“Io, detective per mia sorella. Così a trent’anni dalla morte riuscirò a farle avere giustizia”
di Romina MarcecaElisabetta e Manuela Murgia in una foto del 1994
Elisabetta Murgia ricorda ancora quell’ultima notte di 30 anni fa accanto a sua sorella Manuela: «Dormivamo nella stessa stanza, era il 3 febbraio del 1995. Quella sera si voltò verso il muro e non mi parlò come ogni sera». La prima stranezza raccolta da Elisabetta e inserita nel suo personale fascicolo che ha riempito, già tredicenne, all’indomani della fine di Manuela. «Nessuno mi ascoltò — spiega Elisabetta, 44 anni, educatrice — perché per la giustizia mia sorella si era suicidata. Per trent’anni abbiamo ricevuto solo porte in faccia». Le indagini sulla morte di Manuela Murgia, trovata a 16 anni in una gola della necropoli di Tuvixeddu, a Cagliari, sono state riaperte lo scorso marzo. Sul registro degli indagati c’è il nome dell’ex fidanzato di allora, Enrico Astero, 54 anni, accusato di omicidio volontario.
Perché nessuno vi ascoltò allora?
«Perché le indagini degli inquirenti, inizialmente scrupolose a livello di repertazione sulla scena del rinvenimento, poi furono deviate ve…
Elisabetta Murgia ricorda ancora quell’ultima notte di 30 anni fa accanto a sua sorella Manuela: «Dormivamo nella stessa stanza, era il 3 febbraio del 1995. Quella sera si voltò verso il muro e non mi parlò come ogni sera». La prima stranezza raccolta da Elisabetta e inserita nel suo personale fascicolo che ha riempito, già tredicenne, all’indomani della fine di Manuela. «Nessuno mi ascoltò — spiega Elisabetta, 44 anni, educatrice — perché per la giustizia mia sorella si era suicidata. Per trent’anni abbiamo ricevuto solo porte in faccia». Le indagini sulla morte di Manuela Murgia, trovata a 16 anni in una gola della necropoli di Tuvixeddu, a Cagliari, sono state riaperte lo scorso marzo. Sul registro degli indagati c’è il nome dell’ex fidanzato di allora, Enrico Astero, 54 anni, accusato di omicidio volontario.
Perché nessuno vi ascoltò allora?
«Perché le indagini degli inquirenti, inizialmente scrupolose a livello di repertazione sulla scena del rinvenimento, poi furono deviate verso il probabile suicidio dall’esito dell’autopsia e da alcune testimonianze. Di conseguenza non vennero poi analizzati nemmeno i tabulati telefonici. Il pm non è stato mai profondamente convinto di questa ipotesi. A quel tempo poi la scienza criminalistica non era ancora evoluta come ora e i vestiti non vennero analizzati».
Nella prima inchiesta, però, Enrico Astero era indagato.
«La sua posizione venne archiviata nel 1997 con riserbo, l’autopsia non chiariva i dubbi. Nel 2012 su mia spinta ci fu una seconda indagine. Mia sorella quel giorno era uscita da casa con i suoi risparmi ma non li spese. E poi, aggiunsi, aveva ricevuto due telefonate. Non ci fu la volontà di andare avanti, il dna di Astero non fu prelevato e i vestiti non vennero ritrovati».
A fare la differenza adesso c’è una nuova perizia.
«Sì, quella del medico legale Roberto Demontis che ha svelato che mia sorella sarebbe stata violentata. I segni sul suo corpo non sono compatibili con una caduta. La polizia, poi, ha trovato i vestiti in un vecchio stabile della medicina legale e saranno finalmente esaminati. Adesso siamo più forti, abbiamo nominato due importanti genetisti: Nicola Caprioli, che sta lavorando sui Garlasco, e Emanuele Giardina, che trovò il dna di Bossetti nel caso Gambirasio. C‘è anche il medico legale Francesco Introna. Mi aspetto una nuova autopsia, Manuela aspetta giustizia».
Secondo lei chi ha ucciso sua sorella?
«Ho sempre ribadito che Manuela conosceva poche persone. In quella rosa di nomi, forniti nel ‘95, c’è chi ha ucciso mia sorella. Se dopo trent’anni ritorna il nome di Astero significa che a suo carico ci sono degli indizi».
Ha fiducia in questa nuova inchiesta?
«Sì, anche il muro di omertà è finalmente caduto. Cinque testimoni hanno dichiarato alla procura di avere visto mia sorella con alcune persone quel giorno e una di loro ha detto che è salita sull’auto di un uomo vicino a Astero. Anche io ho fatto la detective, mi hanno scritto alcuni testimoni che poi hanno parlato con gli inquirenti».