Il Papa: “Non farò il condottiero solitario, io scelto senza meriti”
di Andrea Gualtieri , Iacopo ScaramuzziCITTÀ DEL VATICANO – Dice di essere stato scelto «senza alcun merito», di iniziare il pontificato «con timore e tremore». Si commuove, Leone XIV, nel ricevere i segni del ministero petrino. Ma la sua voce è ferma nell’indicare tra i mali contemporanei odio, pregiudizi, paura del diverso e «un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri». Diventa poi vigorosa nel denunciare, davanti ai potenti del mondo, l’angoscia della «martoriata» Ucraina, le violenze in Myanmar, ma soprattutto l’orrore di Gaza dove «i bambini, le famiglie, gli anziani sopravvissuti sono ridotti alla fame». Il presidente israeliano Herzog è lì, seduto a pochi metri: dal Pontefice stavolta non arriva alcun cenno agli ostaggi.
L’era di Robert Francis Prevost inizia nel calore dei fedeli, ce ne sono duecentomila secondo la Santa Sede. Nel suo giro sull’auto scoperta, il Papa arriva a salutarli fino in fondo a via della Conciliazione. Sul sagrato attendono i capi di Stato, i sovr…
CITTÀ DEL VATICANO – Dice di essere stato scelto «senza alcun merito», di iniziare il pontificato «con timore e tremore». Si commuove, Leone XIV, nel ricevere i segni del ministero petrino. Ma la sua voce è ferma nell’indicare tra i mali contemporanei odio, pregiudizi, paura del diverso e «un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri». Diventa poi vigorosa nel denunciare, davanti ai potenti del mondo, l’angoscia della «martoriata» Ucraina, le violenze in Myanmar, ma soprattutto l’orrore di Gaza dove «i bambini, le famiglie, gli anziani sopravvissuti sono ridotti alla fame». Il presidente israeliano Herzog è lì, seduto a pochi metri: dal Pontefice stavolta non arriva alcun cenno agli ostaggi.
L’era di Robert Francis Prevost inizia nel calore dei fedeli, ce ne sono duecentomila secondo la Santa Sede. Nel suo giro sull’auto scoperta, il Papa arriva a salutarli fino in fondo a via della Conciliazione. Sul sagrato attendono i capi di Stato, i sovrani e i rappresentati dei governi arrivati da quasi 150 Paesi. Duecento sono i cardinali in fila per la processione, 750 arcivescovi, oltre tremila tra sacerdoti e diaconi.
È il giorno in cui Leone XIV presenta il manifesto del suo pontificato. Inizia assorto, quasi impensierito dal compito che lo attende, tornerà a sorridere a fine messa. «Vengo a voi come un fratello che vuole farsi servo della vostra fede e della vostra gioia», dice nell’omelia. Ricorda con tenerezza Francesco, ma l’unico predecessore di cui riporta le parole è ancora Leone XIII: se la carità «prevalesse nel mondo, non cesserebbe subito ogni dissidio e non tornerebbe forse la pace?», chiede Prevost, rievocando la dottrina sociale che si annuncia filo conduttore del magistero futuro. È per questo che vuole una Chiesa «missionaria», che «apre le braccia al mondo», si lascia «inquietare dalla storia» e «diventa lievito di concordia per l’umanità».
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Per sé individua un ruolo duplice, che sembra porlo come sintesi degli ultimi due predecessori: custodire il «ricco patrimonio della fede cristiana» e insieme «andare incontro alle domande, alle inquietudini e alle sfide di oggi». Un doppio respiro che riflette le indicazioni di un Conclave nel quale Prevost ha rassicurato sensibilità diverse. Il Papa ricorda ciò che è avvenuto nella Sistina: l’opera dello Spirito Santo, dice, «ha saputo accordare i diversi strumenti musicali, facendo vibrare le corde del nostro cuore in un’unica melodia». Ora si tratta di restare «tutti uniti in un’unica famiglia».
Amore e unità: «queste sono le due dimensioni della missione affidata a Pietro da Gesù», rimarca Leone XIV. È la «convivenza delle diversità», l’unità«che non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo», in assonanza con l’altro caposaldo a lui caro, quello della sinodalità tra le anime ecclesiali. L’agostiniano Prevost fa capire che è un insegnamento imparato dal fondatore del suo ordine religioso, riporta uno dei suoi discorsi. Davanti a sé, al momento dell’omaggio, aveva voluto raffigurare proprio la varietà della Chiesa: tre cardinali, un vescovo – quello peruviano di Callao – un sacerdote, un diacono e due religiosi, ma anche una coppia di sposi e due giovani.
Al Pontefice, dice Prevost, spetta pascere il gregge «senza cedere mai alla tentazione di essere un condottiero solitario o un capo posto al di sopra degli altri». Glielo ha ispirato il pallio di lana di pecora, che gli è stato imposto sulle spalle subito prima dell’omelia. L’altro segno è l’anello del pescatore, il sigillo del pontificato. Prevost ha inclinato di lato le mani giunte per guardarlo mentre la schola intonava il canto.
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Il Papa afferma di sentire la missione di «pescare l’umanità per salvarla dalle acque del male e della morte». Ma precisa: «Non si tratta mai di catturare gli altri con la sopraffazione, con la propaganda religiosa o con i mezzi del potere, ma si tratta sempre e solo di amare come ha fatto Gesù». È un invito al cammino comune «con le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace». Difronte a lui ci sono i patriarchi orientali, tra cui Bartolomeo che oggi incontrerà in udienza privata, i rappresentanti di altre religioni, dall’ebraismo all’islam, ma anche indù, sikh, buddisti, giainisti e zoroastriani. Alla fine li saluta, poi per 75 minuti stringe le mani delle delegazioni arrivate da tutto il mondo. Tra gli statunitensi appare suo fratello Louis che l’abbraccia. E Leone si lascia andare, abbandonando il protocollo.
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