✕

Butta il neonato nel wc nel casale degli orrori. Arrestata per omicidio

Il casale di Monte Compatri dove è stato commesso l'infanticidio 

Ascolta l'audio

Jennifer Umen, 29 anni, aveva assunto un farmaco per indurre il parto, forse aiutata da un medico nigeriano. Il bimbo morto annegato
2 minuti di lettura

MONTE COMPATRI (Roma) – I vicini l’hanno vista camminare verso l’ambulanza, il sangue le colava dalle gambe. Era mattina, le 11 di sabato 12 ottobre. Aveva appena partorito. Un feto lungo trenta centimetri, un chilo il suo peso. Dicono che le contrazioni, che si era imposta con un farmaco per l’ulcera assunto stordendosi di alcol, avevano consentito l’espulsione. Jennifer Umeh, 29 anni, nigeriana di Lagos, si era rifugiata all’interno di un bagno lurido di una villetta costruita abusivamente. La parte bassa di Monte Compatri, alle porte della degradata periferia Est della capitale.

Scarpe e vestiti a terra là dentro, fuori un passeggino rosso, perché in quelle stanze, dove vivono tre uomini nigeriani, transitano anche bambini. «Ero andata a casa di amici, avevo mal di pancia», ha detto in ospedale, parlando in inglese. Una colica. Si era liberata in quel bagno, in verità, di un corpo e poi l’aveva schiacciato dentro la tazza, tirando più volte lo sciacquone.

L’hanno portata al carcere…

MONTE COMPATRI (Roma) – I vicini l’hanno vista camminare verso l’ambulanza, il sangue le colava dalle gambe. Era mattina, le 11 di sabato 12 ottobre. Aveva appena partorito. Un feto lungo trenta centimetri, un chilo il suo peso. Dicono che le contrazioni, che si era imposta con un farmaco per l’ulcera assunto stordendosi di alcol, avevano consentito l’espulsione. Jennifer Umeh, 29 anni, nigeriana di Lagos, si era rifugiata all’interno di un bagno lurido di una villetta costruita abusivamente. La parte bassa di Monte Compatri, alle porte della degradata periferia Est della capitale.

Scarpe e vestiti a terra là dentro, fuori un passeggino rosso, perché in quelle stanze, dove vivono tre uomini nigeriani, transitano anche bambini. «Ero andata a casa di amici, avevo mal di pancia», ha detto in ospedale, parlando in inglese. Una colica. Si era liberata in quel bagno, in verità, di un corpo e poi l’aveva schiacciato dentro la tazza, tirando più volte lo sciacquone.

L’hanno portata al carcere di Rebibbia nelle scorse ore: omicidio aggravato. È stata l’autopsia a restituire il titolo di reato per quel bimbo, maschio, di 26 settimane: era morto annegato.

Jennifer è madre di due bambini, tre e cinque anni. Due mesi fa ha ottenuto il permesso di soggiorno per “ragioni umanitarie”. La descrivono come una ragazza bella e che ride facilmente. Non ha un uomo a fianco da più di un anno, non ce la fa a mantenere i piccoli. E non si sa, dice lei, di chi fosse l’ultimo: «Non mi ero accorta di essere incinta», dirà alla polizia. Vive tra Borgata Finocchio e Rocca Cencia e su, verso i Castelli, dice di conoscere quei tre connazionali che risiedono davanti al Casale Campanella. Uno paga la bolletta dell’acqua con gi spiccioli che raccoglie quando scende in città.

In via delle Marmorelle Nuove ha costruito tutto lui, Gianfranco Barcaccia, oggi ultraottantenne, un’ampia rivendita di lampadari sul raccordo anulare. Il casale lo affittava in nero a nigeriani e rumeni, appartamenti senza finestre, risse ogni weekend. Sul lato opposto nel 2003 aveva tirato su queste villette senza alcun permesso, né allacci alle fogne. Ora ci vivono alcune famiglie italiane, e raccontano di vicini — nigeriani — arrestati con un chilo di marjuana in salotto, di urla in piena notte.

Qui vive anche Abraham, meccanico d’auto. È arrivato da Lagos, nel 2004. S’affaccia al balcone del primo piano con la schiuma da barba in viso e dice: «Jennifer ha fatto un atto grave». Renato, 26 anni, frigge patatine a 900 euro il mese al McDonald’s di San Cesareo e racconta che in verità qui hanno visto recuperare qualcosa tra i rovi dietro la villetta al numero 1, quella dei tre nigeriani. «Hanno buttato un sacco dal terrazzo». La polizia ha una versione diversa: è stato recuperato in un tombino. Tutti raccontano di strani movimenti notturni, donne ospitate a dormire. Parlano di un medico nigeriano. Gli inquirenti, però non hanno messo per iscritto nulla che rimandi ad aborti clandestini.

Torniamo all’ambulanza. Jennifer, la mattina del 12 ottobre, era stata trasportata all’ospedale Casilino con i dolori al ventre. I medici del pronto soccorso le avevano ripetutamente chiesto se avesse partorito. No, aveva detto, «ho solo sentito un tonfo in bagno».

I riscontri clinici erano chiari, però, e poi si era già rivolta al sistema sanitario proprio per una gravidanza. La segnalazione è stata trasmessa al commissariato di Frascati, quindi alla questura di Roma. Il dna ha confermato: Jennifer era la madre, il corpicino con una lesione alla spina dorsale il terzo figlio. Che non voleva, non poteva permettersi.

Leggi i commenti