A San Pietro l’applauso del popolo di Prevost: “Fai vincere l’amore e la pace”
di Giuliano Foschini , Viola GiannoliCittà del Vaticano – Mia, americana, mamma di Louis e moglie di Evelyn, dice: «Amore. A questo Papa noi chiediamo che ci permetta di amare senza essere giudicate». Marta, 20 anni, polacca, non ha dubbi: «Pace. Ma che abbia un significato. Credevo che la guerra dovessi studiarla soltanto a scuola. E invece a casa sentiamo il rumore delle bombe». Rosa, peruviana, «come il Papa», sorride ma ne ha un’altra di parola: «Povertà. Lui è un missionario, sa cosa significa essere poveri». E ancora: bontà, unità, mitezza, unione.
Assomiglia già al suo nuovo Papa questa piazza San Pietro in una mattinata romana coerente con quel giro di storia che sta andando in scena: un sole è tiepido, non troppo caldo. L’emiciclo è pieno, non gremito: non ci sono i 350 mila che immaginava (o temeva) la Questura. Ma i fedeli sono venuti, a gruppi, da tutto il mondo, e sono qui per Leone XIV, il papa americano, il papa «della ragione» dice Joshua, «from Texas», arrivato a Roma per sposarsi mercoledì con Angela. …
Città del Vaticano – Mia, americana, mamma di Louis e moglie di Evelyn, dice: «Amore. A questo Papa noi chiediamo che ci permetta di amare senza essere giudicate». Marta, 20 anni, polacca, non ha dubbi: «Pace. Ma che abbia un significato. Credevo che la guerra dovessi studiarla soltanto a scuola. E invece a casa sentiamo il rumore delle bombe». Rosa, peruviana, «come il Papa», sorride ma ne ha un’altra di parola: «Povertà. Lui è un missionario, sa cosa significa essere poveri». E ancora: bontà, unità, mitezza, unione.
Assomiglia già al suo nuovo Papa questa piazza San Pietro in una mattinata romana coerente con quel giro di storia che sta andando in scena: un sole è tiepido, non troppo caldo. L’emiciclo è pieno, non gremito: non ci sono i 350 mila che immaginava (o temeva) la Questura. Ma i fedeli sono venuti, a gruppi, da tutto il mondo, e sono qui per Leone XIV, il papa americano, il papa «della ragione» dice Joshua, «from Texas», arrivato a Roma per sposarsi mercoledì con Angela. Lui fa il fisico e dice che «avere un papa che ha studiato la matematica è una rivoluzione, perché la ragione ha grande bisogno di fede». Un pezzo di cuore batte invece ancora per Francesco, il papa che non c’è più ma ci sarà sempre, sulle magliette dei pellegrini, nei loro occhi, nell’anima, nelle parole del nuovo Pontefice.
«Eccolo!». Sono le 9.04 quando la piazza esplode nella prima ovazione. Dall’arco delle campane, piccolo eppure enorme, e non perché i maxischermi lo proiettano ovunque, ma perché grande è la curiosità di accoglierlo, Leone XIV spunta sulla Papamobile elettrica e comincia il suo giro. Prevost la spinge fino alla coda di via della Conciliazione, passa in mezzo a due ali di folla, davanti alla sua gente. «Viva il Papa», «Forza il Papa», urlano i tanti abbarbicati alle transenne dietro una distesa di telefoni.
In bianco, simile ma diverso da Francesco. Poche carezze, ma tanti selfie. «Carmè, non ce ne siamo fatte nemmeno uno», fa una signora all’amica. La generosità però sembra la stessa: il percorso è lungo, papa Prevost non ne risparmia un metro, guarda negli occhi, sorride, saluta. A Nilde, una bambina campana, fa «ciao ciao». «Ha salutato proprio me!», grida, felice, ha cinque anni, si guarda e riguarda nei video, «ora però voglio il gelato, se ripassa lo posso chiedere?». E sono due neonati gli unici che il Papa sfiora, statunitensi come lui: Therese del Massachussets, un vestito rosso a pois, e John Francis, magliettina a stelle blu, della Florida.
La piazza intanto si riempie, stavolta sì, quasi tutta, arrivano i grandi, il Papa indossa l’anello, si commuove. Parla. Il suo popolo lo applaude per altre dieci volte durante l’omelia e il Regina Coeli. Quando si presenta come un «umile servo, scelto senza alcun merito». Quando parla di Gaza e dell’Ucraina. Quando pronuncia la parola “pace”. È quel che i fedeli si aspettano da lui, che sia un Papa di pace. Ma il boato più grande è al ricordo di Francesco. «Ha parlato di casa comune: significa parlare di ambiente, è la strada tracciata da Bergoglio» dicono Thomas e Victoria, una coppia di argentini.
Poco più indietro cinque giovani palestinesi sventolano la loro bandiera: «Vogliamo solo che il Papa la veda e capisca. Noi siamo qui, esistiamo ancora». Maruja, che fa la colf, ha steso sulle transenne uno striscione: «Chiclayo presente». Viene dalla stessa diocesi in cui Leone è stato missionario. «È un uomo umile, ha aiutato il nostro popolo durante l’alluvione spalando il fango, durante il Covid portando l’ossigeno. A Chiclayo sono le tre di notte, ma i miei parenti sono in piazza per ascoltarlo».
La messa è finita. Il Papa saluta la sua piazza. Nadia è commossa. È musulmana, indossa l’hijab. È una rifugiata politica afgana scappata dalla violenza e dai talebani, e ora è qui a riporre speranza nell’uomo che porta la parola di un’altra religione, «perché se parliamo di un Dio, parliamo comunque di amore».