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La bonifica delle curve: a Milano si sgretola l’impero del male ultrà

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Per anni i capi del tifo di Inter e Milan hanno dettato legge. Tra affari e omicidi. Ora rischiano un secolo di carcere
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Nel cuore dell’Europa finanziaria, tra i grattacieli della nuova skyline di Milano e gli uffici patinati delle multinazionali, c’è un luogo dove il potere legale si è ritirato in silenzio. Lo stadio di San Siro. Lì, tra gradoni e parcheggi, è cresciuta una sovranità parallela: regole proprie, punizioni interne, alleanze, ricatti. Non è folklore da curva. L’inchiesta “Doppia Curva” lo dice chiaramente: i settori ultras di Inter e Milan sono stati per anni dominati da gruppi organizzati con gerarchie, patrimoni, rapporti opachi con le società calcistiche e contatti — cercati o tollerati — con le forze dell’ordine. La curva Sud, sotto il comando di Luca Lucci, funzionava come una milizia privata, con codici di comportamento, sanzioni, privilegi, e un sistema economico autosufficiente fondato su biglietti, merchandising, fanzine. La curva Nord, secondo i magistrati, è finita invece nelle mani della ’ndrangheta.

La violenza non è una degenerazione. È il linguaggio di questo sistema. Così …

Nel cuore dell’Europa finanziaria, tra i grattacieli della nuova skyline di Milano e gli uffici patinati delle multinazionali, c’è un luogo dove il potere legale si è ritirato in silenzio. Lo stadio di San Siro. Lì, tra gradoni e parcheggi, è cresciuta una sovranità parallela: regole proprie, punizioni interne, alleanze, ricatti. Non è folklore da curva. L’inchiesta “Doppia Curva” lo dice chiaramente: i settori ultras di Inter e Milan sono stati per anni dominati da gruppi organizzati con gerarchie, patrimoni, rapporti opachi con le società calcistiche e contatti — cercati o tollerati — con le forze dell’ordine. La curva Sud, sotto il comando di Luca Lucci, funzionava come una milizia privata, con codici di comportamento, sanzioni, privilegi, e un sistema economico autosufficiente fondato su biglietti, merchandising, fanzine. La curva Nord, secondo i magistrati, è finita invece nelle mani della ’ndrangheta.

La violenza non è una degenerazione. È il linguaggio di questo sistema. Così lo stadio diventa zona franca, dove gli steward non entrano e dove lo Stato fino a pochi mesi fa arretrava. Ora la giustizia prova a rientrare. Non solo con i processi (due, in attesa di sentenza il 17 e 19 giugno), ma anche con un’azione in profondità: consulenti nominati dalla procura lavorano da mesi sulle strutture amministrative e logistiche di Milan e Inter per verificare se, e come, si possa restituire legalità alle curve che l’hanno perduta.

Entro fine giugno dovrebbe essere consegnata ai pm la relazione. È un bivio. O si cambia tutto — modelli di sicurezza, rapporti con le curve, regole d’ingaggio — oppure San Siro resterà quello che è stato finora: uno spazio occupato, governato da altri. Con l’avallo implicito di chi ha finto di non vedere.

Il business per gli ultrà è enorme. Le intercettazioni parlano di decine di migliaia di euro per ogni partita, oltre 200mila solo per la finale di Champions del 2023. Ma i soldi sono solo una parte. C’è il metodo: silenzio, omertà, violenza. Le regole non si discutono. Si subiscono. E quando qualcuno cade, come Daniele Belardinelli, non c’è lutto. C’è investitura. Quando qualcuno viene ucciso, come Vittorio Boiocchi o Antonio Bellocco, è solo un cambio di stagione. Un rimpasto ai vertici, come in una cupola.

Ora qualcosa si muove. A Istanbul, era il 2023, i padroni della curva Nord non chiedevano biglietti: li pretendevano. Millecinquecento, per la finale di Champions. Andrea Beretta e Marco Ferdico imponevano condizioni, dettavano regole. Non imploravano favori. Comandavano. A Javier Zanetti, allora vicepresidente dell’Inter, arrivavano richieste, altre centinaia di tagliandi. E le richieste venivano esaudite. Quei biglietti, stando agli atti, venivano rivenduti anche a dieci volte il loro valore. Non era una cortesia. Era un sistema. E i dirigenti? Sapevano tutto. Ma tacevano. Non per complicità. Per paura. L’inchiesta lo dice con nettezza: l’Inter, in quell’ingranaggio, è parte lesa. Come lo è anche il Milan.

Due anni dopo, a Monaco, qualcosa si spezza. La scena è la stessa — una finale di Champions — ma il copione è un altro. Stavolta l’Inter, almeno nei suoi uffici, non cede. Nessuna trattativa, nessuna mediazione. Nessun canale riservato. I biglietti vanno agli abbonati storici, senza sconti né scorciatoie. La curva rumoreggia, minaccia. Ma resta fuori. È più di un cambio di rotta. È una rottura. Storica.

Nell’inchiesta condotta dal procuratore Marcello Viola, dal sostituto Paolo Storari (che ha chiesto al tribunale condanne per più di un secolo di carcere) e dalla Squadra mobile di Milano, sono finiti i verbali di dirigenti e calciatori: Hakan Calhanoglu, Simone Inzaghi, Javier Zanetti e Marco Materazzi, che hanno ammesso contatti con alcuni esponenti delle curve. Non li hanno giustificati. Ma neppure negati. Erano abitudini, consuetudini.

Alla curva Sud del Milan comanda Luca Lucci, ex pugile, che ha cavato un occhio a un tifoso interista. Quel ragazzo si è poi suicidato. Lucci è accusato di estorsione, tentato omicidio, traffico di droga. Governa la curva come un’azienda militare. Ha una “milizia privata”, assegna compiti, punisce i dissidenti, gestisce affari.

Nelle carte, compaiono nomi noti del mondo dello spettacolo. C’è Fedez, la cui posizione la procura ha chiesto di archiviare. C’è Emis Killa per il quale il questore di Milano ha emesso un Daspo per tre anni. Entrambi alla corte di Lucci. C’è chi chiede protezione, chi sponsorizzazioni. Qualcuno vuole sistemare storie personali usando la forza della curva. È un rapporto opaco, ma evidente. La curva come servizio d’ordine parallelo, pronto ad agire su richiesta.

Un episodio, definito “interessante” dagli investigatori, riguarda Davide Calabria, capitano del Milan. Viene convocato da Lucci. Gli chiede spiegazioni sull’andamento della squadra. Calabria risponde, ma la scena basta a mostrare la sproporzione: un capo ultras che interroga il leader dello spogliatoio. Come se ne avesse diritto.

Lucci, che molti in politica ricordano in foto accanto a Matteo Salvini, racconta con orgoglio: «Sono 30 anni che vivo il Milan. Andavo a casa di Berlusconi. Parlavo di calciomercato. Gestivamo Milanello, accompagnavamo i giocatori fuori dai locali». Una curva milanista che è diventata apparato parallelo. Sicurezza privata. Risorse umane. Con la violenza a disposizione.

La curva Nord ha un modello più aziendale. Ma con infiltrazioni della criminalità organizzata. Fino al 2022, il capo era Boiocchi. Assassinato sotto casa in stile mafioso su mandato di Beretta che ottiene il comando. Ma gli sfugge il controllo. Il calabrese Bellocco, legato alla ’ndrangheta, vuole il potere. Beretta lo uccide. Poi per paura della vendetta della mafia collabora con la giustizia. Le sue dichiarazioni rafforzano l’inchiesta: racconta pressioni, estorsioni, biglietti rivenduti, omicidi. Per la sete dei guadagni, dice: «Non faccio le cose per lo striscione, a me non me ne frega un emerito cazzo dell’Inter». I due omicidi imprimono una svolta all’inchiesta, dalla quale emerge una tregua tra Nord e Sud. Non per il bene del calcio. Ma per proteggere un business. «Siamo uomini di strada, dobbiamo dettare i paletti», dice Lucci in un’intercettazione. Fuori, è ancora violenza.

La giustizia adesso prova a smontare questa macchina. Sedici imputati. Due processi. Il quadro è chiaro. San Siro è stato occupato da poteri criminali, sotto gli occhi di tutti. La ’ndrangheta entrava con il consenso. La politica faceva selfie con i picchiatori. I vip si mettevano sotto protezione. Le società si piegavano. E si uccideva con il metodo mafioso. Le curve di San Siro non sono un’anomalia. Sono lo specchio. Di un’Italia che non ha mai risolto il rapporto tra consenso e violenza, tra passione e potere, tra legalità e convivenza col crimine. Ed è qui, nel rumore assordante del tifo, che risuona più forte il silenzio degli altri. Di chi sapeva. E ha taciuto.

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