È dunque possibile che in questo lembo della Lomellina dove la mattina del 13 agosto 2007 Chiara Poggi offrì inconsapevole la nuca al colpo di grazia del suo o, forse, dei suoi assassini, la verità sia ancora un enigma? Che Alberto Stasi sia alla fine solo lo scalpo innocente di una Twin Peaks lombarda? Un vuoto a perdere sacrificato in nome di un indicibile segreto da una comunità di ottomila anime incapace di liberarsi della camicia di forza delle apparenze, della doppia morale, e dunque alla fine complice di una congiura del silenzio popolata solo da maschere?
Dimenticare per un attimo il caleidoscopio di nuove impronte, tracce ematiche, dna, raccontato in queste settimane dalle cronache e che diciotto anni dopo promette di consentire la rilettura di una scena del crimine…
È dunque possibile che in questo lembo della Lomellina dove la mattina del 13 agosto 2007 Chiara Poggi offrì inconsapevole la nuca al colpo di grazia del suo o, forse, dei suoi assassini, la verità sia ancora un enigma? Che Alberto Stasi sia alla fine solo lo scalpo innocente di una Twin Peaks lombarda? Un vuoto a perdere sacrificato in nome di un indicibile segreto da una comunità di ottomila anime incapace di liberarsi della camicia di forza delle apparenze, della doppia morale, e dunque alla fine complice di una congiura del silenzio popolata solo da maschere?
Dimenticare per un attimo il caleidoscopio di nuove impronte, tracce ematiche, dna, raccontato in queste settimane dalle cronache e che diciotto anni dopo promette di consentire la rilettura di una scena del crimine malamente manipolata e compromessa dalla negligenza di chi vi lavorò per primo, può essere utile. Provando piuttosto a comprendere perché Chiara muoia e dunque il movente della furia che ne fece scempio nella villa di famiglia di via Pascoli. Perché questo può avvicinare al suo o ai suoi assassini. È un esercizio in fondo al quale, bucata la coltre del bisbigliare ozioso tra i portici di piazza della Repubblica, il silenzio occhiuto delle ville a schiera che si affacciano sulle rogge dei campi di cereali e soia, si intravede oggi una verità alternativa a quella definita sin qui nelle aule di giustizia. Persino più insopportabile. Che per più di tre lustri nessuno sembra aver avuto voglia di vedere. Pur avendola di fronte.
Del resto, in quell’estate 2007, del colpevole Stasi sembra avere tutto: la fisiognomica, i modi da nerd e la postura emotiva, che suggeriscono, insieme a un deficit di empatia, un eccesso di autostima, al limite dell’arroganza. Non bastasse, nel suo computer, gli hanno trovato, ordinate in cartelle, migliaia di foto che testimoniano una curiosità sessuale diciamo non ordinaria. Oltre a video autoprodotti che documentano i suoi rapporti con Chiara. Alla fine di luglio del 2007, è tornato dal suo soggiorno londinese con delle mutande da donna particolari acquistate in un sexy-shop che ha regalato a Chiara insieme a un pupazzo di pelouche scelto tra gli scaffali di Harrod’s. Andranno a fare compagnia a un sex-toy con cui giocano.
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Stasi è insomma una maschera a suo modo perfetta. La prima a fare capolino sul proscenio. È un “perverso” che rompe l’ordine delle cose. E, una volta “scoperto” dalla sua fidanzata, premedita e consuma nello spazio di venti minuti un omicidio a sangue freddo. Che poi condivida quella voglia di sperimentazione sessuale, come pure è normale per un ragazzo di 24 anni, con Chiara, che se tra i due un problema esista è che Alberto non sa se o quanto Chiara le piaccia davvero, che ragionevolmente non ci sia insomma nulla di sordido nella sfera sessuale di questi due ragazzi (come del resto mostrano i loro video amatoriali), è dunque cosa cui non vuole credere nessuno. Perché incongrua con il canovaccio. E pazienza se tra i due la gelosa sembra essere Chiara. Pazienza se la frequenza della loro intimità sia a singhiozzo e il loro ménage depotenziato di ogni aggressività o ruvidezza. Perché questo, appunto, impedirebbe di incastrare la maschera numero uno di questo dramma, Alberto, con la numero due: Chiara. La vittima con il carnefice designato.
La raccontano come una creatura di oratorio, Chiara. Fidanzata in casa con quell’Alberto, altro “timorato di Dio”, di cui all’improvviso “scoprirà” il cuore di tenebra, scatenandone la furia. Ma non è vero. Quantomeno, non lo sembra affatto. Chiara è una ragazza di ventisei anni nel pieno della vita. Come Alberto. E come lui progetta il momento in cui potrà tagliare il cordone ombelicale con la provincia. È intelligente, curiosa, solare e si divide tra Garlasco e Milano, dove lavora e dove coltiva un altro pezzo di vita che, come accade a ogni ventenne, fa parte delle cose che non necessariamente si condividono e che nessuno avrà mai troppa voglia di esplorare. Per dire: in uno scambio di mail del 5 luglio del 2007 con l’amica Cristina Tosi, confida di essere sentimentalmente divisa. Scrive Cristina Tosi a Chiara: «I tuoi intrallazzi?». E Chiara: «Stanno vivendo un periodo di stasi… Il mio piccione al telefono dà sempre soddisfazioni, mentre con l’altro ultimamente non ci vado troppo d’accordo (colpa mia che me la prendo per niente, colpa sua che secondo me è un po’ cambiato)».
Nessuno sa, né riterrà utile sapere, se Alberto sia “il piccione” o “l’altro”. E se nelle ore in cui il tracciato delle sue spese con bancomat la collocano fuori dall’ufficio e nel centro di Milano, incontri qualcuno. Né incuriosirà qualcuno il ricordo di un’altra amica, Francesca Di Mauro. «Chiara possedeva sicuramente due cellulari», dice. «Uno di marca Nokia, azzurro». E «un altro di piccole dimensioni e apribile». Già, in quel 2007, nessuno si incarica di cercare quel secondo cellulare e con chi comunicasse. E perché Chiara avesse bisogno di una seconda utenza “dedicata” per proteggere alcune delle sue comunicazioni. Così come è curioso che nessuno lavori sulle altre maschere chiave di questa storia. Quelle delle cui tracce sono disseminati gli ultimi mesi di vita di Chiara: le sue cugine, le gemelle Paola e Stefania Cappa, e i loro genitori, il padre Ermanno e la madre Maria Rosa Poggi (la sorella del padre di Chiara, Giuseppe Poggi).
Il rapporto tra le due famiglie — i Poggi e i Cappa — vive della stessa deferenza che l’intera Garlasco riconosce all’avvocato Ermanno Cappa. È un uomo potente. Almeno nella percezione di questa piccola comunità. Perché — si dice — ha accesso alle persone che contano. A Milano, a Roma. Per dirla con le parole di Francesco Marchetto, ex comandante della stazione dei carabinieri di Garlasco, «in quel 2007, in paese comandano due persone: lui, l’Ermanno, e il sindaco Pietro Farina». Il Papa nero e il Papa bianco. Al primo, che siede negli uffici legali di banche importanti, si rivolge la borghesia agraria e delle professioni. Il secondo, come vedremo più avanti, aggiusta lì dove c’è da aggiustare le crepe che possono rompere la coltre d’apparenza che protegge il Paese.
Quella di Ermanno Cappa è una famiglia disfunzionale. Paola soffre di anoressia, ha tentato di togliersi la vita, dice di essere stata abusata da bambina, anche se nessuno proverà ad approfondire quando, come e da chi. Paola, soprattutto, rimprovera al padre di preferirle la sorella Stefania, che, come lei, sogna una vita sotto i riflettori della tv, accontentandosi, nel frattempo delle luci della discoteca “le Rotonde”, dove entrambe fanno le cubiste. Lui, Ermanno, riconosce di essere “un padre assente”. La moglie, Maria Rosa, lo tradisce. E non ne fa mistero, tanto da metterlo a verbale con i carabinieri che la sentono come testimone. Così come pessimo è il rapporto tra Chiara e le cugine. A Garlasco lo sanno anche i sassi. Ma alla morte di Chiara la verità viene dissimulata da un presepe di cartapesta a uso dei talk televisivi e delle cronache. Paola e Stefania si mostrano affrante. Stefania, addirittura, si offre o viene reclutata dai carabinieri per “incastrare” Stasi e comunque far parlare la sua cerchia di amici.
Qualcuno, a Garlasco, prova a raccontare la verità. Ma, anche in questo caso, nessuno sembra prestarle l’attenzione che pure si dovrebbe. Maria Ventura, mamma di Maristella Gabetta, amica di infanzia di Chiara, racconta a verbale: «Mia figlia aveva saputo da Chiara che le due gemelle erano molto invidiose della sua laurea, del suo rapporto sentimentale con Alberto e, in genere del suo tipo di vita che dicevano di successo». La donna aggiunge che Chiara temeva le avance di Stefania Cappa verso il suo Alberto e dunque la evitava. Quindi conclude: «Mia figlia mi diceva che le due gemelle erano capaci di tutto e che non a caso in paese vengono soprannominate Hitchcock. Le gemelle odiavano Chiara».
Forse pesa anche la gelosia di Paola e Stefania per il padre Ermanno, che non faceva mistero di avere un occhio speciale per Chiara. E che Chiara, a sua volta — come ricorda Alberto Stasi — «aveva idealizzato». È un fatto che, nel pomeriggio del 13 agosto 2007, il giorno dell’omicidio, Giancarlo La Rosa, medico e amico delle due famiglie, entra in casa Cappa dove ai suoi occhi si apre uno spettacolo singolare. «Cappa era in giardino ad innaffiare i fiori e mi disse: “L’impianto è danneggiato, lo dobbiamo rifare. Questi cani rosicchiano tutto”. Comunque, non era avvilito, affranto o addolorato per cosa era successo alla nipote Chiara. La moglie Maria Rosa invece piangeva, mentre la figlia Stefania era truccata come suo solito, tranquilla, né mostrava dispiacere».
C’è di più. Due giorni prima dell’omicidio di Chiara, l’11 agosto 2007, Paola Cappa tenta di togliersi la vita. A quanto pare, non è la prima volta. Nella villa dei Cappa in via Leonardo da Vinci 64 interviene l’ambulanza la cui capomacchina è Daniela Mischiatti. Anche il suo sguardo afferra qualcosa di insolito. Che confida a Francesco Marchetto, l’allora comandante della stazione carabinieri di Garlasco. Che oggi, seduto ai tavolini del bar Blu di Garlasco, ricorda: «Daniela mi disse che del tentato suicidio di Paola Cappa l’aveva avvisata la sorella Stefania, che non era in casa. Le aveva chiesto di andare con l’ambulanza a sirene spente. Cosa che Daniela, vista l’emergenza, non aveva fatto. E che le sarebbe costata il giorno dopo la furia di Stefania. Ma, soprattutto, Daniela mi raccontò che la cosa che la colpì arrivando in casa Cappa fu che l’atmosfera era come sospesa: il padre e la madre di Paola se ne stavano ognuno per conto proprio, mentre Paola parlandole del tentato suicidio le mostrò dei segni sul collo, come di strangolamento. Come si faccia ad autostrangolarsi non lo so, ma Garlasco diciamo che è un paese singolare quando si parla di suicidi».
Sia come sia, l’11 agosto 2007 in casa Cappa accade qualcosa di emotivamente deflagrante. E due giorni dopo Chiara muore. I due eventi sono legati? O è solo una coincidenza? Ma soprattutto, perché quello che accade nelle prime ore della mattina del 13 agosto 2007 in casa Cappa è appesantito da una bugia non banale? La dice Maria Rosa Poggi sostenendo che dopo aver visto uscire il marito Ermanno intorno alle 8.15 è rimasta in casa con le figlie fino alle 9.30, un’ora chiave perché indicata come quella dell’omicidio. Peccato non sia vero. Gianluca Vignati, titolare di un negozio di mangimi per animali, riconosce Maria Rosa Poggi tra le 8.15 e le 8.30 del mattino al volante della sua Daihatsu Terios nera mentre si dirige verso Pavia. «È vero», riconoscerà lei quando ammette di avere una relazione extraconiugale.
Alle 8.15 del mattino di quel 13 agosto 2007, Paola e Stefania sono quindi da sole in casa. Una casa dove c’è anche un mazzo di chiavi che consente di accedere a casa Poggi (le ha lasciate per ogni evenienza Giuseppe a Maria Rosa, partendo per le vacanze). Paola si muove a fatica perché ha un tutore al ginocchio. Ma Stefania? Cosa fa Stefania? Lei dice di essere rimasta a studiare diritto e di aver chiamato una collega di università, Lucrezia Puliatti. Il che è vero. Ma anche qui, c’è qualcosa di singolare. Lucrezia non ha nessuna consuetudine con Stefania, non la sente praticamente mai. Eppure, quella mattina, antivigilia di Ferragosto, la tiene al telefono per una quarantina di minuti. Così come, nei giorni successivi al delitto, accade anche dell’altro. È ancora l’ex maresciallo Marchetto a raccontarlo. «Anni dopo l’omicidio — dice — il proprietario della discoteca le Rotonde, Luigi Comelli, mi disse che pochi giorni dopo la morte di Chiara, il padre Ermanno si era presentato da lui per farsi consegnare tutte le foto e le immagini delle figlie conservate nella discoteca».
È un fatto che le Cappa resteranno fuori dai radar dell’indagine in quel 2007, fatta salva qualche tardiva e ininfluente intercettazione. Che nessuno proverà a scavare in un dolore di famiglia a quanto pare solo esibito, nonostante il rapporto speciale tra zio e nipote e quello, diciamo pure problematico, tra cugine. Ed è un fatto che Paola Cappa — sappiamo oggi — nel marzo di quest’anno, in coincidenza della riapertura dell’inchiesta su Andrea Sempio, con 180 messaggi vocali, confiderà all’amico Francesco Chiesa Soprani di essere depositaria di “un segreto” di famiglia su Garlasco che può farla diventare ricca sfondata. Un segreto che terrebbe in scacco sua sorella, la preferita del padre.
Già, Sempio. È l’ultima maschera di questo dramma. Che, insieme a quello che lega le famiglie Cappa e Poggi, custodisce il secondo segreto di questa storia. Cosa c’entra con le gemelle Cappa? E come diavolo ci finirebbe sulla scena della morte di Chiara? Si sa oggi che il legame cresce all’ombra del santuario della Bozzola, alle porte del paese, dove in quegli anni, il diacono don Gregorio amministra messe ed esorcismi (o pseudo tali) che, ogni mercoledì sera, richiamano migliaia di fedeli che chiedono di essere liberati dal male. Il male, a ben vedere, di cui dovrebbe chiedere perdono a Dio don Gregorio, che con il diavolo, a sentire Flavius Savu, un giovane romeno che partecipa e riprende i suoi festini orgiastici, ha confidenza. Il romeno chiede al frate un prezzo per il suo silenzio. Migliaia di euro in contanti che il frate affida alle mani del sindaco del paese Farina perché faccia da fattorino. Flavius Savu è oggi latitante in Romania. Ma per quel che conta in questa storia, non ha dimenticato chi a quei festini partecipava: «Le gemelle Cappa, Andrea Sempio e Michele Bertani». Sempio — aggiunge il romeno — «è il sadico», Bertani «il picchiatore». Finché campa. Perché si impicca nel 2016, lasciando un ultimo post su Facebook: «La verità non emergerà mai». Ci si chiederà: di quale verità parla Bertani? Di quella che nasconde il santuario della Bozzola? O di quella che porta alla villa Poggi di via Pascoli e a un movente che porta lontano da Alberto Stasi? Intercettato da una cimice mentre è al volante della sua auto nel 2017 (quando si riapre una prima volta l’indagine nei suoi confronti), Sempio parla da solo. Nessuno, curiosamente, trascrive le sue parole, limitandosi a riassumerle in modo anodino in un brogliaccio. E invece conviene ascoltarle. Perché suonano come un epitaffio. O, forse, come una premonizione. Sempio ripete a sé stesso:«Michele si è impiccato, perché si è impiccato? Che tutte le cazzate le abbiamo fatte insieme dai zero ai diciotto anni…».