nato il padre di Leone, veterano di guerra che aveva partecipato all’attacco in Normandia del 6 giugno 1944. Comandava un mezzo da sbarco, e basta guardare i numeri dei caduti nell’operazione Overlord, che cambiò la storia sconfiggendo il male nazista, per capire come forse una mano stesse proteggendo Louis a maggior gloria di Dio.

Robert Francis Prevost da giovane.

 

Tornato dalla guerra aveva sposato Mildred Martinez, bibliotecaria con radici creole e fedele assai devota. Con un mutuo da 42 dollari al mese, nel 1949 aveva comprato questa casetta di 1.200 piedi quadrati, tre stanze da letto più un bagno e mezzo. Qui avevano portato Rob, il più piccolo dei tre figli, dopo Louis junior e John, quando il 14 settembre 1955 era nato nel Mercy Hospital, all’incrocio tra 25Th Street e Prairie Avenue. Appena fuori South Side Chicago, oggi sinonimo di povertà e violenza, grosso modo come il Bronx a New York.

Millie, la dolce mamma, non era una fedele qualsiasi. Amante dei libri, era animatrice della parrocchia St. Mary of the Assumption, sulla 137th Street. Cantava nel coro, organizzava conferenze, gestiva i volontari, col pieno consenso e aiuto del marito, diventato capo del Glenwood School District 167 e preside della Mount Carmel Elementary School di Chicago Heights. La moglie, laureata alla DePaul University in biblioteconomia, era presidente della Altar and Rosary Society e ogni giorno portava i figli alla messa, celebrata in latino.

Robert Francis Prevost all'università 

 

Rob frequentava le elementari nella scuola della parrocchia. Magari adesso sarà pure piaggeria, ma i compagni lo ricordano come il perenne primo della classe. Non si stancava mai di studiare, ma anche di pregare. «Noi – ha raccontato l’ex compagna Marianne Angarola al Chicago Sun – recitavamo le preghiere con le mani rivolte al cielo. Dopo un po’ ti stancavi e provavi ad abbassarle. Ma Robert no, mai. Era semplicemente divino. Non in modo sfacciato. Faceva parte della sua aura, come se fosse stato scelto personalmente, e lui l’accettava. E non era strano. Era gentile».

John Prevost, il fratello che vive ancora alla periferia di Chicago, ce lo racconta così nella sua casa: «Abbiamo avuto un’infanzia normale, lui, io e Louis. Non è vero che Rob giocasse a fare il Papa. Però è strano, tutti e tre sapevamo cosa volevamo fin da piccoli. Lui aveva la vocazione. Sapeva che sarebbe diventato prete da quando ha imparato a camminare. Giocava a celebrare la messa, con l’asse da stiro per altare. Distribuiva la comunione usando le Necco Wafers, mentre noi giocavamo a guardie e ladri. Io fingevo di essere l’insegnante e Louis il preside, cosa che abbiamo fatto davvero nella vita». John sta seduto all’organo nel soggiorno, sotto quattro quadri spettacolari di Roma appesi al muro, e intona Here Comes The Rain Again degli Eurythmics: «Mio fratello mi ha insegnato a suonare, quindi farlo mi aiuta a sentirlo vicino. Gli piace ogni genere di musica, anche pop».

Robert Prevost e Papa Giovanni Paolo II (ansa)

Dopo le elementari Rob aveva scelto di iscriversi alla St. Augustine Seminary High School, iniziando il percorso che l’avrebbe portato al sacerdozio. Non prima però di laurearsi in matematica alla Villanova University, sempre fondata dall’Ordine agostiniano. Quindi aveva iniziato ad insegnarla alla scuola Mendel, e poi fisica alla St. Rita High School, mentre studiava per il master alla Catholic Theological Union di Hyde Park. Non era stato un percorso senza dubbi, come ha raccontato lui stesso, rivelando di aver chiesto consiglio al padre. Pensava di volere «una vita normale», costruendosi una famiglia. Ma Louis, parlando pure della sua intimità con Mildred, gli fece notare che l’intimità con Dio sarebbe stata altrettanto importante. Prese i voti nel 1982, e il fratello John ricorda così la decisione di diventare missionario: «Fu semplice. Gli agostiniani dissero che avevano bisogno di aiuto in Perù e lui si fece avanti. Era nel suo carattere». Però era rimasto un tifoso sfegatato della squadra di baseball dei Chicago White Sox: «Pensavamo che girando il mondo gli fosse passata. Invece no: ogni volta che tornava a casa, chiedeva subito com’era andata la stagione».

Il Papa americano meno americano di tutti i colleghi cardinali, ma anche immerso nella cultura dove è nato e cresciuto. Figlio di immigrati, addirittura con radici creole, che quindi affondano nel tragico passato della schiavitù continentale. I conservatori sperano che la sua storia lo renda più moderato di Francesco. «Trump – dice la vice presidente della Niaf Anita McBride, già capo di gabinetto della first Lady Laura Bush – continuerà la sua politica, e Leone il suo ministero. Però quello che sta dicendo sui valori è molto incoraggiante». Sarà, ma il fratello John prevede questo: «Credo che vedrete un secondo Francesco. Darà la sua impronta, ma erano molto vicini e condividevano la stessa filosofia». Quanto ai temi che lo interessano, sono già chiari: «Aiutare poveri, dimenticati, svantaggiati, emarginati, gente senza voce. Lui vuole ascoltarli e parlare per loro. Poi tiene molto all’unità della Chiesa, che si sta frammentando». Da americano, conosce bene le divisioni interne tra conservatori e progressisti: «Ne parlavamo. Sarà una sfida, ma non volterà le spalle a questi problemi».

Dicono che fosse registrato come elettore repubblicano: «Non lo sapevo, non so dove abbiano trovato questa informazione». Però con John parlava di politica: «È allineato alla dottrina della Chiesa. Un moderato, non vedremo estremismi di alcun genere, da una parte o dall’altra». Ma era e resta contrario alla politica di Trump sui migranti, e ha corretto anche Vance sulla teologia agostiniana, quando il vice presidente aveva sostenuto che Dio ci chiede di fare una classifica di chi amiamo di più, partendo dalle persone più vicine per giustificare forse l’esclusione di quelle più lontane: «Non è contento di quanto accade sull’immigrazione. Non so fino a che punto si spingerà per parlarne – dice il fratello – ma non credo che resterà in silenzio a lungo».

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