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Violenze al Policlinico di Catania, sentenza shock: “Prof assolto, toccò il seno solo con i palmi”

Le diciannove accuse di sette studentesse e tirocinanti smontate dai giudici: “Se non c’è dissenso, il fatto non sussiste”. I legali delle vittime: “Interpretazioni forzate, processo al contrario”
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ROMA – In sette, tutte studentesse di Medicina, hanno accusato il professor Santo T., ora 68 anni, di violenze sessuali, molestie verbali, di un comportamento asfissiante e reiterato nel tempo che aveva trasformato il reparto distaccato del Policlinico di Catania in un luogo di paura: “Ci chiamava nel suo ufficio senza un motivo, ci toccava, si strofinava, ci faceva sentire che era in erezione, ci diceva: ‘Voglio entrarti dentro’”.

L’hanno processato, per quei diciannove fatti accaduti (e denunciati) tra il 2008 e il 2014 all’ospedale Vittorio Emanuele Ferrarotto, in quegli anni ala del policlinico. Con sorpresa generalizzata, è stato assolto. Il 25 febbraio scorso. Hanno firmato la sentenza di primo grado un giudice uomo e due giudici donne: “Non si è raggiunta la prova al di là di ogni ragionevole dubbio”.

I giudici: “Comportamento predatorio”

Adesso sono diventate pubbliche le motivazioni e vale la pena ricostruire un processo per violenze sessuali e il suo inaspettato verdetto.

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ROMA – In sette, tutte studentesse di Medicina, hanno accusato il professor Santo T., ora 68 anni, di violenze sessuali, molestie verbali, di un comportamento asfissiante e reiterato nel tempo che aveva trasformato il reparto distaccato del Policlinico di Catania in un luogo di paura: “Ci chiamava nel suo ufficio senza un motivo, ci toccava, si strofinava, ci faceva sentire che era in erezione, ci diceva: ‘Voglio entrarti dentro’”.

L’hanno processato, per quei diciannove fatti accaduti (e denunciati) tra il 2008 e il 2014 all’ospedale Vittorio Emanuele Ferrarotto, in quegli anni ala del policlinico. Con sorpresa generalizzata, è stato assolto. Il 25 febbraio scorso. Hanno firmato la sentenza di primo grado un giudice uomo e due giudici donne: “Non si è raggiunta la prova al di là di ogni ragionevole dubbio”.

I giudici: “Comportamento predatorio”

Adesso sono diventate pubbliche le motivazioni e vale la pena ricostruire un processo per violenze sessuali e il suo inaspettato verdetto.

Nelle prime righe delle 96 pagine, i giudici scrivono: “È certamente emersa la prova di un comportamento predatorio. Ossessivo nei confronti delle studentesse che il professore sceglieva come oggetto dei suoi desideri sessuali”. Ma - c’è subito un ma dopo una frase così perentoria - “il tribunale deve distinguere caso per caso” per capire “se i comportamenti sono sussumibili del reato contestato”. Secondo alcune intercettazioni, hanno sottolineato i difensori, sarebbe emerso un accordo tra le parti su cosa testimoniare.

"Mi diceva bastarda”

A pagina 13, la testimonianza di Alessandra L., oggi 32 anni. “Mi diceva stronza bastarda”. Il professor Santo si rivolgeva al fidanzato di Alessandra e, sfidandolo davanti a tutti, diceva: “Luca, non le far mettere questo ombretto che non la posso guardare”. Per due volte il docente, che, interrogato, si è autodefinito “un professore estroverso, affettuoso e istintivo”, le avrebbe toccato il seno.

A pagina 32 si trova il racconto del fatto, e la sua interpretazione da parte del collegio giudicante. “Rileva Alessandra L. che l’imputato le ha appoggiato i palmi al seno”, ma “non c’è stata una pressione particolare delle mani”. Era il giorno del compleanno della studentessa, iscritta al corso di Tecniche di fisiopatologia circolatoria. “Permangono dei dubbi sulla effettiva invasione della sfera sessuale e del dolo”, hanno scritto i giudici. Prendendola da dietro, “voleva fermarla per farle gli auguri”, e poi “appare poco verosimile che, volendole palpare una zona erogena, il docente non abbia fatto alcuna allusione sessuale”. Ecco il passaggio chiave: “Si tratta di un contatto che appare anomalo, poiché l’imputato non ha utilizzato le dita per palpare”.

"Che significa ‘si è buttato addosso’?”

Nella pagina precedente della sentenza viene trascritto questo passo del racconto di Alessandra: “Il professore mi ha fatto sedere a fianco a lui dopo avermi detto di scendere nel suo ufficio. ‘Scema, cretina, rincoglionita’”. Così le urlava. E quando la studentessa è nella stanza del docente, “lui mi si è buttato addosso”. La quarta sezione del Tribunale di Catania scrive: “Non si comprende cosa significhi buttarsi addosso e se ciò abbia coinvolto la sfera sessuale della persona offesa… In attesa di una descrizione più puntuale della condotta, il Tribunale non può che concludere che non è provata la responsabilità di Santo T.”.

"Se non c’è dissenso, non c’è violenza”

Su un piano giuridico, si legge: “Se manca il dissenso, il fatto non sussiste... Se non c’è dissenso, non c’è violenza”. Quindi, “non è emersa la prova di una manifestazione, anche tacita, di dissenso da parte di Alessandra L.”. Lei ha provato a spiegare al processo: “Non ho detto nulla, neppure in famiglia, perché non mi era mai accaduto qualcosa di simile, vivevo come se quei fatti non mi fossero accaduti, non mi appartenessero”. Non è servito.

Ci sono diversi testimoni oculari che raccontano di pianti in sala operatoria e di come il professore avesse promesso a cinque persone, che avevano assistito ai fatti, “benevolenza sul posto di lavoro di fronte a una deposizione a lui favorevole”.

L'articolo 609-bis del codice penale italiano stabilisce che chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, “costringa taluno a compiere o subire atti sessuali”, è punito con la reclusione da 6 a 12 anni. Il Tribunale di Catania, sezione IV, ha ritenuto però che “non si deve fare riferimento unico alle parti anatomiche aggredite, ma tener conto, con un approccio interpretativo di tipo sintetico, dell’intero contesto in cui il contatto si è realizzato”.

Il longform “I predatori dell’accademia”

Nel 2021 Repubblica aveva raccontato il caso “studentesse perfusioniste del Policlinico di Catania” (sono coloro che fanno funzionare le macchine necessarie in sala operatoria per un intervento) nel longform “I predatori dell’accademia”. E l’inchiesta era partita proprio dal racconto di “Micol”, anche lei universitaria e poi tirocinante. Dopo le sue rivelazioni, videoregistrate, si sono esposte altre sei vittime.

Micol M., la prima volta, viene approcciata nella sala lavaferri dell’ospedale Ferrarotto. “Con quegli occhi mi mandi in confusione… Vorrei entrarti dentro”, le dice il predatore (definizione del tribunale). A lei, ancora, cade il libretto universitario alla fine dell’esame e il professore, questo è il racconto di Micol riassunto dai giudici, “si appoggia facendole sentire il membro in erezione”. Il docente, definito in reparto “Santo u porcu”, nel corso del suo tirocinio le offre un posto di lavoro: lei è, in quel momento, volontaria in ospedale. Quando scopre che, alla fine del terzo anno accademico, si è fidanzata con un chirurgo interno, l’insegnante di corso dice: “Quell’uomo ti può dare una famiglia, io una notte di sesso”. Le chiede, in un’altra occasione, di sedersi sulle sue gambe. “Mi rifiutai, si mise al mio fianco e mi toccò il sedere”.

"Episodio non prescritto, si prescrive”

Sui cinque casi che la parte offesa rivela, due sono prescritti. Il passaggio “vorrei entrarti dentro” è collocato dallo stesso pm nei mesi estivi del 2011, quindi non sarebbe in regime di prescrizione. I giudici dicono che, però, questo accadimento si sovrappone con i fatti collocati tra il 2010 e il 2011 e, così, non potendo essere indicato in maniera precisa, viene dato comunque per estinto.

Per l’episodio del giugno 2012 “serve un’analisi più approfondita”. Parliamo dell’organo sessuale in erezione sul sedere quando a Micol cade il libretto dei voti: “Il racconto è illogico perché avvenuto in un’aula piena di universitari”, che avrebbero dovuto accorgersi dell’accaduto.

“La vittima non è credibile”

Per i tre giudici Micol, che insieme ad altre tre studentesse si è costituita parte civile, non è ulteriormente credibile “perché ha scelto il professore come relatore della tesi” e ha denunciato i fatti troppo tardi, “anche se di solito questo elemento non è rilevante”. E’ rilevante o no? “Ha denunciato solo quando è stata emarginata dal posto di lavoro” e “ha preparato uno schemino” per aizzare le altre contro il prof. L’aspirante perfusionista è inattendibile anche se l’episodio che racconta, il toccarle il sedere, “non ha un’inattendibilità intrinseca”.

Simona: “Cercava il contatto fisico”

C’è Giuseppina A. Ha raccontato a processo: “Mi chiamava, si strusciava, si voleva strofinare con le parti intime”. Di lei, il professore confessa di essersi innamorato. Giuseppina si è licenziata dal Policlinico di Catania ed è volata a Londra, dal fidanzato, a sua volta cardiochirurgo.

Ecco Simona Chiara D’A.: “Cercava continuamente il contatto fisico”. Irene M. (lei testimone) ha confermato l’atteggiamento maschilista dell’imputato: “Strusciava genitali, in stato di agitazione”. Ha subito per due anni: “Mi diceva: ‘Per ottenere la mia fiducia, devi avere un rapporto sessuale con me. Devo solo entrarti dentro, anche senza che ti muovi’”.

Caterina S. (lei testimone): “Il professore ci prova, sta a te metterlo in riga”. Nicoletta S. piangeva e tremava. Alessia G., come le altre, veniva convocata in ufficio. “Lui si strofinò su di me e mi disse: ‘Non so cosa ti farei’”. Anche Alessia, tuttavia, ha visto incrinarsi, lo ha detto la corte, la sua “credibilità oggettiva”. Deborah P., infine. Il professore si vantò fosse stata la prima fidanzata. Lei ha raccontato delle convocazioni in quel luogo appartato e dei “me lo fai venire duro”, “vorrei bere dalla tua sorgente”, “se vieni con me ai congressi ti pago tutto”. Ha detto ai giudici: “Cercavo di uscire dal suo studio tenendo la porta chiusa per la maniglia, lui la apriva e si attaccava a me con i genitali”.

"Nove testimonianze convergenti”

“La dimostrazione di tali comportamenti è emersa dalle dichiarazioni convergenti nonché da una pluralità di testimoni che era a conoscenza dei seriali modi dell’imputato”. La giuria parla anche di ricostruzioni “particolarmente efficaci”, ma poi assolverà.

Tra l’altro, il professor Santo T. è stato licenziato dal Policlinico di Catania alla fine di un procedimento disciplinare.

Massimo M., all’epoca fidanzato di Micol, oggi marito, inquadra la situazione attuale: “Il professor Santo è uscito di scena, ma sono andate via dal policlinico anche sette studentesse. Alessandra e mia moglie sono rimaste in reparto nonostante abbiano patito le pene dell’inferno. Nel frattempo è cambiato tutto il personale, e con quello il clima interno. Il primario Carmelo Mignosa, che ha difeso il professore fino all’ultimo, è stato arrestato per corruzione e quindi licenziato”.

L’accusa: “Grave interpretare i gesti”

L’avvocata Mariella Giordano, difensore di Micol, è tranchant: “Una sentenza allucinante, non ho mai visto in 43 anni di professione nulla di paragonabile”.

L’avvocato Amilcare Impallari, che ha difeso Alessandra e Giuseppina, attacca: “È grave che, dopo aver detto che la violenza non sussiste, la corte non abbia neppure indicato un reato diverso. Ancora più grave è che i giudici abbiano voluto interpretare i gesti: i palmi sui seni sono un’interpretazione grave e grottesca. Il giudice parla di complimenti da parte dell’imputato assolto, ma questa sentenza legittima il datore di lavoro con la dipendente, il medico con la sottoposta, a dire che le offese sono complimenti. Il processo è durato dieci anni, il collegio è continuamente cambiato, alle udienze decisive non c’era il pm titolare”.

La difesa: “Atti volgari, non reati”

L’avvocato Salvatore Augusto Trombetta, difensore dell’imputato assolto, dice: “I giudici hanno sentenziato: le attività del professore sono senz’altro volgari ed eticamente sbagliati, ma non è stata superata la linea del reato. C’è un dato: il pm ha fatto mettere sotto controllo anche le utenze delle parti offese e dei rispettivi compagni, un inedito. E le registrazioni dicono che c’è stato un accordo preventivo delle accusatrici su cosa dovessero riferire a processo. Possibile che Nicole, dopo la tesi, abbia regalato all’imputato una foto che ritrae i due in un abbraccio? Il Tribunale di Catania, che ha un arretrato enorme, non poteva analizzare punto per punto le accuse, così ha fatto una sintesi”.

L’avvocato Trombetta spiega che il licenziamento di Santo T. è tombale: “Non può chiedere il reintegro né un risarcimento”. L’uomo è in pensione “e sta facendo un percorso in una comunità cattolica: vuole ritrovare la serenità perduta”. Il pm sta valutando se chiedere l’appello, ma i reati – a questo punto – potrebbero essere tutti prescritti.

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