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Intervista allo chef Andrea Minguzzi: “Ci hanno ucciso Mattia e ora noi siamo sotto scorta”

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Andrea Minguzzi, padre del quattordicenne accoltellato a Instanbul: “Ci minacciano, ma mio figlio è diventato un’icona della non violenza”. Tra un mese la terza udienza del processo
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“Viviamo ogni giorno un dolore atroce, riceviamo minacce di morte e la giustizia non ci darà sollievo, ma Mattia è diventato un simbolo e finché se ne parla, lui vive ancora". Andrea Minguzzi è seduto in auto accanto a sua moglie Yasemin. Stanno tornando a Istanbul dopo aver inaugurato una scuola sulle montagne del Mar Nero che si chiama come il loro unico figlio: Mattia Ahmet Minguzzi, accoltellato senza motivo a 14 anni, alle 8.30 del mattino del 24 gennaio scorso in un mercato della Capitale turca, e morto dopo 16 giorni in ospedale.

Un fermo immagine dell'aggressione a Mattia Ahmed Minguzzi

 

Il 20 giugno si terrà la terza udienza del processo per il suo omicidio e per la prima volta i genitori vedranno tutti e quattro gli aggressori del loro bambino.

Andrea, cosa vi aspettate?

“Sarà dura trovarseli davanti. Noi chiediamo il massimo della pena, ma non ho grandi aspettative: non può …

“Viviamo ogni giorno un dolore atroce, riceviamo minacce di morte e la giustizia non ci darà sollievo, ma Mattia è diventato un simbolo e finché se ne parla, lui vive ancora". Andrea Minguzzi è seduto in auto accanto a sua moglie Yasemin. Stanno tornando a Istanbul dopo aver inaugurato una scuola sulle montagne del Mar Nero che si chiama come il loro unico figlio: Mattia Ahmet Minguzzi, accoltellato senza motivo a 14 anni, alle 8.30 del mattino del 24 gennaio scorso in un mercato della Capitale turca, e morto dopo 16 giorni in ospedale.

Un fermo immagine dell'aggressione a Mattia Ahmed Minguzzi

 

Il 20 giugno si terrà la terza udienza del processo per il suo omicidio e per la prima volta i genitori vedranno tutti e quattro gli aggressori del loro bambino.

Andrea, cosa vi aspettate?

“Sarà dura trovarseli davanti. Noi chiediamo il massimo della pena, ma non ho grandi aspettative: non può esserci giustizia per un crimine così, Mattia non tornerà indietro e l’ergastolo non allevierà le nostre sofferenze”.

Lei è cristiano, è possibile il perdono?

“Può esserci dentro di me, ma perdonare non significa giustificare: non voglio sconti processuali, sarebbe un’offesa a tutte le persone oneste e a Mattia”.

Avete chiesto una modifica della legge sui minori: pene più dure per gli aggressori tra 15 e 18 anni. Perché?

“Non è crudeltà, ma deterrenza. Poi, insieme alla pena, serve la riabilitazione: vorrei capissero il male che hanno fatto con azioni buone, facendogli conoscere l’amore che non hanno avuto. Le famiglie, che non hanno saputo educarli, dovrebbero essere responsabili delle conseguenze legali delle azioni dei figli”.

Da quando è iniziato il processo, avete ricevute minacce, la tomba di Mattia è stata profanata.

“Non bastava averci provocato il dolore più grande che esista. Ci sono arrivati messaggi d’odio e minacce di morte soprattutto su Instagram: menzionano i nostri nomi, fanno video con i volti coperti dal passamontagna, le pistole, i mitra, ci scrivono ‘farete la stessa fine di vostro figlio’”.

Chi?

“Leoni da tastiera, ma anche una rete organizzata di amici degli aggressori sparsi in tutta la Turchia: ne hanno arrestati otto. Ma mi sono arrivati messaggi anche da parte di organizzazioni criminali che mi dicevano ‘li sistemiano noi’; mi è toccato difendere da loro gli assassini di mio figlio”.

Avete paura?

“Paura no. È dolore, forse rabbia. Io, mia moglie e mia cognata viviamo con la scorta e ventiquattr’ore al giorno c’è una pattuglia davanti casa. Ma riceviamo anche un grande affetto e una grande solidarietà delle istituzioni e di cittadini qualunque. Ci chiamano dalla Francia, dalla Svizzera, dall’Italia. Come se Mattia fosse stato adottato da tutti”.

Avete mai pensato di andar via dalla Turchia?

“Mia moglie non acconsentirebbe, va tutti i giorni al cimitero sulla tomba di Mattia”.

Il 23 maggio però rientrerete in Italia.

“Per dare la nostra piccola testimonianza. Tra tante condoglianze, mancavano quelle del mio paese, Misano Adriatico. Ora inaugureremo insieme una sala della biblioteca comunale”.

In Turchia Mattia è diventato un simbolo.

“È un angelo della fratellanza, sta riunendo tante persone di buona volontà che prima nemmeno si parlavano, di Paesi, culture, religioni diverse sotto la bandiera unica della non violenza”.

Oltre alle scuole, alle aule studio, ora c’è un centro sportivo che porta il suo nome, una strada, la tribuna del Trabzonspor. Cosa significa per voi?

“Che anche quando non ci saremo più, lui sarà ricordato per sempre e noi potremo avere il cuore e la coscienza in pace. Io credo nel destino: Mattia è stato scelto per una missione. Per noi è un dolore inumano, ma se anche un solo bambino verrà salvato dalla violenza grazie al suo ricordo allora saremo ricompensati dal bene che sta facendo”.

Avete un sogno per Mattia?

“Stiamo costruendo una Fondazione con la quale dare una possibilità e una speranza a tanti giovani che vengono da contesti difficili di formarsi nel settore alberghiero. Mattia, invece, era solo un bambino e sognava lo skate. Ora, dove lui andava a giocare, hanno aperto un grande skatepark col suo nome. Il nostro sogno è farlo vivere ancora”.

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