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Donato Carrisi: “I cold case? Una grande industria. Ma che disastro le prime indagini a Garlasco”

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Parla lo scrittore, tra i più noti autori di thriller in Italia: “C’erano state due assoluzioni, poi è cambiato tutto. Serviva un colpevole ma non ha senso cercare una verità a tutti i costi”
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Il delitto di Garlasco non sarà sicuramente l’ultimo tra i grandi cold case italiani che ritroveremo, dopo anni, sulle prime pagine dei giornali. Donato Carrisi non ha dubbi: «Questo è un po’ il periodo dei remake, come se la realtà fosse una grande Hollywood. Funzionano bene, ci sono magistrati che ne approfittano per costruirsi carriere, avvocati che cercano visibilità, consulenti assai ben pagati per le loro perizie e il mondo dei media che non vede l’ora di saltare addosso a storie così popolari. E poi c’è il pubblico, che non riesco ad assolvere: in fondo se io e lei siamo qui a parlare di questa storia, vuol dire che anche noi facciamo parte di questa industria dell’intrattenimento piuttosto squallida».

Autore di thriller venduti in tutto il mondo tanto da essere definito “lo Stephen King italiano”, Carrisi ha vinto nel 2018 il David di Donatello con il suo film d’esordio La ragazza nella nebbia. E, come tanti, non è sorpreso dal fatto che a distanza di diciotto anni si sia riap…

Il delitto di Garlasco non sarà sicuramente l’ultimo tra i grandi cold case italiani che ritroveremo, dopo anni, sulle prime pagine dei giornali. Donato Carrisi non ha dubbi: «Questo è un po’ il periodo dei remake, come se la realtà fosse una grande Hollywood. Funzionano bene, ci sono magistrati che ne approfittano per costruirsi carriere, avvocati che cercano visibilità, consulenti assai ben pagati per le loro perizie e il mondo dei media che non vede l’ora di saltare addosso a storie così popolari. E poi c’è il pubblico, che non riesco ad assolvere: in fondo se io e lei siamo qui a parlare di questa storia, vuol dire che anche noi facciamo parte di questa industria dell’intrattenimento piuttosto squallida».

Autore di thriller venduti in tutto il mondo tanto da essere definito “lo Stephen King italiano”, Carrisi ha vinto nel 2018 il David di Donatello con il suo film d’esordio La ragazza nella nebbia. E, come tanti, non è sorpreso dal fatto che a distanza di diciotto anni si sia riaperto un caso che da sempre divide l’opinione pubblica: «Tutti fanno a gara per apparire in una corsa a chi la spara più grossa. Ma la cosa davvero grave è che nessuno, nemmeno per un secondo, si rende conto che comunque vada a finire, ci saranno vite rovinate e famiglie annientate dal dolore. Tanto lo show deve continuare».

C’è un condannato in carcere, un nuovo indagato, supertestimoni che escono dal cilindro e impronte che vengono riesumate alla ricerca di tracce che possano portare alla verità…

«Ma quale verità? A meno che qualcuno non venga travolto dal senso di colpa e confessi il delitto, non ci sarà mai una verità su questa e altre storie. Magari assisteremo a un altro processo, indiziario come quello a Stasi, sul quale torneremo a dividerci tra colpevolisti e innocentisti. Mettiamo che Alberto esca dal carcere perché un altro viene condannato. Che cosa cambia per lui? Sarà comunque perseguitato per il resto della vita dal sospetto, come avviene a Raffaele Sollecito e Amanda Knox per il delitto di Perugia. Nel frattempo, nessuno pagherà per l’ennesimo errore giudiziario. Il mio professore di Procedura penale diceva che un’accusa penale equivale a una grave malattia: ti divora la vita, ti prosciuga i soldi e ti impedisce di avere una esistenza regolare. Non voglio attaccare i magistrati, ma credo che occorra un senso di responsabilità diverso, maggiore».

Lei crede che le prime indagini sull’uccisione di Chiara Poggi siano state fatte con leggerezza?

«Alla faccia della leggerezza. In quella villetta, dopo il ritrovamento del corpo, è entrato chiunque. Mica bisogna essere un criminologo per capire che quella scena è stata inquinata. Carabinieri, periti, persino i gatti hanno calpestato il pavimento. Un concentrato di incompetenza davanti al quale, a processo, bisognava alzare le braccia e dire: in queste condizioni non si può condannare nessuno. Che poi è quello che è successo in primo e secondo grado, visto che l’unico imputato è stato assolto».

Poi, però, le sentenze successive sono state diverse…

«Forse serviva un colpevole. Mi chiedo: ha senso cercare una verità a tutti i costi? Io dico di no, perché forzare la verità è assai peggio che non trovarla».

Quindi pensa che sia una forzatura anche riaprire le indagini dopo 18 anni? In fondo con le nuove tecniche di investigazione si potrebbero ottenere risultati che erano impensabili all’epoca del delitto.

«Non conosco i dettagli, ovviamente, ma leggo di impronte che vengono rianalizzate, macchie di sangue, nuovi esami del Dna. E di consulenze che si contraddicono l’una con l’altra. Perché alla fine bisogna interpretare i risultati e le interpretazioni sono sempre soggettive. Indizi erano e indizi restano».

E quindi perché, secondo lei, è stato riaperto il caso?

«Se dico per vanità è troppo? Del resto sul delitto di Garlasco ruotano da sempre personaggi in cerca di notorietà. Ed è tutto molto squallido».

Nei suoi libri ha affrontato spesso la violenza contro le donne. La letteratura può servire alla sensibilizzazione della società verso certi temi?

«Dico la verità, non ne ho idea. Penso sia utile parlarne, certo, ma forse sarebbe il caso di analizzare i femminicidi singolarmente per ricavarne un modello criminologico. È sbagliato dire che avvengono solo in certi contesti, che ci sono ambienti più sicuri di altri. Non è così. Parliamo invece di un fenomeno culturale che può riguardare tutti. No, nessuno può dirsi al sicuro».

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