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Amministrative 2025, la strada per costruire l’alternativa

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E poi arrivano sempre le città a ricordare al Paese che un’alternativa è possibile. Che se riesci a mettere insieme un programma unitario e concreto, puoi strappare Genova alla destra dopo dieci anni. Se trovi candidati credibili, le persone fuggite nell’astensione tornano alle urne. E se l’Italia ha la febbre, non basta la propaganda governativa a fargliela passare.

Il test è piccolo: 126 comuni italiani, di cui quattro capoluoghi di provincia. Se il centrosinistra vuole prendere questo voto e farne una tendenza, rischia di illudersi e di non dare abbastanza importanza agli inciampi che troverà lungo la strada. Allo stesso tempo però, se la destra pensa di non dover trarre alcuna lezione dal fatto che quando c’è da scegliere chi deve riso…

E poi arrivano sempre le città a ricordare al Paese che un’alternativa è possibile. Che se riesci a mettere insieme un programma unitario e concreto, puoi strappare Genova alla destra dopo dieci anni. Se trovi candidati credibili, le persone fuggite nell’astensione tornano alle urne. E se l’Italia ha la febbre, non basta la propaganda governativa a fargliela passare.

Il test è piccolo: 126 comuni italiani, di cui quattro capoluoghi di provincia. Se il centrosinistra vuole prendere questo voto e farne una tendenza, rischia di illudersi e di non dare abbastanza importanza agli inciampi che troverà lungo la strada. Allo stesso tempo però, se la destra pensa di non dover trarre alcuna lezione dal fatto che quando c’è da scegliere chi deve risolvere i problemi di una città, è sempre meno dalla sua parte che si guarda, fa un errore ancora maggiore.

Ci sono segnali cui prestare attenzione. Il primo riguarda il cosiddetto campo largo, ritirato fuori a Genova da un’ex atleta trentanovenne che è riuscita in quel che i dirigenti dei partiti d’opposizione non avevano saputo fare alle scorse Regionali. Silvia Salis sembrava arrivata dal nulla, ma ha raccolto intorno al suo nome tutto il centrosinistra, dal Movimento 5 stelle al Pd ad Alleanza Verdi Sinistra fino alle liste con dentro i centristi di Azione e Italia Viva. È stato possibile perché – come diceva già a inizio marzo seduta a un tavolino di piazza Matteotti – “basta guardare i numeri. Se andiamo insieme, vinciamo. L’importante è guardare avanti e non indietro, o di lato”. E quindi non alle liti pregresse, non alle dichiarazioni fatte più per rubare voti agli alleati che per portarne al proprio campo. Smettendo di mettere veti, come aveva invocato – invano – già parecchi mesi fa la segretaria pd Elly Schlein. Le persone tornano a votare – a Genova l’affluenza è salita, e in generale ha tenuto – quando vedono una proposta non solo credibile, ma competitiva.

Seconda lezione: la vittoria larghissima di Alessandro Barattoni a Ravenna avviene sì “in casa progressista”, ma è dovuta a quel buon governo per cui Michele De Pascale, sindaco fino all’anno scorso, è stato eletto presidente di Regione. A pagare è stato un lavoro fatto in continuità, dimostrando ancora una volta che a differenza di quanto avvenuto alle elezioni presidenziali americane, nel nostro Paese il principio di realtà è ancora vigile.

E qui veniamo al segnale più importante. I dati Istat di qualche giorno fa hanno dimostrato, semmai chi vive nel Paese reale ne avesse bisogno, che l’Italia non è in salute. Che ci sono enormi sacche di sofferenza. Che la popolarità di cui gode la presidente del Consiglio, molto alta, non si riflette per forza nelle urne, perché scuola, sanità, sicurezza, niente di tutto questo funziona come dovrebbe. E a proposito dell’ultima voce, non sarà certo un disegno di legge liberticida trasformato in decreto e imposto con la fiducia a rendere le cose migliori, per nessuno. Perché individua obiettivi fasulli e tralascia quelli reali.

E quindi, il centrosinistra dovrebbe capire che la destra non è un destino. E la maggioranza, che il potere che ha ottenuto è a tempo e che servirsene solo per occupare più posti possibili rischia di non portare risultati. È probabile che questo voto, che vede Fratelli d’Italia esultare giusto per qualche cittadina abruzzese, sia anche conseguenza di tensioni interne sempre più forti a livello nazionale. Ieri Meloni, Salvini e Tajani si sono visti, ma l’impressione è che su tutti i dossier la destra marci divisa. Sull’Europa, sull’Ucraina, sulla Russia, perfino sul Medio Oriente e sulla normativa antimafia da applicare al ponte sullo Stretto. E quindi, sui rapporti da tenere con il Quirinale.

Tutto questo non giustifica alcun trionfalismo a sinistra. Di vittorie alle amministrative seguite da sonore sconfitte alle politiche il Pd ne ha viste da quando è nato. Le città dov’è al ballottaggio – soprattutto al Sud - sono in gran parte segnate da lotte intestine per le quali l’opposizione spesso non riuscirà a correre unita nemmeno al secondo turno. E a livello nazionale, la ritrovata unità su Gaza non può nascondere la profonda diversità di vedute sull’Ucraina e sul ruolo dell’Europa.

Non saranno questioni da poco, quando si tratterà di votare alle politiche. Non basterà ripetere che uniti si vince per far cambiare ai 5 stelle una linea che sono convinti porti loro voti, per riunire magicamente il centro sotto una nuova stella o per risolvere la battaglia della leadership. Ma Genova e Ravenna segnano una strada, mostrano un metodo e accendono una speranza a sinistra. Sta ai leader nazionali, saperla coltivare.

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