Robert Francis Prevost in Perù, il missionario al fianco dei campesinos
di Iacopo ScaramuzziAnche ora che è vescovo di Roma un po’ del suo cuore è rimasto in Perù. Più precisamente a Chiclayo, diocesi nella periferia nord del Paese, dove è stato vescovo dal 2015 (quell’anno prese la cittadinanza peruviana) al 2023. La sua «querida diócesis», l’ha definita dal loggione di San Pietro la sera dell’elezione, la «cara diocesi», «dove un popolo fedele ha accompagnato il suo vescovo, ha condiviso la sua fede e ha dato tanto, tanto, per continuare ad essere Chiesa fedele di Gesù Cristo». Non ha parlato in inglese ma in spagnolo, oltre che in italiano, il primo papa statunitense della storia alla sua prima benedizione urbi et orbi, perché è lì, in Perù, che si trovano le radici di Leone XIV.
L’amico Gutierrez
La prima volta che Prevost andò nel paese sudamericano erano gli anni Ottanta. Il giovane agostiniano di Chicago trascorse i suoi primi dieci anni prima a Chulcanas e poi a Trujillo, sempre nel nord del paese. Conobbe allora padre Gustavo Gutierrez, il fondatore della Teolo…
Anche ora che è vescovo di Roma un po’ del suo cuore è rimasto in Perù. Più precisamente a Chiclayo, diocesi nella periferia nord del Paese, dove è stato vescovo dal 2015 (quell’anno prese la cittadinanza peruviana) al 2023. La sua «querida diócesis», l’ha definita dal loggione di San Pietro la sera dell’elezione, la «cara diocesi», «dove un popolo fedele ha accompagnato il suo vescovo, ha condiviso la sua fede e ha dato tanto, tanto, per continuare ad essere Chiesa fedele di Gesù Cristo». Non ha parlato in inglese ma in spagnolo, oltre che in italiano, il primo papa statunitense della storia alla sua prima benedizione urbi et orbi, perché è lì, in Perù, che si trovano le radici di Leone XIV.
L’amico Gutierrez
La prima volta che Prevost andò nel paese sudamericano erano gli anni Ottanta. Il giovane agostiniano di Chicago trascorse i suoi primi dieci anni prima a Chulcanas e poi a Trujillo, sempre nel nord del paese. Conobbe allora padre Gustavo Gutierrez, il fondatore della Teologia della liberazione, «un uomo molto amabile, molto vicino, con un certo senso dell’umorismo, e la capacità di essere umano, vicino alle persone», lo ha ricordato Prevost il giorno della sua morte, a ottobre scorso, interpellato dal cronista sotto lo sguardo vigile della vice-direttrice della sala stampa vaticana Cristiane Murray: Gutierrez metteva l’accento sulla «creazione di piccole comunità per vivere la fede», ha sottolineato Prevost, e testimoniò l’importanza di «cominciare con i poveri, essere sempre più vicino a loro: è stato grande cercando Dio proprio nella sofferenza dei poveri».
Danzare a Chiclayo
Venti anni dopo la sua prima esperienza peruviana, Prevost tornò nel paese, questa volta a Chiclayo (da lì viene il suo attuale segretario, don Edgard Rimaycuna). La regione è piuttosto modesta, colpita non di rado da fenomeni atmosferici estremi, la gente è piena di vita: si balla e si canta molto a Chiclayo (e Prevost, nonostante la riservatezza caratteriale, cantava e ballava), e si mangia benissimo (e dicono che Prevost apprezzi il buon cibo ciclaiano: riso e anatra, ceviche con tutte le spezie, cioccolatini). In Perù il futuro Papa si è sentito a casa, tanto che quando anni dopo, nel 2023, papa Francesco lo ha chiamato a Roma, a presiedere il potente Dicastero dei vescovi, raccontano che Prevost abbia tentato di resistere. Poi, si sa, al Papa si obbedisce.
Il nodo Opus Dei
Ma quella in Perù è stata un’esperienza non priva di difficoltà per il futuro Papa. La diocesi nella quale Francesco lo ha inviato nel 2015, inizialmente come amministratore apostolico, era in mano all’Opus Dei. In Perù, del resto, era molto influente la figura del cardinale Juan Luis Cipriani Thorne, il primo porporato dell’Obra, ora caduto in disgrazia per un’accusa di abuso sessuale. A Chiclayo Prevost trovò tra i preti e i seminaristi della diocesi una sensibilità piuttosto clericale e conservatrice. Che ha cambiato con gentilezza. Dialogando, includendo, ascoltando, conquistando la fiducia di tutti. E nel frattempo coinvolgendo laici e donne nella gestione della diocesi, e impegnandosi in prima persona in una pastorale dal forte sapore sociale.
Il vescovo con gli stivali
Ha sostenuto le iniziative in favore degli immigrati venezuelani, si è impegnato per portare aiuti materiali alle zone più povere della diocesi, si è rimboccato le maniche all’arrivo della pandemia, e quando a marzo del 2023 una tempesta tropicale ha allagato il villaggio di Illimo, a un’ora da Chiclayo, il vescovo agostiniano si è presentato con una macchina piena di viveri e si è messo a dare una mano guadando nell’acqua con gli stivali di gomma: «Il fatto», ha raccontato il sindaco Juan Pablo Santamaria a Lucia Capuzzi di Avvenire, «è che nei momenti difficili le persone dimostrano di che pasta sono fatte».
Lotta agli abusi
Di che pasta è fatto Prevost lo ha mostrato anche dinanzi allo scandalo del Sodalizio di vita cristiana, un movimento cattolico di destra che in Perù ha dettato legge per anni. Quando due giornalisti, Pedro Salinas e Paola Ugaz, hanno iniziato a raccontarne abusi e malversazioni, e sono stati bersagliati di minacce e fake news, è stato Prevost, insieme a un drappello di altri vescovi peruviani, a prendere le difese dei giornalisti e organizzare un incontro con papa Francesco, che una settimana prima di morire ha dato disposizione di sciogliere il Sodalizio a suor Simona Brambilla, la prefetta del dicastero vaticano dei religiosi. Una delle prime collaboratrici che Prevost ha ricevuto da Papa. Perché sono in Perù le radici di papa Leone XIV.