✕

Se lei uccide lei, è un femminicidio?

Dibattito tra avvocate, filosofe, operatrici e attiviste delle associazioni anti-violenza: “Dipende dalla definizione che ne diamo”, “No, il termine è improprio, si tratta di intimate private violence. Ma anche nelle relazioni tra persone dello stesso sesso possono esserci logiche patriarcali”
3 minuti di lettura

Il femminicidio non è qualsiasi omicidio in cui la vittima è una donna, morta ad esempio accidentalmente durante una rapina o investita involontariamente da un’auto. «Non indica il sesso della morta – diceva Michela Murgia – , indica il perché». E dunque il femminicidio è l’omicidio in cui la donna viene uccisa da un uomo «in quanto donna», in relazione alla sua posizione di genere, come atto di discriminazione o di odio o per reprimere l’esercizio dei suoi diritti o delle sue libertà, «una forma estrema di violenza di genere contro le donne», come la definiva l’antropologa messicana e teorica del femminismo Marcela Lagarde, esercitata sulle donne sistematicamente in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale.

Ma se a morire è una donna uccisa da un’altra donna all’interno di una relazione sentimentale, come nel caso di Daniela Strazzullo, colpita da uno sparo esploso dalla sua compagna Ilaria Capezzuto, si può parlare di femminicidio oppure no? E perché?

Secondo Milli Virgilio, avvocata del Foro di Bologna, impegnata da anni nella difesa legale delle donne colpite da violenza, «dipende dalla definizione che si dà di femminicidio. Se adottiamo quella della Commissione parlamentare sui femminicidi, ad esempio, allora no: non è un femminicidio. Perché l’autore della violenza è identificato come un uomo. Se consideriamo che quel che conta è un motivo di genere, il contesto nel quale l’omicidio matura, la disparità di potere, se una delle due era più forte e vincolava l’altra, se c’erano precedenti episodi di violenza, allora sì, anche quello di Napoli potrebbe essere un femminicidio».

Nel nuovo ddl femminicidi in cui si esplicita che è condannato all’ergastolo “chiunque cagioni la morte di una donna (...) in quanto donna”, non è definito il sesso dell’autore della violenza, ma, ragiona l’avvocata, «è difficile capire chi sia questa “donna in quanto donna” in un rapporto lesbico».

Davanti alla stessa domanda, ha meno dubbi Giorgia Serughetti, professoressa di filosofia politica all’Università di Milano-Bicocca, esperta di genere e teoria politica e sociale, che risponde, invece, così: «Il femminicidio non è semplicemente l’omicidio di una donna, ma l’omicidio di una donna in quanto donna all’interno di una dinamica di esercizio di potere maschile. Ed è proprio questa dinamica la radice profonda della diseguaglianza tra generi che si manifesta nella violenza di genere come fenomeno strutturale».

«Certo, prosegue Serughetti – esistono dinamiche conflittuali anche in coppie formate da persone dello stesso sesso che possono dare luogo a quella che si chiama intimate partner violence, ovvero violenza domestica, dell’intimità, ma in questi casi usare il termine femminicidio è improprio perché si fuoriesce dalla dinamica del controllo maschile sulla libertà delle donne, dall’esercizio di potere diseguale di un uomo su una donna che gli studi femministi hanno letto come fenomeno all’origine dei femminicidi».

«Questo – precisa Serughetti – non toglie nulla alla gravità della violenza in una coppia non eterosessuale, ma ne fa un caso differente. Così come siamo costrette a usare categorie diverse quando un uomo uccide un altro uomo in una coppia gay o una donna uccide un uomo. Parliamo di un altro tipo di geometria relazionale che non risponde alla stessa dinamica di potere che caratterizza la violenza dell’uomo sulla donna».

Pur non rientrando nel campo dei femminicidi, «bisogna avere presente che esiste anche questa violenza agita da una donna su un’altra donna, leggerla, capirla, intervenire con la rete dei servizi antiviolenza, anche per rendere effettivo quell’approccio intersezionale di cui parliamo nei casi di violenza di genere – sottolinea Serughetti - I distinguo non servono a dare meno peso o rilievo ad altre forme di violenza che non sono femminicidio”.

È quel che dichiarano anche all’associazione D.i.Re – Donne in rete contro la violenza: «Il patriarcato, e quindi le relazioni di potere, attraversano anche le coppie lesbiche – spiega la consigliera Luisanna Porcu – Non riteniamo comunque che in questo caso si possa parlare di femminicidio perché la donna non è stata uccisa in quanto donna: si tratta certamente di violenza, ma non possiamo definirlo femminicidio».

Simona Ammerata, operatrice del centro antiviolenza di Roma Lucha y Siesta, ragiona invece così: «Probabilmente non si tratta di femminicidio perché la vittima non è tale in quanto donna, rispetto al suo ruolo sociale, storico e politico. Perché certo anche questa duplice perdita che si è consumata a Napoli è conseguenza del modello patriarcale. Sia perché, come emerge, forse la relazione tra le due donne non era accettata dalla comunità, non rispondeva al modello etero-cis-patriarcale che appare come l’unico possibile. Sia perché il patriarcato ha segnato per tutte e tutti un modo di intendere le relazioni che non è basato sul consenso, sul benessere, sulla libertà. Ecco perché ripetiamo sempre che è importante fare educazione alla relazioni fin da piccoli e per chiunque”.

Leggi i commenti