Accoltellate, strangolate, colpite con forbici o sassi. Sono 21 le ragazze e le donne uccise nei primi cinque mesi del 2025, assassinate da fidanzati, compagni, ex mariti. Le biografie raccontano che cinque di loro avevano meno di trent’anni, tre erano studentesse: Ilaria Sula e Sara Campanella, coi loro 22 anni, Martina Carbonaro poco più che una bambina. Come giovanissimi sono i loro aggressori. Lo scorso anno erano sette quelle morte da adolescenti o poco più, dodici nel 2023, tra loro c’era Giulia Cecchettin.
A sfogliare report, è vero, è alta l’età media delle vittime di femminicidio, ma le associazioni che si occupano di violenza di genere segnalano da anni come siano sempre più le ragazze seguite, controllate, picchiate, uccise, stuprate.
Osservatorio femminicidi
Nel 2024 un’indagine di Differenza donna sulla violenza nei legami tra adolescenti. raccontava che più del 60 per cento delle ragazze ha subito almeno una violenza psicologica, verbale o digitale; quasi il 40% ha s…
Accoltellate, strangolate, colpite con forbici o sassi. Sono 21 le ragazze e le donne uccise nei primi cinque mesi del 2025, assassinate da fidanzati, compagni, ex mariti. Le biografie raccontano che cinque di loro avevano meno di trent’anni, tre erano studentesse: Ilaria Sula e Sara Campanella, coi loro 22 anni, Martina Carbonaro poco più che una bambina. Come giovanissimi sono i loro aggressori. Lo scorso anno erano sette quelle morte da adolescenti o poco più, dodici nel 2023, tra loro c’era Giulia Cecchettin.
A sfogliare report, è vero, è alta l’età media delle vittime di femminicidio, ma le associazioni che si occupano di violenza di genere segnalano da anni come siano sempre più le ragazze seguite, controllate, picchiate, uccise, stuprate.
Osservatorio femminicidi
Nel 2024 un’indagine di Differenza donna sulla violenza nei legami tra adolescenti. raccontava che più del 60 per cento delle ragazze ha subito almeno una violenza psicologica, verbale o digitale; quasi il 40% ha scoperto che il fidanzato ha controllato vestiti, cellulare, amicizie. E ancora: un adolescente su tre crede che la gelosia sia amore, due su cinque che la geolocalizzazione sia accettabile.
Al 1522, il numero unico contro la violenza di genere, da almeno un paio di anni sono sempre di più le giovani che chiamano per raccontare schiaffi e persecuzioni durante o dopo la fine delle relazioni. «Da qualche anno in qua abbiamo intercettato soprattutto le violenze telematiche, il controllo dei social, di whatsapp, le minacce via web tra giovanissimi», racconta la coordinatrice Arianna Gentili.
Anche la Commissione parlamentare sui femminicidi aveva colto le storie di tante ragazze a rischio violenza. La magistrata Paola De Nicola, che di quella commissione era consulente giuridica, spiegava che la ragione sta «nello scarto profondissimo tra le giovanissime che vivono nuove libertà come un diritto e non tollerano la violenza che madri o nonne accettavano, e i giovani maschi violenti perché incapaci di accettare quella libertà».
Secondo Celeste Costantino, vicepresidente di Una Nessuna Centomila, una spiegazione sta nel fatto che «i giovani sono attraversati dai fallimenti, dal desiderio del controllo, dalla gelosia e dal possesso che applicano su loro stessi e all’interno delle loro relazioni». E così pure la sociologa Lella Palladino, fondatrice della cooperativa Eva, convinta che si debba «partire dalla lettura femminista della violenza per affrontare quegli stereotipi e pregiudizi che legano ancora la costruzione dell’identità di genere maschile al possesso e controllo della propria partner, al punto da non riuscire a sostenere la libertà di scelta di queste ragazze fino alle estreme conseguenze del femminicidio».
C’è, di fondo, un grande tema di povertà educativa, nel Paese in cui ancora, unico con altri cinque in Europa, manca una legge per insegnare sesso e affetto nelle classi. Lo dicono, ad esempio, la Rete per la sicurezza dei minori e degli adolescenti o il Telefono rosa che denuncia come ancora non si riesca ad avere «un piano organico di formazione ed educazione per le ragazze e i ragazzi». Secondo Cecilia D’Elia, senatrice Pd e vicepresidente della Commissione sul femminicidio, serve allora «un lavoro urgente di destrutturazione degli stereotipi che ancora ingabbiano ragazze e ragazzi. Educare alle relazioni sane e paritarie — dice — è una priorità assoluta, se si vuole smettere di aggiungere nomi alla conta dei femminicidi».