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Se ancora si muore d’aborto

Proteste negli Usa per difendere il diritto all'aborto 

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Non godo quando faccio il raschiamento». Parlano al presente le urla delle femministe che nel dicembre 1975 scendevano in piazza a Roma. Ora che l’America di Trump torna a negare il diritto di correre in ospedale, per un intervento d’urgenza, senza alcuna pietà se hai un’infezione e la tua gravidanza è andata male. E poco importa se l’utero ti si è infettato per la disgrazia di un aborto spontaneo o se per libera scelta, hai deciso di non tenerlo quel figlio. La volontà dello Stato ti condannerà ancora a morire d’aborto e prevarrà sul diritto di decidere quanti figli mettere al mondo, fino al punto di rispedirti a casa se bussi disperata a un pronto soccorso. La vita del feto è sacra, gridano i movimenti pro life sempre pronti a gettarsi nel fuoco per non disperdere il frutto del concepimento.

Non godo quando faccio il raschiamento». Parlano al presente le urla delle femministe che nel dicembre 1975 scendevano in piazza a Roma. Ora che l’America di Trump torna a negare il diritto di correre in ospedale, per un intervento d’urgenza, senza alcuna pietà se hai un’infezione e la tua gravidanza è andata male. E poco importa se l’utero ti si è infettato per la disgrazia di un aborto spontaneo o se per libera scelta, hai deciso di non tenerlo quel figlio. La volontà dello Stato ti condannerà ancora a morire d’aborto e prevarrà sul diritto di decidere quanti figli mettere al mondo, fino al punto di rispedirti a casa se bussi disperata a un pronto soccorso. La vita del feto è sacra, gridano i movimenti pro life sempre pronti a gettarsi nel fuoco per non disperdere il frutto del concepimento.

Meno sacra, evidentemente, era la vita di Amber Nicole Thurman, deceduta per mancato intervento chirurgico, che invano ha implorato di poter tornare da sua figlia. Una bambina di 6 anni divenuta orfana. Perché invece di svuotare l’utero di sua madre dai resti di un aborto spontaneo ed evitarle un’infezione mortale, i medici sono rimasti a guardarla agonizzante nel letto, mentre la pressione sanguigna crollava, finché non è stato troppo tardi. Dovevano attendere che il feto non avesse più battito, prima d’intervenire, altrimenti sarebbero andati in galera per aver violato la legge. Così, sulla pelle delle donne, Trump dà l’ultima spallata alla storica sentenza Roe v. Wade che nel 1973 permetteva alla sedicenne Norma McCorvey (alias Jane Roe) di inchiodare il procuratore distrettuale del Texas dinanzi alla Corte Suprema: ovvero al diritto di interrompere una gravidanza a seguito di stupro, in caso di pericolo per la salute o per qualsiasi altra ragione che rientri nella libertà di decidere. E allora varrebbe la pena di dirlo chiaramente che l’aborto è una colpa da espiare, senza alcuna pietà, persino se stai morendo. L’accusa di essere maledette perché ci si vuole disfare di un peso inutile, come ben detto dal presidente Milei, che paragona l’aborto ai voli della morte: quelli degli aerei militari argentini che gettavano i desaparecidos nell’Oceano. In fondo, nella nostra cultura occidentale una donna vale solo se spontaneamente si condanna al suo status di ventre, come natura ha voluto, per non contare più nulla una volta esaurito il suo compito. Un contenitore, da compatire se incapace di procreare (di “trattenere”), osannato se assoggettato a continue gravidanze, disprezzato se svuotato per necessità o per scelta. Succede anche da noi, dove la violenza ostetrica è un indecente tabù da non pronunciare mai. Persino se sei costretta a partorire un figlio nato morto (per puro errore medico) e l’aborto sei tu.

Non per tutte la gravidanza è una favola a lieto fine. E chissà cosa ne pensa la presidente Giorgia Meloni, che preferisce parlare del “diritto a non abortire” ma, da donna, non può far finta di non vedere i reparti insufficienti negli ospedali, le file interminabili con donne che cercano di ottenere una visita nei consultori, prima che scada il tempo per poter procedere con l’intervento (non di rado boicottate da medici obiettori di coscienza). Non è necessario guardare agli Usa per sentir dire che “l’aborto non è un diritto accettabile neppure in caso di stupro”. Basta guardare alle proposte di legge arrivate sui tavoli del nostro Parlamento: dal senatore di Fdl Roberto Menia che vorrebbe dare una personalità giuridica all’embrione dal momento del concepimento (facendo dell’aborto un omicidio) alla proposta della “Giornata per la tutela della vita nascente”. La 194 non si tocca, ha sempre dichiarato la Meloni. E perché si dovrebbe poi: finché gli obiettori di coscienza e i movimenti antiabortisti potranno entrare nei reparti, con i loro osceni commenti di persuasione psicologica e senza alcun rispetto per la perdita (e sì, anche per il lutto che si prova), andrà per tutti bene così.

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