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Il pontificato nel solco di Francesco diverso da Francesco

L'8 maggio il cardinal Prevost viene eletto papa, prende il nome di Leone XIV

 (ansa)

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Continuità con il predecessore nel segno della discontinuità. Nei suoi primi dieci giorni, Leone XIV ha insistito soprattutto su tre temi: pace, lavoro e gioventù
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Prevost!”, “Prevost!”, “Prevost!”. Quando ha capito che erano le ultime volte in cui sarebbe stato chiamato così, con il semplice cognome, gli è mancato il respiro. Il cardinale al suo fianco se n’è accorto e gli ha offerto una caramella. L’ha presa e messa in bocca pensando che quello sarebbe stato il sapore per sempre associato alla sua elezione. Nella ricerca di un tempo che andava perdendo: la madeleine papale. Un attimo dopo è scrosciato l’applauso di 264 mani, tutti in piedi e soltanto lui seduto, con il capo chino: il nuovo pontefice. Ha trascorso i minuti successivi quasi in trance, rispondendo ai sorrisi con un cenno, abbassando lo sguardo al pavimento e poi rialzandolo verso l’impossibile volta della Sistina, come cercando conferma a quel consiglio che la notte gli aveva portato: accettare la più alta delle nomine. Che sarebbe successo l’aveva capito il giorno prima, ma la provvidenza ammette gli scarti imprevisti, specialmente se è nelle mani dei porporati. Invece.

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Prevost!”, “Prevost!”, “Prevost!”. Quando ha capito che erano le ultime volte in cui sarebbe stato chiamato così, con il semplice cognome, gli è mancato il respiro. Il cardinale al suo fianco se n’è accorto e gli ha offerto una caramella. L’ha presa e messa in bocca pensando che quello sarebbe stato il sapore per sempre associato alla sua elezione. Nella ricerca di un tempo che andava perdendo: la madeleine papale. Un attimo dopo è scrosciato l’applauso di 264 mani, tutti in piedi e soltanto lui seduto, con il capo chino: il nuovo pontefice. Ha trascorso i minuti successivi quasi in trance, rispondendo ai sorrisi con un cenno, abbassando lo sguardo al pavimento e poi rialzandolo verso l’impossibile volta della Sistina, come cercando conferma a quel consiglio che la notte gli aveva portato: accettare la più alta delle nomine. Che sarebbe successo l’aveva capito il giorno prima, ma la provvidenza ammette gli scarti imprevisti, specialmente se è nelle mani dei porporati. Invece.

09-05-2025 Santa Messa pro Ecclesia celebrata dal Romano Pontefice Leone XIV con i Cardinali (ansa)

Il cerimoniere gli ha chiesto che nome avrebbe scelto. In tanti avevano già fantasticato, ma per lui il dilemma era diventato reale. Aveva avuto in mente due possibilità: Agostino oppure Leone. Il santo che aveva illuminato i suoi studi di teologia oppure il papa che aveva aperto la Chiesa al sociale. Uno lo avrebbe condotto verso l’interno, l’altro verso l’esterno. Il cammino della ricerca spirituale dentro sé stessi o la sortita per ricondurre nel proprio ambito i problemi del mondo. È più facile svuotare il mare con un cucchiaino che capire il mistero della Trinità, occuparsi del proprio cuore più che del tormento altrui. Alla fine ha lasciato che fosse: Leone. Quattordicesimo. Si è fatto condurre nella “stanza delle lacrime”. Ha scelto il talare della sua misura (“Com’è piccolino!” diranno i fedeli quando lo vedranno in piedi, divisi tra sorpresa e affetto). Ha indossato la mozzetta rossa e la croce d’oro. È stato un segnale di discontinuità nella continuità. Il primo.

Il 10 maggio papa Leone XIV sulla tomba del predecessore Francesco a Santa Maria Maggiore

 

Il 10 maggio papa Leone XIV sulla tomba del predecessore Francesco a Santa Maria Maggiore

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Ha percorso il corridoio dei cento passi e si è fermato a breve distanza dalla finestra che stavano aprendo. Ha guardato il protodiacono affacciarsi e annunciare, con studiate pause: Habemus papam. Ha sentito il suo nome volare via nel cielo di Roma, già straniero al futuro: Robertum Fransiscum. Ha rotto gli indugi, facendo il passo più lungo della sua vita e si è affacciato. «La pace sia con voi!». Nella storia degli esordi ha inserito una formula semplice, ma resa carica di significato dall’attualità. Ha letto il discorso che si era preparato, rivelando che non era stupito, era pronto. Un fremito del volto ha evidenziato la commozione, ma non gli ha impedito di seguire il piano. Continuità: il doppio riferimento a Francesco che l’aveva preceduto. Discontinuità: la formalità dell’apparenza e dei modi. Sapeva che l’avrebbero chiamato “il Papa americano”. Ha voluto uscire da quella casella, spostandosi appena, parlando italiano, certo, ma poi non inglese: spagnolo. Pan-americano, semmai.

Il primo giorno è andato via così: ha colmato un vuoto, occupato una sede vacante, ammorbidito un rimpianto. È trascorso cercando di capire il fondamento degli entusiasmi da Washington e a spiegarne subito dopo il cambiamento di verso. Sopendo l’inutile rammarico degli italiani, quasi non avessero vinto una gara olimpica per mancato gioco di squadra.

Papa Leone XIV visita il 10 maggio in forma privata il Santuario della Madre del Buon Consiglio di Genazzano

 

Papa Leone XIV visita il 10 maggio in forma privata il Santuario della Madre del Buon Consiglio di Genazzano

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A seguire, il Papa nuovo è sembrato andare veloce, spingere l’acceleratore di proposito, segnalare quante più svolte possibile nel più breve dei tempi. Ha messo al centro dei suoi discorsi tre parole: pace, lavoro, gioventù. Guardando l’altro lato del senso, tre problemi: guerra, sfruttamento, solitudine. Per ognuna ha cercato una nuova collocazione. Si è avvicinato all’Ucraina, non concedendo alibi all’invasione russa. Non ha dimenticato Gaza. Ha ribadito quella che può sembrare un’ovvietà, ma non lo è più: «La Chiesa non può non chiedere che tacciano le armi». «Disarmata e disarmante» è diventato il suo tormentone.

Il primo calembour da titoli. Attenzione: ha ammonito anche a non fare «guerra di parole». Certo, tutti pensiamo che l’invocazione della pace sia scontata, passa dalle reginette che concorrevano a Miss America ai neo-eletti da un conclave, ma in questo caso c’è una sensazione più profonda: che questo Pontefice sia disposto a mettersi in mezzo, a calcare terre offese, a offrirsi ostaggio alle cattive volontà. Ad attivarsi e non soltanto ad aspettare i miracoli in cui pur crederà. Al lavoro ha dedicato parole lette con gli occhiali del presente che scivola sul naso del futuro. Ne ha difeso la dignità, minacciata dalla mancanza quanto dallo stravolgimento, due concetti uniti dall’incombere dell’intelligenza artificiale. Senza fare il sindacalista, elevandosi al di sopra degli interessi di parte e ammonendo: non ogni evoluzione è conquista, non se qualcuno rimane indietro, non se chi va avanti non si riconosce più nelle proprie mansioni. Nel lungo periodo non giova a nessuno. E chi se l’aspettava? La sirena d’allarme suonata da San Pietro.

Alla gioventù ha chiesto sia dato più ascolto. Ha trovato un’espressione molto centrata: «Sono vulcani di vita». Possono portare lava infuocata e distruzione o restare uno scoppiettante panorama, metafora dell’immanenza di ogni avvenire, tensione verso nuove incarnazioni della persona. «Aiutiamoli». Che altro?

Continuità: andare a Santa Maria Maggiore, davanti all’ultima dimora di Francesco, il suo sepolcro. Discontinuità: riaprire l’appartamento nel palazzo apostolico (dieci stanze, una suite medica, una cappella) dove l’altro aveva scelto di non abitare, preferendo la promiscuità di Santa Marta, le vene anziché la pancia del Vaticano.

Continuità: proseguire nella difesa dei migranti, incitare alla costruzione di ponti, non di muri. Discontinuità: per il primo viaggio, invece di una Lampedusa, indicare come possibile destinazione Nicea, sede del primo concilio ecumenico cristiano. Come da scelta del motto: In illo Unum, uno, in colui che è Uno, siamo uno.

Continuità: gli Stati Uniti? Possono aspettare.

Discontinuità: Prima l’Ucraina, ricevendo l’arcivescovo di Kiev, al telefono con Zelensky.

 Il 14 maggio Jannik Sinner viene ricevuto dal Papa

 

Il 14 maggio Jannik Sinner viene ricevuto dal Papa

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Continuità: mostrarsi un uomo incline alle passioni popolari, al tifo sportivo, perfino. Se Francesco avrebbe tanto voluto andare allo stadio («Santità, non può». «Nemmeno se mi vesto da prete?». «Santità, ha la faccia da papa!»), Leone ha autografato una palla da baseball, accolto l’omaggio dei Chicago White Sox, della squadra di pallacanestro della sua università in Pennsylvania e perfino ricevuto, seppur con qualche visibile imbarazzo, Jannik Sinner, i suoi straniti genitori e l’eccitato presidente della federazione tennis e padel.

Viviamo in un tempo di giudizi affrettati e spesso con altrettanta rapidità ribaltati, senza coerenza né pudore. Dieci giorni sono niente per farsi un’idea su un Papa, anche se ha volonterosamente seminato indizi, mostrando di conoscere il suo gregge e soprattutto i pastori mediatici che cercano di orientarlo. Ognuno sta cercando di cogliere quelli che fanno tornare i conti alla somma dei propri desideri, dichiarandoli esauditi anzitempo. Chi non tollerava Francesco sospira: «Finalmente!», sottolineando gli elementi di diversità, la maggiore attenzione a temi “propri” della carica, la ripresa di forme giudicate più consone e la inevitabile affermazione per cui la famiglia è formata da uomo e donna. Chi lo amava si bea delle evocazioni e degli omaggi ripetuti, delle apparizioni a sorpresa in luoghi umili, dell’attenzione al sociale. Siamo tutti contenti se guardiamo la medaglia dal lato che ci piace, ma ne ha sempre due e cade da una parte sola. È un temerario affanno il tentativo di mettere etichette improprie. Un Papa non ha bisogno di approvazione più di quanto il destino, da alcuni chiamato Provvidenza, abbia bisogno di fede. Entrambi hanno tutta la storia davanti. Come a Leone XIV, che era Robert Prevost, piacerà sapere: la palla è nel suo campo.

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