Alessandro Gassmann: “Via il nome di papà dal teatro del raduno razzista”
di Silvia FumarolaNon si può stare un giorno tranquilli» dice Alessandro Gassmann, «mio padre era antifascista, sua madre era ebrea, alcune cugine di mia nonna sono state deportate. Devo aggiungere altro? È ovvio che abbia chiesto al sindaco di togliere il nome di papà dal teatro di Gallarate dove si è svolto il raduno del Remigration Summit. L’ultradestra europea può confrontarsi dove meglio crede ma non in un luogo dove c’è il nome di mio padre». L’attore-regista, che ha preso posizione sui social, rinnova l’appello al sindaco e si dice preoccupato: «Troppa ignoranza».
La manifestazione di studenti e centri sociali contro il Remigration Summit di estrema destra svoltosi a Gallarate, scontri con la Polizia durante il corteo
Gassmann, che riflessione ha fatto?
«Tante. Si dice che il fascismo non sia un’opinione ma un crimine. Sono talmente democratico da pensare che se pagano un affitto, queste perso…
Non si può stare un giorno tranquilli» dice Alessandro Gassmann, «mio padre era antifascista, sua madre era ebrea, alcune cugine di mia nonna sono state deportate. Devo aggiungere altro? È ovvio che abbia chiesto al sindaco di togliere il nome di papà dal teatro di Gallarate dove si è svolto il raduno del Remigration Summit. L’ultradestra europea può confrontarsi dove meglio crede ma non in un luogo dove c’è il nome di mio padre». L’attore-regista, che ha preso posizione sui social, rinnova l’appello al sindaco e si dice preoccupato: «Troppa ignoranza».
La manifestazione di studenti e centri sociali contro il Remigration Summit di estrema destra svoltosi a Gallarate, scontri con la Polizia durante il corteo
Gassmann, che riflessione ha fatto?
«Tante. Si dice che il fascismo non sia un’opinione ma un crimine. Sono talmente democratico da pensare che se pagano un affitto, queste persone possono anche riunirsi. Non voglio scendere al loro livello, chi sa deve avere la forza di non cadere nelle provocazioni. Siamo in democrazia e io ci credo, è un valore».
Il sindaco leghista di Gallarate le ha risposto tirando in ballo suo padre.
«Non accetto quello che ha detto il sindaco Andrea Cassani, e cioè che papà, da intellettuale, non avrebbe combattuto con la censura le idee altrui. Vorrei spiegargli un paio di cose».
Prego.
«La prima: che dimostra di non conoscere affatto mio padre e come la pensava. La seconda, che lo avrebbe preso a calci nel sedere. Gli intimo di togliere il nome di papà dal teatro. Conosco quel teatro, è bellissimo e lo amo. Ma se vuole continuare a ospitare raduni di neonazisti xenofobi e razzisti non voglio che sia più intitolato a mio padre Vittorio Gassman. È molto semplice».
Come si salvò suo padre?
«Ha vissuto la guerra e si salvò perché giocava nella Nazionale di pallacanestro. Perse il padre a 14 anni».
Cosa sta succedendo in Italia?
«C’è un’ignoranza dilagante sulla quale attecchiscono varie correnti politiche, un processo che ci sta riportando al ventennio fascista. Il pericolo è concreto, penso che lo facciano intenzionalmente. E la sinistra che fa?».
Che fa? O cosa non fa?
«Continua a prendere il fenomeno sottogamba, in nome di una superiorità intellettuale. Tutto sbagliato. La sinistra deve fare e frapporsi. Deve muoversi. Lasci che a prendere per il culo la destra ci pensiamo noi, che non abbiamo cariche e potere».
Che vuol dire?
«Che non possono perdere tempo, ogni volta, con le cose che dice Lollobrigida. Quello può farlo tranquillamente chi si occupa di satira. La sinistra deve fare: opporsi alla deriva fascista. E basta con i battibecchi».
Sa che anche Antonio Albanese, ospite al Salone del libro di Torino, ha detto: «Basta lamentele, è tempo di fare»?
«Ha perfettamente ragione. Facciamo le cose: la sinistra ha governato undici anni? Quante cose si potevano fare e non sono state fatte? Ha senso rinfacciarselo o accusarsi a vicenda? L’opposizione non è solo la sinistra, i Verdi sono interessanti. Basta perdere tempo. Pensi ai referendum».
Se ne parla pochissimo.
«Appunto. Invece sono importanti, fondamentali, perché riguardano lavoro e cittadinanza. Perché tutelano gli ultimi, i lavoratori senza diritti. Invece bisogna aggiungere diritti, ma non sono al centro del confronto. Bisogna andare a votare».
Tra i lavoratori in crisi ci sono anche quelli del cinema. Che idea si è fatto delle dichiarazioni del ministro della Cultura Giuli?
«Ma che idea vuole che mi sia fatto? Il cinema non è un lavoro “di sinistra”. C’è un equivoco di fondo: non parliamo delle star. Parliamo dei lavoratori del cinema, quelli che fanno mestieri specialistici, che solo loro sono in grado di fare: macchinisti elettricisti gruppisti, sarte, attrezzisti. Vivono del proprio lavoro, che siano di sinistra o di destra. Vanno tutelati. Se stanno a casa come campano? Qualcuno vuole porsi il problema?».
Allora cosa direbbe a Giuli?
«Che la disattenzione nei loro confronti è molto grave. E non è accettabile».