Etna, sul gigante innocente tutti i colori della fine del mondo
di Francesco MerloNeve e fuoco si sono incontrati a tremila metri e a Milo, che è l’osservatorio più magico e più naturale, alle 11,24 di ieri mattina il “fantastico etneo”, come una corrente di trasmissione del pensiero, per pochi lunghissimi secondi ha offerto agli indigeni adulti tutte le loro petites madeleines di suoni e di colori, che Battiato cantava così: “Sparunu i bummi /Supra a Nunziata / ‘N cielu fochi di culuri / ‘N terra aria bruciata”. Sparano le bombe / sopra Nunziata (che è Milo, appunto, ndr) /In cielo fuochi di colori / In terra aria bruciata”.
“Nenti fu; non fu nenti” mi ripetono i vecchi di Zafferana che in una giornata di chiaro senza vento, in quella piccola eternità nella quale gli occhi incontrano la memoria, hanno visto gli stracci di luce spezzare il grigio più denso, mentre i terremoti celesti con le loro mille impercettibili scosse facevano, appena appena, tremare le case, e la pioggia di sangue invadeva la grande nube nera che i vulcanologi non vogliono che si chiami “fumo…
Neve e fuoco si sono incontrati a tremila metri e a Milo, che è l’osservatorio più magico e più naturale, alle 11,24 di ieri mattina il “fantastico etneo”, come una corrente di trasmissione del pensiero, per pochi lunghissimi secondi ha offerto agli indigeni adulti tutte le loro petites madeleines di suoni e di colori, che Battiato cantava così: “Sparunu i bummi /Supra a Nunziata / ‘N cielu fochi di culuri / ‘N terra aria bruciata”. Sparano le bombe / sopra Nunziata (che è Milo, appunto, ndr) /In cielo fuochi di colori / In terra aria bruciata”.
“Nenti fu; non fu nenti” mi ripetono i vecchi di Zafferana che in una giornata di chiaro senza vento, in quella piccola eternità nella quale gli occhi incontrano la memoria, hanno visto gli stracci di luce spezzare il grigio più denso, mentre i terremoti celesti con le loro mille impercettibili scosse facevano, appena appena, tremare le case, e la pioggia di sangue invadeva la grande nube nera che i vulcanologi non vogliono che si chiami “fumo”, anche se è al fumo che somiglia di più.
È durata pochissimo la rottura interna del cratere e l’invasione degli ultracorpi, poi è rimasto solo il fumo imponente, la solita bellezza in bianco e nero, l’innocenza del nero più colorato del mondo con le sfumature del verde, del rame e del giallo che gli danno i gas e i minerali prima di scioglierlo nel bianco e mutare tutto in grigio. Solo chi non lo conosce pensa che l’Etna sia fatto di boati che uccidono, di rutti e lapilli mortali, oltre che di bruttissime case moderne come schiaffi architettonici, e di parole dialettali come schiaffi linguistici.
Certo, con la natura non bisogna scherzare e con le catastrofi non si può mai dire, ma i catanesi hanno appreso sin da piccoli dell’innocenza dell’Etna nel famoso terremoto “orribilissimo ” che nel 1693 distrusse la città — sedicimila morti — ma partendo non dalla montagna ma dalla lontana val di Noto.
E bene fa il giornalista catanese Turi Cageggi a insistere nella sua campagna di derisione del sito web di History Channel che fantasiosamente ha scritto che nel 1669, quando la lava raggiunse Catania e si riversò in mare creando una nuova terraferma, 17mila ingenuotti sarebbero morti arsi vivi perché non vollero scappare. È una bufala dal sapore razzista, perché quell’eruzione non provocò alcuna vittima, e in quasi tremila anni di storia conosciuta dell’Etna, non risultano vittime provocate direttamente da una colata lavica, che rimane lenta e, una volta presa la sua direzione, prevedibile. E anche indirettamente in tutta la storia dell’Etna si contano solo 80 morti.
E però sempre la terra trema quando la montagna, che è l’emblema romantico del disordine creativo e della trasgressione liberatoria, manda la lava rossa a spianare le case di lava nera — lava calda contro lava fredda — e satura il cielo di polvere per insidiare l’aeroporto e per corrodere le facciate fatte di “azolo” che è un’altra polvere, anch’essa di lava, ma di un altro colore, variante bluetto del nero dell’Etna.
Ci siamo cresciuti con gli sciami di paura che ci modellano sia nel paesaggio sia nel carattere: “psicosismologia” la chiamava il rimpianto psichiatra catanese Angelo Giordano, che avrebbe voluto che il suo amico, il grande compositore e poeta Nicola Piovani, musicasse i rumori del vulcano in eruzione. La gente etnea ha un repertorio depositato nella memoria collettiva: “a volte per un niente noi sobbalziamo”.
Etna, l'impressionante video in timelapse dell'esplosione del cratere
E forse, in fondo, sono rumori uguali in tutta Italia, dal Belice, che è la Città Santa del terremoto, sino al Friuli; dalla lava siciliana alla terra rossa dell’Umbria, dalla grassa Toscana alle terre carsiche e alle coste. E gli Appennini sono “lo dosso d’Italia” diceva Dante che credeva addirittura che in un remoto passato “l’alpestro monte” arrivasse sin dentro la Sicilia, spina dorsale di un unico territorio sconquassato poi dai terremoti che, fra le altre cose, staccarono il Peloro. Fu così che irruppe nel mezzo del mare e ora, come tutti sanno, in attesa del Ponte, “Scilla tiene il lato destro, e il sinistro l’implacata Cariddi”. Alla fine, tutto il nostro paesaggio italiano ha la forma di un terremoto. E le facce degli italiani che spesso sono scolpite a tinte forti, più Picasso che Caravaggio, sembrano disegnate dall’Etna o da Peter Eisenman, quel famoso architetto americano che costruisce forme già terremotate. Lo dico a una collega di Trieste che mi squadra malfidata contraendo il viso. Ma forse le sue sono contrazioni telluriche.
La verità è che solo sull’Etna non si muore quando i vetri vibrano, le saracinesche rimbombano, e il boato scende nella diabolica Valle del Bove, l’inferno di Pasolini, un meraviglioso immenso catino di 4 chilometri da est a ovest e 8 da nord a sud, con pareti alte mille metri: solo chi l’ha visto ha un’idea del Nulla. Lì, ieri mattina, se ci fosse stato qualcuno sarebbe stato incenerito da quel colpo di tosse del gigante, anche se la stima della temperatura non l’hanno ancora fatta, ma era sicuramente di centinaia di gradi.
Insomma, non ci sarebbe stato scampo, neppure il tempo di sentire il tonfo delle pietre, e i suoni immediati e minacciosi del movimento. E invece i turisti in fuga alle alte quote, che abbiamo visto nei video dei social, fuggivano da un pericolo che non correvano, tra la Pineta di Linguaglossa a nord, le amatissime betulle dei Monti Sartorius a nord est e i crateri silvestri a sud. L’Etna innocente fa paura a tutto il mondo tranne ai suoi abitanti, forse perché sono i soli a sapere che questo freddo in mezzo al caldo è un anticipo del futuro prossimo che gli scienziati prevedono in bianco e nero.
Quando il Sole brucerà la parte nobile del Creato, il mondo diventerà tutto come l’Etna e dunque il caldo ci farà morire di freddo, con i pinguini alla Casa Bianca e le stalattiti nelle moschee del Cairo, come nei crateri sommitali appunto, a più di 3.000 metri d’altezza, o dentro le 200 grotte del gelo, nevi perenni sotterrate nei deserti di pietra. E tutti gli umani saranno ridotti a vagabondi impauriti, zingari sempre bagnati e sempre arrostiti, come i turisti che d’agosto salgono sull’Etna e, armati dei loro miserabili giubbottini antivento, bruciano di freddo.