✕

Brusca libero, la ferita aperta e il dovere della memoria

Ascolta l'audio

Maria Falcone: “Come sorella provo dolore, come donna delle istituzioni difendo la legge”
2 minuti di lettura

Giovanni Brusca è un uomo libero. Libero davvero. Non evaso. Non graziato. Libero per legge. La stessa in nome della quale è stato prima condannato e quindi beneficiato, come previsto dalle norme volute da Giovanni Falcone, con uno sconto di pena per la sua collaborazione con la giustizia. Brusca ha trascorso 25 anni in carcere ed è stato poi sottoposto a tre anni di libertà vigilata. Adesso ogni conto con la giustizia è chiuso. Almeno ufficialmente.

Ma l’eco della sua libertà è un colpo al cuore del Paese. Che fa male. Perché a lenire il dolore di un Paese non basta una sentenza in nome della legge. Perché il dolore è ciò che resta dopo il diritto. Che sopravvive alla verità giudiziaria. Parliamo di una ferita che non si rimargina, an…

Giovanni Brusca è un uomo libero. Libero davvero. Non evaso. Non graziato. Libero per legge. La stessa in nome della quale è stato prima condannato e quindi beneficiato, come previsto dalle norme volute da Giovanni Falcone, con uno sconto di pena per la sua collaborazione con la giustizia. Brusca ha trascorso 25 anni in carcere ed è stato poi sottoposto a tre anni di libertà vigilata. Adesso ogni conto con la giustizia è chiuso. Almeno ufficialmente.

Ma l’eco della sua libertà è un colpo al cuore del Paese. Che fa male. Perché a lenire il dolore di un Paese non basta una sentenza in nome della legge. Perché il dolore è ciò che resta dopo il diritto. Che sopravvive alla verità giudiziaria. Parliamo di una ferita che non si rimargina, anche se la legge è stata rispettata alla lettera.

Con dignità, Maria Falcone ha detto: «Come sorella provo dolore, come donna delle istituzioni difendo la legge». È la sintesi perfetta del dramma civile che ci restituisce il ritorno in libertà di Brusca. Ci si potrebbe chiedere: è giustizia questa? Sì, lo è. E ancora: è giusto sentirsi smarriti? È giusto. Perché diritto e aspirazione morale, non necessariamente coincidono.

Uno Stato di diritto è tale se il suo agire risponde alla legge. Una legge, quella sui collaboratori, che fu voluta proprio da chi Brusca ha ucciso. Giovanni Falcone sapeva che, per colpire il cuore della mafia, serviva la voce di chi veniva da dentro. Che senza un affiliato che sveli i segreti, la pietra rimane pietra. Non si scava, impedisce la vista.

Brusca ha dato molto alla giustizia. Non tutto, forse. Non subito. All’inizio ha mentito, ha tramato, ha tentato di manipolare i processi. Poi ha ceduto. Ha collaborato. E con le sue parole ha aperto varchi, permesso arresti, processi, condanne. È stato uno strumento importante per combattere i clan. Prezioso, pur restando ambiguo. Possiamo dunque usare il male per combattere un male più grande? Possiamo accettare che un uomo che ha sciolto un bambino nell’acido oggi sia un uomo libero? La legge dice di sì. E dobbiamo accettarlo. Ma non per questo smettere di interrogarci. Obbligandoci a ricordare che uno Stato forte e democratico è solo quello che non cede alla tentazione della vendetta.

Che uomo è, dunque, Giovanni Brusca? Non ci è dato saperlo del tutto. Sappiamo che ha scontato tutta la pena che gli era stata inflitta. A differenza di altri collaboratori che sono stati scarcerati dopo pochi anni, lui l’ha espiata in cella. Anche questo va riconosciuto.

Brusca dunque è libero. Il patto giuridico tra lui e lo Stato è stato onorato. Ora resta il patto morale. Non scritto. In nome del quale tocca allo Stato, alla società, a ciascuno di noi, vigilare affinché quella libertà restituita a Brusca sia invisibile, silenziosa. Perché non diventi mai celebrazione. O, peggio, ritorno. Brusca libero è bene che resti nell’ombra.

Anche noi abbiamo un dovere: continuare a indignarci per tutti quei boss assassini che al contrario di quanto ha fatto Brusca non parlano, non collaborano, eppure ottengono permessi, benefici, trattamenti premiali. E non smettere di ricordare a noi stessi che la giustizia, da sola, non basta. Serve anche coscienza. Serve memoria. Perché solo con entrambe, oggi, possiamo permetterci di tenere viva l’eredità che ci ha lasciato Giovanni Falcone.

Leggi i commenti