PARIGI - Gigio Donnarumma, coi suoi quasi due metri d’altezza, svetta sugli altri compagni di squadra mentre solleva la coppa dalle grandi orecchie. È sul tetto del primo dei due bus del Paris Saint-Germain, che a passo d’uomo risalgono gli Champs Elysées in direzione dell’Arco di Trionfo. Passa il trofeo a Kvicha Kvaratskhelia, cuore di Napoli. Ora tocca a Luis Enrique, l’allenatore. Gli altoparlanti rimandano la musica di «We are the champions». Su un lato del viale, 110.000 tifosi, da almeno 3 ore in adorante attesa dei loro eroi, impazziscono di gioia. È una bolgia di urla, petardi, fumogeni, bandiere.
Anche i giocatori cantano, ballano. Scattano selfie, la folla alle spalle. Arnau Tenas, riserva di Gigio, prende un microfono e chiama il coro: «Ici, c’est Paris». Qui è Parigi. Giovani, anziani, famiglie: rispondono orgogliosi, tenuti a distanza di sicurezza da un sistema di transenne e un cordone di poliziotti, pigiati uno contro l’altro che quasi non si respira. C’è un gigantesco…
PARIGI - Gigio Donnarumma, coi suoi quasi due metri d’altezza, svetta sugli altri compagni di squadra mentre solleva la coppa dalle grandi orecchie. È sul tetto del primo dei due bus del Paris Saint-Germain, che a passo d’uomo risalgono gli Champs Elysées in direzione dell’Arco di Trionfo. Passa il trofeo a Kvicha Kvaratskhelia, cuore di Napoli. Ora tocca a Luis Enrique, l’allenatore. Gli altoparlanti rimandano la musica di «We are the champions». Su un lato del viale, 110.000 tifosi, da almeno 3 ore in adorante attesa dei loro eroi, impazziscono di gioia. È una bolgia di urla, petardi, fumogeni, bandiere.
Anche i giocatori cantano, ballano. Scattano selfie, la folla alle spalle. Arnau Tenas, riserva di Gigio, prende un microfono e chiama il coro: «Ici, c’est Paris». Qui è Parigi. Giovani, anziani, famiglie: rispondono orgogliosi, tenuti a distanza di sicurezza da un sistema di transenne e un cordone di poliziotti, pigiati uno contro l’altro che quasi non si respira. C’è un gigantesco ragazzo di origine africana a torso nudo: non so come ma ci ha scoperti, schiacciati tra la folla. Si avvicina, chiede serio: «Italiani? Inter?». Rispondiamo: «No. Genoa. Rossoblù, come il Psg!». Ci abbraccia e ci solleva in alto come pupazzi. Siamo in prima fila. Felicità. Dall’aereo privato, atterrato alle 16 all’aeroporto di Roissy Charles De Gaulle, ieri pomeriggio erano scesi per primi il capitano Marquinhos e Nasser Al-Khelaifi, presidente del club, con la coppa. Poi il trasferimento verso il centro della città, sui bus blu con la scritta «Champions d’Europe» a caratteri cubitali e un drappo del Qatar, accompagnati da un corteo di auto strombazzanti.
La turbolenta festa di sabato sera è stata condannata ufficialmente dal Psg: «Atti isolati contrari ai valori del club che non ci rappresentano: facciamo appello a far prova di responsabilità e di rispetto perché questa vittoria storica resti un momento di fierezza e gioia collettiva». La città si è svegliata con la voglia di gustarsi il successo con più consapevolezza, serenità. Le strade del centro sono state ripulite all’alba. In rue Henri-Nogueres, nei pressi del canale dell’Ourcq, 19° arrondissement, è comparso uno spettacolare murale celebrativo dipinto durante la notte. Prima la passerella sugli Champs Elysées — mentre Marquinhos col microfono scandiva alla folla il nome di Ousmane Dembélé, compagno di squadra e candidato al Pallone d’Oro — poi l’appuntamento all’Eliseo con Emmanuel Macron.
E gran finale in serata, coi 50 mila del Parco dei Principi. «Siete stati immensi, ma soprattutto generosi: anche sul 4 a 0 siete andati a cercare i vostri avversari. Fame, voglia, gioco: bravissimi», ha detto il Presidente della Repubblica francese, notoriamente tifoso dei “rivali” del Marsiglia. Ha ringraziato Al-Khelaifi e l’emiro del Qatar «che in questi 14 anni non hanno mai fatto mancare il loro appoggio, nelle giornate felici e in quelle tristi. E poi i giocatori. Avete fatto sognare tanti bambini e ragazzi, che adesso guardano a voi come un punto di riferimento. Ici, c’est Paris».