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I lavori in corso di papa Leone, un uomo nuovo e antico

Roma, Piazza San Pietro Messa di inizio pontificato di Papa Leone XIV (ROMA - ,

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Veste molti abiti e tenta di armonizzarli. Se la sua missione è l’unità, il suo percorso è la sintesi delle diversità che vuole fare convivere: delle anime, dei desideri e dei linguaggi
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Il papa del futuro è il papa delle origini. Ascende su 2025 anni di storia, tradizione e liturgia. Lo fa al reverente cospetto dei leader di democrazie che si vantano dei decenni, di alcuni capi senza passato né rappresentanza, di reali ridotti a figuranti della cronaca. Richiama a sé l’ombra di tanti predecessori, da Francesco a Leone XIII, da Paolo VI a Benedetto XVI, ma più di ogni altro, anche per numero di evocazioni: Pietro. Si commuove ricevendone l’anello. Lo raggiunge idealmente sulle sponde del lago di Tiberiade accettando, dopo la resurrezione, l’incarico di guidare la Chiesa («senza alcun merito, con timore e tremore»). Indica come parole chiave del suo pontificato «amore e unità», attraverso citazioni dirette e scelte simboliche.

Si propone come l’uomo di un tempo post-traumatico, seguito a un abbandono e a uno tsunami, voluto da tanti e guida di tutti. Parla, ancora, di pace e induce i potenti a scambiarsi…

Il papa del futuro è il papa delle origini. Ascende su 2025 anni di storia, tradizione e liturgia. Lo fa al reverente cospetto dei leader di democrazie che si vantano dei decenni, di alcuni capi senza passato né rappresentanza, di reali ridotti a figuranti della cronaca. Richiama a sé l’ombra di tanti predecessori, da Francesco a Leone XIII, da Paolo VI a Benedetto XVI, ma più di ogni altro, anche per numero di evocazioni: Pietro. Si commuove ricevendone l’anello. Lo raggiunge idealmente sulle sponde del lago di Tiberiade accettando, dopo la resurrezione, l’incarico di guidare la Chiesa («senza alcun merito, con timore e tremore»). Indica come parole chiave del suo pontificato «amore e unità», attraverso citazioni dirette e scelte simboliche.

Si propone come l’uomo di un tempo post-traumatico, seguito a un abbandono e a uno tsunami, voluto da tanti e guida di tutti. Parla, ancora, di pace e induce i potenti a scambiarsi un segno che ieri era soltanto un riflesso del cerimoniale, oggi una speranza che si fa tentativo, domani chissà. Se il funerale di Francesco era stato un palco spettacolare, teatro di imprevisti e dal copione inedito, l’insediamento di Leone XIV è stata la vetrina delle procedure, rinviando al dietro le quinte gli scarti, i sussulti, le possibili svolte. Ha dato l’immagine di una Chiesa composta e ri-composta, il cui rappresentante parla molte lingue vive, ma riesuma con decisione e precisione il latino. Impone a presidenti di ogni rango la disciplina di una funzione che considera il proprio inestimabile pregio proprio quello di essere fuori dal tempo. Come potrebbe altrimenti aspirare (ed essere riuscita) a sopravvivere a tutte le epoche?

Il Papa visto ieri in piazza San Pietro è un lavoro in corso. Veste molti abiti e tenta di armonizzarli. Se la sua missione è l’unità, il suo percorso è la sintesi delle diversità che vuol far convivere: delle anime, dei desideri, dei linguaggi. È apparso “alla Francesco”, venendo da lontano, foss’anche il fondo di via della Conciliazione, a sorpresa, su un’auto scoperta che procedeva lenta per favorire l’incontro degli sguardi. È riapparso “alla Leone”: quel movimento ripetuto delle spalle che sembra fare per aggiustarsi la responsabilità e scrollarsi di dosso l’incertezza e quel fremito sul volto con cui dichiara la sensibilità degli esordi. Legge sempre i suoi testi, ma stavolta senza più gli occhiali: ha messo a fuoco il messaggio. Trova espressioni inattaccabili: la pace in Ucraina sia «giusta», a Gaza vanno protetti «i bambini». La solidità gli viene dalle fondamenta dell’edificio che ha dietro di sé e dai secoli su cui posa le colonne. Gli viene dalle Laudes Regiae cantate al suo arrivo e con cui si ricorda a tutti i governanti da che cosa deriva il potere di cui dispongono (non da un pugno di schede, ma da quel dio in cui dicono di credere) e con le quali si auspica per loro «la tranquillità del cuore». Quanti di quelli seduti nelle prime file, sotto il sole, l’avranno quando si fa sera? Anche se l’umiltà di cui fa mostra fosse un puro esercizio, resta comunque pregevole, data la mancanza da cui sono afflitti gli stessi che pure l’hanno esibita nel rispetto della celebrazione.

È un Papa nuovo e antico, che ama perfino il greco e chiama l’amore “agapao”. Ricorre a metafore musicali e quando evoca «l’ora dell’amore» ci fa sfuggire il riferimento teologico e pensare invece con un sorriso ai Camaleonti («l’orologio della piazza ha battuto la sua ora, è tempo di aspettarti, è tempo che ritorni»). Compone un puzzle di sentimenti, avvicina luoghi come tessere del mosaico. Si fa consegnare il pallio da un vescovo europeo, ma nunzio in Siria; l’anello da un asiatico, ma dopo l’intervento di un africano. Poi attira sul sagrato un cardinale canadese, uno brasiliano e un altro della Nuova Guinea. Il giro del mondo è completo, ma il viaggio al centro della Terra si conclude dove era iniziato: nel cuore della Roma di cui lui è vescovo. «Il Papa non è un solitario», «Non bisogna chiudersi in gruppi, nei propri piccoli mondi», alza lo sguardo, vorrebbe forse allargare le braccia per contenere molto più di 156 delegazioni politiche e i 200mila fedeli. “Io contengo moltitudini” scriveva un poeta americano come lui, Wat Withman.

Sfioriranno presto le immagini, dureranno di più le parole. Faranno un giro di pagina Zelensky nella sua divisa permanente, abbracciato a Meloni nel giorno alterno in cui lei ne sposa la causa; Vance senza spavalderia al fianco della severa, velata moglie; la regina Letizia di Spagna in versione dama bianca; gli emiri in vacanza e, perfino, i pellegrini in festa. Cercavano la loro guida e quella cercava il suo popolo. Quando, più tardi, rompendo il protocollo, il papa abbraccerà il fratello venuto dall’America, esprimerà un umanissimo bisogno di conforto, di affetto conosciuto. «Fratelli tutti», aveva detto citando un’enciclica di Francesco, ma occorre tempo per entrare nel cuore di ogni altro essere. Parole come «amore e unità» vanno non soltanto ripetute, ma rese realtà. Al riparo dei riti di Carlo Magno, della ferula di papa Montini, del volto della Madonna del Buon consiglio, si pone un uomo che esplora il sentiero per la più grande massa accorpabile su questo pianeta. Alcuni sono venuti alla sua messa come vanno a quella della mezzanotte di Natale, perché è opportuno e per farsi vedere; altri perché pensano stia passando nel cielo una cometa: come molte stelle, luce proiettata da un tempo trascorso, in questo caso 2025 anni fa.

(ansa)

Gli orpelli della tradizione e le formule della liturgia marcano una distanza che vuole farsi autorevolezza, traendo forza dalla storia. Chi li indossa e le pronuncia si spinge invece verso il rapporto diretto con gli altri, nelle forme dello stimolo intellettuale e del contatto umano. Potrebbe, Leone XIV, rivelarsi addirittura un papa di utopie, non di grandi speranze, di utopie: le impensabili cose a cui chi ha fede sa come credere.

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